Un corteo nunziale

Dieci

Questa domenica la Liturgia della Parola ci presenta una delle pagine neotestamentarie più famose: la Parabola delle dieci vergini. Ai tempi di Gesù  era consuetudine che lo Sposo raggiungesse la sua sposa nella casa paterna, accompagnato da un corteo di giovani fanciulle. Ma nel racconto,  per la conseguenza tragica di una scelta, il gruppo vergineo si frantuma in due: elementi eterogenei ed addirittura opposti definiscono l’epilogo diverso a cui approderanno.

Ammiriamo la parabola grazie ad una preziosa miniatura del   Codex Purpureus Rossanensis, un prezioso evangeliario risalente al V secolo e custodito a Rossano Calabro.

(questo post è un  estratto di: A. Carotenuto, Eikon: La parola Visiva. Spunti Per una teologia iconica a partire dal Codex Purpureus Rossanensis, Aracne, Roma 2012).

Al centro della Tavola è  raffigurato un magnifico portone a due battenti, che divide  tutta la scena in due parti. A sinistra ci sono cinque donne sontuosamente vestite con tuniche lunghe e mantelli di vario colore: ostentano ricchezza e potere; la prima bussa con la mano destra alla porta mentre con la sinistra regge una fiaccola che si intravede sopra la spalla sinistra: è ormai spenta. La seconda e la terza fanciulla hanno nella mano sinistra un’ampollina per l’olio vuota mentre nella mano destra la fiaccola quasi spenta; la quarta è  posta in secondo piano per cui non si scorgono le braccia, l’ultima ha un gesto di sconforto per la fiaccola ormai spenta che ha gettato per terra mentre regge ancora, con la mano sinistra, l’ampollina vuota.

A destra della porta c’è un uomo: è lo sposo. Ha il volto di Cristo; vestito  con una tunica blu e l’himation; ha la testa nimbata e la mano destra alzata come per sbarrare la strada.

Davanti a Cristo c’è un albero, dietro invece altre cinque donne, vestite tutte di bianco con strisce verticali colorate; hanno tutte nella mano destra la fiaccola ben accesa che illumina tutta la scena che avviene di notte; di tre è visibile la mano sinistra che regge l’ampollina con l’olio; si dirigono tutte verso destra. Dietro di esse, sullo sfondo c’è una foresta di alberi da cui spiccano frutti rossi, all’estremità destra invece, una roccia da cui sgorgano quattro sorgenti di acqua che si uniscono in un solo fiume.

Fin da una prima ed immediata visione della miniatura, risulta evidente che essa  non è solo la rappresentazione didascalica del brano scritturistico ma lo interpreta.  Il miniaturista ha arricchito l’illustrazione con una serie di particolari non solo presenti nel testo scritto ma ricavati anche da quell’insostituibile patrimonio spirituale che scaturisce dall’interpretazione mistagogica patristica. Un vero e proprio “lavoro” teologico.

La scena illustra con particolare incisività l’istante cruciale del racconto: è il momento in cui gli opposti vengono divisi dalla volontà divina. Il gesto ne richiama immediatamente un altro simile: quello genesiaco in cui il creato scaturì dalla distinzione degli opposti [Gen 1,1-ss]. Dall’immagine traspare la precisa volontà di dividere in due, in modo netto, l’unica scena; il fulcro attorno al quale ruota tutto è la magnifica porta presente al centro della Tavola: a partire da essa c’`e un “dentro” e un “fuori”, una “destra” e una “sinistra”, uno “stare con Cristo” o “senza di Cristo”. Una tesi avvincente sostiene che, tale icona, sia probabilmente il prototipo che verrà utilizzato per rappresentare il giudizio universale e la divisione netta dei dannati, a sinistra, dagli eletti, a destra.

Chi sono le vergini? 
Non ci è data l’individuazione delle singole persone: sia il vangelo che la miniatura si riferiscono in modo generico ad un gruppo,  originariamente ed apparentemente omogeneo. Secondo l’interpretazione più comune la parabola si riferisce ad una riflessione sulla vita cristiana in cui si esorta il fedele alla vigilanza per il definitivo incontro con Cristo.  Le vergini sarebbero la rappresentazione simbolica della comunità cristiana.  Lo studioso Joachim Gnilka Gesù l’avrebbe raccontata al suo uditorio  per sottolineare la gioia di stare con lo sposo.

La verginità simboleggia la condizione che qualifica il cristiano in quanto tale. Una verginità non solo o unicamente fisica, ma che riguarda la totalità della persona. La verginità evangelica va intesa come disposizione di totale fiducia e orientamento della persona a Dio. Quando il credente riesce ad impostare la sua vita su questo imperativo categorico, allora diventa saggio, se invece pone unicamente se stesso, il suo ego  a misura di tutte le cose, allora diventa stolto.

Il miniaturista è  stato capace di dare forma e colore a questi due atteggiamenti: il primo con vestiti ricchi e sontuosi, simbolo della spavalderia e della vanagloria di cui l’uomo è  capace persino facendo opere buone, il secondo con candidi e semplici vestiti deaurati simbolo non tanto della purezza quanto di una vita vissuta nel timor di Dio. Il colore evanescente diventa qui segno di una luce interiore sfolgorante, di un candore dell’anima proprio del credente che vive secondo i canoni evangelici. Tale interpretazione ricorda un brano di Clemente che, nel parlare dell’anima dice: Ecco una veste: prima era lana greggia; fu poi cardata e divenne filo per il tessuto ardita; fu poi tessuta, Cos`ı l’anima va preparata prima e variamente lavorata se deve essere condotta alla perfezione. (Stromata, VI,12, in PG 9, 312 C; SC 446, pp.244-245).

Ma l’attenzione deve essere fissata anche sulle lampade e sulle ampolle con l’olio: le prime non possono illuminare se non alimentate dalle seconde. L’allusione è alla vita cristiana che emana la luce della santità  ma non in modo autonomo, né grazie a  meriti personali, bensì in forza della Grazia comunicata da Cristo.

Cosa c’è  dietro la porta? Un giardino fiorito e rigoglioso, ricco di acqua e di alberi colmi di frutta: è l’Eden. Ma c’è anche lo sposo, quindi siamo nella casa nuziale. Ovvio allora l’imperativo di trasposizione: la casa dello Sposo è  il paradiso!

L’immagine neotestamentaria di Cristo Sposo si pone in continuità con la tradizione veterotestamentaria che ci mostra l’Alleanza di Dio con Israele descritta con categorie nuziali. Il diletto è  un concentrato di bellezza, bontà  e grazia.

Ma lo sposo compie un gesto particolare: blocca il passaggio alle vergini stolte. E’ Sposo ma anche Giudice perché formula la sentenza di rinnegamento sconfessando le ragazze stolte.

Subito dietro la porta e, accanto allo sposo-Gesu`, troviamo un albero. Senza problemi possiamo identificarvi l’albero della vita descritto dal secondo racconto della creazione (Gn 2,9). Altrove, nel Cantico dei Cantici, è lo sposo stesso ad essere paragonato ad un albero: Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani. Dalla sintesi di entrambi le tradizioni nasce l’amata tendenza patristica di associare l’albero genesiaco all’albero della croce.

In secondo piano la Tavola riporta  una serie di alberi carichi di frutti, anch’essi non esclusi da un’interpretazione simbolica generale. E’ opportuno infatti il rimando ad un passo dell’In Canticum origeniano dove l’alessandrino identifica gli alberi con tutti gli uomini, specificando che ci sono tre categorie di uomini: quelli che non producono frutto, quelli che rendono frutti cattivi e quelli che invece rendono frutti buoni.

Infine la roccia da cui sgorgano i 4 fiumi rimanda senz’altro al racconto generico: Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino poi di l`ı si divideva a formare quattro corsi. I padri amavano indicare, in questa immagine, i quattro evangelisti.