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La Misericordia di Dio

La carezza di Dio

E’ la Festa della Misericordia di Dio!

Il 30 aprile del 2000, il papa Giovanni Paolo II,  in occasione della Canonizzazione di Suor Maria Faustina Kowalska, consacrò l’ottava di Pasqua, ovvero la domenica in Albis, alla Divina Misericordia. La Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti emanò il Decreto di istituzione il 5 Maggio 2000. In esso si chiarisce che non è una nuova Festa ma una ‘denominazione’ di quella Domenica.

L’immagine legata a tale festa è particolare. Non una vera e propria opera d’arte, bensì un’icona nata all’interno della spiritualità mistica: Suor faustina, che ne dettò direttamente le caratteristiche a Eugeniusz Kazimirowski, scrive nel suo Diario che fu lo stesso Gesù a suggerirle l’iconografia.

L’immagine dipinta in presenza di Santa Faustina

Cristo, vestito di una candida veste,  ha la mano destra alzata e benedicente mentre la sinistra tocca il petto.  Sollevando il lembo della tunica,  permette a due raggi luminosi, uno bianco e uno rosso, di espandersi all’esterno per arrivare all’osservatore. Il riferimento è al cuore di Gesù, quando, appena morto, fu squarciato dalla lancia del soldato romano: Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. [Gv 19,33].

E’ proprio lì la sorgente della misericordia divina, la croce di Cristo, scrive san Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in Misericordia,  sulla quale il Figlio consostanziale al Padre rende piena giustizia a Dio, è anche una rivelazione radicale della misericordia, ossia dell’amore che va contro a ciò che costituisce la radice stessa del male nella storia dell’uomo: contro al peccato e alla morte. La croce è il più profondo chinarsi della Divinità sull’uomo e su ciò che l’uomo – specialmente nei momenti difficili e dolorosi – chiama il suo infelice destino. [ DM 8].

Con la conclusione della II Guerra Mondiale (1939-1945), l’icona si trovò sul territorio dell’U.R.S.S.,  fu  nascosta per non essere distrutta.  Intanto una nuova opera fu creata, nel 1943 dal pittore Adolf Hyla ed esposta in Polonia. La tela originale, dopo una serie di vicissitudini,  dal 2001 è ritornata a Vilnius e custodita dalle  Suore di Gesù Misericordioso.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno della misericordia del Padre. La nostra epoca, squarciata da violenze sempre più cruente, ha bisogno di essere sanata. La misericordia divina, dice papa Francesco, è una grande luce di amore e di tenerezza, è la carezza di Dio sulle ferite dei nostri peccati.

 

 

Il nuovo giorno

Rabbunì !

E’ notte. L’alba ancora deve illuminare il nuovo giorno. Maria di Magdala corre al sepolcro dove avevano posto Gesù. Le tenebre si sono impossessate del cuore: il suo Signore è morto. L’unica consolazione che le resta è quella di poter preparare quel corpo così martoriato, così oltraggiato appena poche ore prima, ridargli di nuovo dignità, profumarlo per una degna sepoltura.

Ma la pietra è tolta!

Corre allora a chiamare Pietro che si precipita, insieme con Giovanni,  a verificare quanto la donna diceva. Ma nel sepolcro, trovano solo un sudario, piegato, sulla pietra tombale. E lì, l’autore biblico, fa la sua proclamazione di fede; afferma che l’apostolo più giovane vide e credette. Ma poi vanno via perchè non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

La lettura pasquale  si ferma lì!

E Maria Maddalena?

Lei resta vicino al sepolcro, affranta, attonita ma comunque in attesa, a meditare su quanto ha visto. E lì, in quella notte senza fine, accade l’incredibile!

Il primo suono della Resurrezione

C’è un uomo che avanza, si scorge nell’indaco chiarore del giorno ormai vicino. Il giardiniere? Ma la chiama per nome. Ed allora, il suo cuore ha una scossa…quasi non osa pronunciare quel nome…

…Rabbuni!.

La voce dolce e acuta di una donna è il primo suono della Resurrezione. Rabbuni!

E forte è lo slancio a corrergli incontro per stringerlo a sè.

Eccolo il suo Maestro; ora la guarda negli occhi, le sorride con tenerezza, felice che Lei è stata lì, ad attenderlo, nella più interminabile delle notti.

Ora è pronta a lasciarlo andare, a non tratternerlo.

E’ quanto rappresenta il pittore tedesco Hans Holbein il Giovane in questa pala d’altare realizzata nel 1526. In primo piano i due protagonisti,  l’uno di fronte all’altro. Dietro, in lontananza i  due discepoli,  Pietro e  Giovanni, che vanno verso Gerusalemme. Sullo sfondo a sinistra il Calvario dove, insolitamente, l’artista ha mostrato più di tre croci. Le nuvole, in rapido movimento, e un’alba appena pronunciata, danno movimento a tutta la scena. Ma ciò che attira l’attenzione dell’osservatore è l’apertura del sepolcro: dentro è un’esplosione di luce e si scorgono i due angeli citati dall’evangelista. Sembra di leggervi le parole di Teresa di Lisieux: abbassandosi sul sepolcro vuoto, finì per trovare quel che cercava.

Buona Pasqua.

Con Gesù sul Golgota

“Era un venerdì di primavera.
Era una strada di Gerusalemme.
Un corteo di persone avanzava, rumoroso, inquietante, verso un luogo detto Cranio; nome sinistro, usato per indicare il posto, fuori le mura della città, dove avvenivano le crocifissioni dettate dalla legge romana.
Fu lì che l’uomo uccise Dio! ”

 Anna Carotenuto. “Con Gesù sul Calvario”. iBooks.

Cliccando sull’immagine è possibile scaricare l’intero libretto. Brevi riflessioni sulle ultime ore di Gesù.

 

 

‘Ingresso di Gesù a Gerusalemme’

Quel giorno venne accompagnato il Signore

Tutti i bambini del luogo, anche quelli che  non sanno camminare perchè troppo piccoli e che sono portati a cavalcioni dai genitori, tutti hanno dei rami, chi di palma chi di ulivo, così la folla accompagna il vescovo nello stesso modo in cui quel giorno venne accompagnato il Signore. 

Così la pellegrina Egeria racconta, nel suo Diario, come celebravano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme ricalcando quanto era avvenuto appena quattro secoli prima.

Eppure tanto trionfo si dissolse in pochi giorni:  le stesse persone che avevano acclamato Cristo come un re, lo condannarono a morte!

E’ la folla!

Facile da condizionare e da manovrare. E’ vero…ma è solo questo? Possibile che tutti gli abitanti gerosolimitani fossero  così? Eppure sappiamo che tra essi c’era chi la pensava diversamente: c’era il Cireneo…c’era la Veronica…e sicuramente tanti altri! E poi…perchè tanta importanza ai bambini?

Quante perplessità. Probabilmente l’approccio che facciamo agli episodi evangelici è sbagliato: sono sì eventi storici ma, non dobbiamo dimenticare che, i Vangeli non sono cronaca ma teologia. Non riguardano la storia, riguardano la fede. Questo è tanto più vero in un brano come questo: dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Dobbiamo stare attenti a quei particolari, a volte quasi nascosti, che fanno di una pericope una Buona Novella.

Scopriamo questi particolari facendoci aiutare da un bellissimo affresco, purtroppo non in ottime condizioni, che possiamo ammirare nella Chiesa di san Michele a sant’Angelo in Formis.

 

Il racconto di Marco è essenziale; nella cornice festosa del pellegrinaggio pasquale Gesù fa la sua solenne entrata nella città. Ciò che colpisce è il ricco sottofondo veterotestamentario.

La scena è sulle righe di un testo di Zaccaria (9,9): Gioisci, figlia, di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: è giusto e vittorioso, è umile e cavalca un asinello; toglierà i carri da guerra e annuncerà la pace alle genti. Il profeta presentava un Messia di pace, che avrebbe cavalcato non la mula, cavalcatura regale in tempo di pace, e neanche un destriero, ma  un asinello, la cavalcatura comune della gente del popolo. Il mosaico ci presenta l’animale con la testa abbassata, mansueto, quasi sottomesso. E Gesù, scrive l’evangelista, vi sedette. Non ‘vi montò’, come si fa con un quadrupede qualsiasi. Tutta l’iconografia, anche il nostro affresco, ci presenta questo particolare: Gesù vi è seduto come su un trono e ha tra le mani un rotolo mentre con l’altra benedice.

E’ la figura del Pantocratore che viene rappresentata! Qui viene unita all’umiltà, alla piccolezza richiamata dall’animale. Colui che sta inaugurando il Regno di Dio non lo fa con potenza, ma con umiltà, donando la sua stessa vita.

Ebbene, la reazione della folla di fronte alla scelta di Gesù è duplice.

Scrive l’evangelista che Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Il mantello è il simbolo della stessa persona che lo indossa. I discepoli , facendo quel gesto,  riconoscono in Gesù il Messia.

Molti, scrive l’evangelista stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Non ci dice chi e quanti facevano quel gesto. L’affresco li identifica con i bambini. Sono gli infantes in Cristo, scriverà Origene. Coloro che sanno meravigliarsi davanti al figlio di Dio e seguirlo istintivamente, coloro che riconoscono di aver bisogno di una guida, di un Padre per poter crescere ed arrivare ad una meta.

Poi ci sono gli abitanti della vecchia Gerusalemme. Sono ben divisi da chi invece segue Gesù. L’affresco presenta chiaramente questo particolare rispettando i racconti di tutti i vangeli. La scena dell’ossequio messianico a Gesù si è svolta all’ingresso della città e  i suoi protagonisti non erano gli abitanti di Gerusalemme, ma coloro che accompagnavano Gesù entrando con Lui nella città santa.[Benedetto XVI]

Tutti gridavano Osanna al Figlio di Davide   Gesù, viene  salutato come  come l’Atteso e l’Annunciato da tutte le promesse. l’Evangelista avrebbe dovuto usare il verbo ‘acclamare’, invece usa gridare… come gridavano  gli spiriti immondi che rifiutano l’azione del Signore… E come gridava  il cieco di Gerico che vede in Gesù il Messia Figlio di Davide…

Quando si renderanno conto di aver sbagliato persona, perché Gesù non è il Figlio di Davide  ma il Figlio del Dio vivente…lo condanneranno a morte. Perché Gesù non è venuto a restaurare l’antico regno, ma un Regno Nuovo, che è di tutti, dove ogni persona si possa sentire amata per ciò che è.

Il frutto di Dio

La vera ora del Messia

 

Gesù sta andando incontro alla sua ora!

L’ora del dolore, certo! Della passione, della morte! Ma è proprio quello il momento che rivelerà il vero volto del Figlio di Dio. Dalla croce sorgerà un’alba nuova: è questa la vera ora del Messia.

Se il chicco non muore….non porterà frutto! 

E’ a partire da tali parole che l’evangelista Giovanni inizia il racconto della Passione.

Il  Figlio di Dio  si è rinchiuso nella storia dell’uomo,  si è fatto asfissiare dal buco nero della morte per poterlo squarciare e donare all’uomo, a tutti gli uomini, l’Eternità.

Il messaggio che la Parola di Dio ci dona questa domenica lo possiamo contemplare in un’opera del Caravaggio: la canestra di frutta. Soggetto apparentemente lontano dai canoni religiosi eppure pieno di simboli cristologici che la grammatica iconologia del ‘500, proponeva.

Il cesto è definito con una minuziosità particolare tanto da sembrare vimini vero. E’ posto sul bordo di una base, sembra in bilico, ma pronto per farsi toccare dall’osservatore. Per l’esegesi patristica  è simbolo della Chiesa che si offre a tutti gli uomini. Dentro di essa i frutti, tutti riferimento alla passione e morte ma anche alla resurrezione di Gesù. Si crea  così un’armonia di opposti. C’è l’uva nera, simbolo della morte del Nazareno, ma accanto, illuminata in modo da risaltare, c’è l’uva bianca, simbolo della resurrezione.  C’è la mela  bacata, simbolo del peccato originale ma accanto dei fichi, in riferimento alla parabola del fico secco del vangelo lucano che quindi ha finalmente dato i suoi frutti.

Solo marcendo il chicco, il seme, può dare frutti!

Ma tutto il contenuto è vivificato da una luce che pervade tutto lo spazio soffermandosi su ogni cosa e creando magnifici effetti, riflessi, trasparenze.   La metà superiore del quadro è tutta occupata da questo colore giallo oro:  è la luce di Dio che, seppure trascendente rende la realtà dell’uomo vera .

Gli occhiali di Nicodemo

Nicodemo

E’ notte!

Mite, con i profumi di una primavera ormai iniziata. Anche quest’anno Gesù è salito a Gerusalemme per celebrare la Pasqua. L’autore del quarto vangelo ci presenta un incontro particolare: un uomo, un fariseo, un membro del Sinedrio, probabilmente di nascosto, va alla ricerca di Gesù!

E’ l’incontro che vediamo raffigurato in quest’olio su tela di Crijn Hendricksz Volmarijn, un pittore olandese del XVII secolo.

L’incontro avviene su uno sfondo buio. E’ la notte  della mente e del cuore di chi fa resistenza a lasciarsi illuminare dalla luce di Cristo e  dalla sua Rivelazione.   Illuminati dalla luce di due candele, i  protagonisti sono seduti ad un tavolo. Sopra di esso le Sacre Scritture.  Gesù assume il ruolo  richiestogli da Nicodemo; Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio. E da maestro spiega al suo colto ed esperto interlocutore  il vero significato delle Scritture: è Lui il Messia da tutti atteso! Citando l’esperienza di Mosè nel deserto e l’episodio del serpente innalzato, perché gli israeliti potessero salvarsi, Gesù rivela la sua Pasqua e il compimento della salvezza di Dio per gli uomini.

Ma soffermiamo l’attenzione su un particolare  dell’opera, la gestualità dei due personaggi. Gesù da vero maestro sta elencando qualcosa: probabilmente si riferisce alla prima nascita e alla seconda, la rinascita, essa ha origine dall’alto, dalla misericordia di Dio: Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo.

 L’anziano Nicodemo,  curiosamente, ha tra le mani degli occhiali. Perché il nostro pittore ha usato questo anacronismo? In realtà è un particolare utilizzato anche da altri artisti, per esempio lo si vede in un’opera fiamminga del XIV secolo, l’ Altare della Passione di Conrad von Soest, Pietro inforca degli occhiali per leggere e spiegare le sacre Scritture a Paolo. Lo strumento ottico è indiscutibilmente assunto come simbolo: come il presbite vede bene da lontano e non da vicino, così Nicodemo conosceva bene l’Antica Alleanza ma non scorgeva, nel suo interlocutore, la Nuova Alleanza che stava iniziando proprio lì, davanti a lui.

Incontrare Cristo significa incontrare la Luce, la Vera luce che ci permette di infrangere la notte e ‘vedere’ tutte le sfumature di cui la nostra realtà è composta.

Il nuovo tempio

La  Purificazione

Il Vangelo di questa terza domenica ci narra il celebre episodio della purificazione del Tempio.  Gesù che scaccia dal portico esterno  i venditori di animali e i cambiamonete.

Il fatto, riportato da tutti gli Evangelisti, avvenne in prossimità della festa di Pasqua e destò grande impressione sia nella folla, sia nei discepoli.

Eppure, pensare a Gesù adirato, che addirittura si procura una sferza per cacciare via quelle persone, in verità non convince. Papa Benedetto XVI, nel commentare questo brano, ha affermato: è impossibile interpretare Gesù come violento; la violenza è contraria al Regno di Dio; è uno strumento dell’anticristo. La violenza non serve all’umanità ma la disumanizza”. Angelus, 11.3.2012.

 Allora come interpretare l’episodio? Come intendere quel gesto di Gesù?

Per comprenderlo ci facciamo aiutare da un capolavoro del pittore rinascimentale Domínikos Theotokópoulos, noto a tutti come El Greco.

EL GRECO, La purificazione del Tempio, 1660 ca., National Gallery Museum, Londra

L’opera dal titolo Gesù Cristo caccia i Mercanti dal tempio, conosciuta anche come Purificazione del tempio,  risale al 1660 ca. ed è oggi custodita al National Museum di Londra. Si ispira al brano giovanneo perchè è l’unico ha riportare il particolare della frusta.

E’ possibile dividere la raffigurazione  in tre sezioni: al centro Cristo che domina integralmente la scena;  sulla sinistra i mercanti e sulla destra gli apostoli. Gesù, con una tunica rossa, ha la frusta in mano. In realtà questa è una immagine tradizionale con la quale i giudei  identificavano il messia  pronto a fustigare i peccatori.

Sul lato destro almeno tre  apostoli: probabilmente, seguendo il vangelo giovanneo, sono Andrea, Pietro, Filippo. Parlano tra di loro.  Di fronte all’azione di Gesù i discepoli equivocano e l’evangelista commenta citando  il salmo 69: lo zelo per la tua casa a mi divorerà. Il riferimento è al profeta Elia e al suo atteggiamento violento nei confronti di 450 sacerdoti di una divinità pagana. dalla stessa parola  zelo deriva  il termine del movimento rivoluzionario, i terroristi dell’epoca, gli zeloti.

In verità tutta la scena è meglio interpretabile guardando lo sfondo: le due sezioni laterali sono ‘chiuse’ da due bassorilievi posti sulle pareti del tempio.  In corrispondenza dei mercanti  e cambiavalute, di coloro che cioè sono cacciati, è posta  un’altra cacciata, quella di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Allora tutta la sezione assume una valenza simbolica: sono coloro che all’avvento del Regno saranno allontanati.

Dall’altro lato, a chiudere la sezione con gli apostoli scorgiamo, invece, un bassorilieco raffigurante il sacrificio di Isacco.  Anche qui la sezione si ammanta di una valenza simbolica:  prefigura il sacrificio di Gesù Cristo come fonte di redenzione per l’umanità. C’è  un altro particolare da tener conto: tra i  tre apostoli, nella scena, si scorge una donna. E’ Maria, Madre di Gesù e Madre nostra. I quattro, insieme,   simboleggiano la Chiesa, posta accanto al suo Signore. E’ lui  il Tempio della Nuova Alleanza, dentro cui si trova la salvezza!

Infine un altro particolare: dietro gli apostoli, in secondo piano, si notano alcune persone vestite con  abiti ecclesiali contemporanei al pittore.  E’ il riferimento storico che l’artista fa alla sua chiesa e l’esortazione alla purificazione che le linee della controriforma invocavano.

La Trasfigurazione

La Gloria di Dio

Nella Trasfigurazione Gesù manifesta lo splendore della sua natura divina  pur mantenendo il suo aspetto. Nonostante la difficoltà di interpretazione per l’assoluta unicità dell’evento, è un episodio storico, realmente accaduto davanti a tre testimoni, Pietro, Giacomo e Giovanni che, successivamente, lo hanno riportato. I tre sinottici ‘collocano’ l’episodio nella stessa posizione, centrale, segnando così  la svolta tra la predicazione di Gesù in Galilea e l’andata a Gerusalemme.

Tra le opere d’arte che raccontano l’episodio, vi propongo di ammirare quella di Giovanni da Fiesole, monaco domenicano conosciuto come Beato Angelico. Il religioso, tra il 1438 ed il 1446/50 affrescò il monastero di san Marco a Firenze; posizionò le sue opere in modo che vi fosse, per i frati, un continuo richiamo al mistero di Cristo.  Nella cella numero 6 dipinse la Trasfigurazione.

 

La scena evangelica è chiusa da un grande arco che suggerisce l’articolazione tra due spazi: quello reale della cella e quello dell’evento glorioso dove si è invitati ad ‘inoltrarsi’ per meditare.

Premesso che l’arte dell’Angelico  è comprensibile solo attraverso la conoscenza della filosofia di Tommaso d’Aquino di l’artista fa una mirabile sintesi iconografica, è possibile fare di tale opera un’interpretazione ecclesiologica.

La figura statuaria di Gesù è appoggiata saldamente su un basso rialzo roccioso. Il viso del Nazareno è raffigurato come in un’antica icona: ieratico, ha lo sguardo dritto verso l’osservatore, i lineamenti sono stilizzati e il  capo nimbato da un’aureola cruciforme. Ma ciò che colpisce è la sua postura che delinea  una croce. Diventa in questo modo Egli stesso un crocifisso vivente intorno al quale si radunerà la sua Chiesa. Di quest’ultima sono raffigurate le fondamenta ovvero gli Apostoli.  L’artista è riuscito, attraverso un gioco di sfumature,  a rappresentarli in totale simbiosi con la roccia.  Ancora un altro appunto: così raffigurato  il Cristo riassume in sé  un duplice movimento:  di exitus  e reditus.  Le braccia tese sembrano voler accogliere il mondo e da quest’ultimo ritornare sotto forma di preghiera. In definitiva quest’ opera  diventa essa stessa una preghiera.

Infine la mandorla di luce abbagliante  che avvolge Gesù ma, non riesce a contenerlo pienamente: Cristo è il Signore, la sua Gloria sovrasta qualsiasi realtà emergendo dall’esplosione di energia divina che la figura ellissoide delinea. Quella Lux originaria diventa  lumen diffuso storicizzandosi ed incarnandosi nella luminosità astratta dell’oro diffondendosi sulla Chiesa e sul mondo intero.

 

 

La firma di Dio

L’inizio dei Tempi Nuovi

Il Vangelo di questa settimana è estremamente sintetico. Ci propone, in pochi versetti, due scene diverse: le tentazioni di Gesù nel deserto e l’inizio della sua vita pubblica.  La lotta contro il male e l’inizio dei Tempi Nuovi. Argomenti cristologici per nulla secondari, che hanno coinvolto mistici, teologi e molti altri ‘santi di Dio’  e su cui si sono scritti e si scriveranno fiumi di parole. Ma la nostra attenzione  va alla prima lettura: la pericope del libro della Genesi funge  da illuminazione interpretativa al brano evangelico. Infatti sia negli scritti neotestamentari che nella letteratura patristica la figura di Noè ha sempre avuto alti connotati tipologici: egli,  è colui cha ha trovato grazia presso il Signore e tramite la sua fede salva la stirpe degli uomini.  Noè il giusto, con cui YHWH ha stretto alleanza,  prefigura il Cristo venuto ad attuare la Nuova Alleanza.

Naturalmente l’iconografia rende ragione a tale interpretazione: Noè è uno dei soggetti più  antichi, raffigurato fin dal II secolo nella pittura catacombale, sui sarcofagi e sulle suppellettili sacre.

 

L’opera che vi propongo a riguardo, è un mosaico di ispirazione  bizantina del XII secolo che fa parte di un intero ciclo dedicato a Noè. E’ possibile ammirarlo nella Basilica di san Marco a Venezia. In particolare sembra proprio essere la riproduzione iconografica delle parole genesiache: il diluvio è terminato e Dio attua una nuova alleanza con l’uomo e con tutto il creato.

Dall’arca, di forma rettangolare stanno uscendo tutti gli ‘ospiti’. Fuori, in primo piano la famiglia di Noè e, prossimi a disperdersi di nuovo nel mondo, tutti gli animali. Il Co-protagonista di tutta la vicenda, insieme con Dio, Noè, è individuabile perché aiuta gli animali ad uscire fuori.

Sovrasta  tutta la scena  l’arcobaleno: la firma di Dio, posta a suggello della nuova  amicizia con gli uomini. Esso rimanda ad un altro arcobaleno, citato dal libro dell’Apocalisse: Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono.[4,3]. Nella visione giovannea l’arco indica l’arrivo ultimo di Dio.

L’arco, per gli antichi simbolo di guerra, in Dio si ricolma di luce e di colori, diventando simbolo di vita nuova. Una vita che è ricominciata in Cristo, nel Regno che lui ha inaugurato e che porterà cieli nuovi e terre nuove.

Se vuoi puoi guarirmi

Guardare l’inguardabile

Ai tempi di Gesù la lebbra era una vera e propria maledizione divina; definita da Giobbe la primogenita della morte (Gb 18,13), era vista come la conseguenza visibile del peccato. Soltanto Dio poteva guarire da essa!

Marco   ci racconta un incontro, fortemente voluto, tra un lebbroso e il Figlio di Dio. L’impuro; isolato da tutti, costretto a vivere, ai margini del villaggio, una vita di forzato e non voluto nascondimento,  ha saputo dell’arrivo del Nazareno e corre verso di Lui. Egli è sicuro che basterà la sua volontà per essere guarito. Affidandosi totalmente  alla benevolenza di Gesù si butta ai suoi piedi sussurrandogli: Se vuoi. 

Gesù non resta indifferente, si commuove. Il verbo utilizzato da Marco  esprime le sofferenze sino alle viscere, significa condivisione o “patire-con”. E’ questo coinvolgimento del Nazareno  che viene fissato da Jean-Marie Melchior Doze, un pittore francese vissuto a cavallo tra il 1800 e 1900.

L’opera, del 1864, raffigura l’incontro tra il lebbroso e Gesù fuori le alte mura della città: albeggia appena ma un gruppo di persone è già lì ad osservare quel gesto straordinario. Il loro sguardo è esterrefatto: possibile che il Nazareno possa guardare l’inguardabile?

Ed eccolo il lebbroso, in primo piano, vestito solo di stracci e bende che coprono l’insulsa malattia, è ai piedi nel Nazareno e lo implora.

Sopra di lui, Gesù. Alza una mano verso il cielo mentre con l’altra tocca il lebbroso.  La distensione della mano nell’Antico Testamento è un gesto caratteristico di Dio quando compie prodigi.  Io lo voglio, guarisci. Con queste parole Cristo mostra la sua potenza divina e  toccando contemporaneamente il malato, afferma il suo coinvolgimento, il suo amore per l’uomo: egli tocca chi è intoccabile.

E’ questo l’amore di Dio: arriva ovunque, anche nei meandri più nascosti dell’esistenza, più bui e rigettati da tutti e gli dona dignità. Perché Cristo  è l’Uomo Nuovo e solo in lui trova vera luce il mistero della nostra umanità.(Cfr GS 22).

La prese per mano

A casa di Pietro

La liturgia ci propone il continuo della giornata festiva di Gesù a Cafarnao. Uscito dalla sinagoga, si recò a casa di Pietro e Andrea insieme con altri due discepoli, Giacomo e Giovanni. E’ qui, nella casa che, per un certo periodo diventò la sua casa, che Marco ci presenta il primo miracolo di guarigione.

La suocera di Pietro era malata e  aveva la febbre alta. Nell’antichità la febbre, più che un sintomo, era considerata una vera e propria malattia. Gesù si avvicinò e la sollevò  prendendola per la mano: la febbre era scomparsa. Il centro del brano evangelico è proprio in quell’espressione «la sollevò», in greco è usato il verbo egeírō, lo stesso usato nel NT per la risurrezione di Gesù dai morti. E’ la stessa forza divina, che sul Golgota sconfiggerà la morte, che ora guarisce una persona. Il  gesto della mano di Gesù  è per questa donna la stessa mano di Dio che interviene nella sua vita per liberarla dal male e donarle nuova vita.

Harmenszoon van Rijn Rembrandt, in questa piccola opera fatta a inchiostro e oggi custodita al Fondation Custodia di Parigi, fissa l’attenzione proprio sul gesto fatto da Gesù.

L’artista olandese ‘pulisce’ la scena da tutti gli altri personaggi presenti; accenna solo l’idea di un giaciglio su cui la malata giaceva. Ciò che traspare, arrivando fino all’osservatore, è proprio il movimento: Gesù l’ha presa per mano e la sta sollevando.

Sembra di percepire le parole di Giobbe: Quando mi alzerò? La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. Ecco, è arrivata l’alba, il nuovo giorno: la vita nuova è entrata in quella stanza.

E’ lo stesso gesto, la stessa esperienza che ciascun credente fa: essere presi per mano da Gesù e sollevati, raddrizzati, indirizzati verso la felicità. Solo Lui può guarirci …a noi  la forza e il coraggio di chiederglielo!

Il santo di Dio

La finestra sull’Eterno

Cafarnao, al tempo di Gesù, era una delle città più grandi e conosciute della Galilea; posta  sulle sponde del mare di Galilea, lungo la strada che collegava  Beisan a Damasco.  Vi abitavano  Pietro, suo fratello Andrea, Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Probabilmente anche Gesù vi soggiornò per lungo tempo e, nella sinagoga della città, fece il suo esordio ufficiale come predicatore e taumaturgo.

Nell’Abbazia benedettina di Lambach, costruita nel 1032 da Sant’Adalberto e situata sulla riva sinistra del fiume Traun, è possibile ammirare un affresco dell’XI secolo che si riferisce all’episodio dell’indemoniato raccontato dall’evangelista Marco. La scena si svolge all’interno della sinagoga; un lungo cornicione ne delimita la linea perimetrale superiore mentre una serie di colonne di tipo corinzio, definiscono gli spazi interni. Fuori, ai due lati, si intravede la città. Sullo sfondo un  imponente cielo blu, vasto e profondo che sovrasta tutta la raffigurazione: è il Regno dei Cieli che, dal suo profondo Mistero ha inviato il suo messaggero.

Ed eccolo il Messia, al centro, fulcro di tutta la scena, Gesù: ha una posizione frontale e indossa un chitone bianco e l’Himation rosso, simbolo della sua divinità. E’ il Santo di Dio venuto a proclamare l’inizio del Regno. L’aureola crociata è il simbolo della sua dignità divina. La sua postura sicura, dritta, fa trasparire la sua autorevolezza: ciò che Marco vuol far intendere in questo episodio non è ciò che Gesù dice, ma il modo: Parlò con autorità. Il suo volto è maestoso, dagli occhi penetranti che fissano non l’indemoniato, non le altre persone, ma chiunque si pone davanti all’immagine! E’ la finestra dell’Eterno che guarda, che ci guarda e che si fa guardare.

 Ai piedi del Nazareno l’indemoniato! Con il suo sguardo malefico guarda Gesù. E’ il primo a riconoscerlo come il Santo di Dio. Una delle formule più antiche che la prima cristianità usava per affermare la divinità di Gesù. Alcuni biblisti definiscono gli spiriti immondi ‘i teologi di Marco’, essi infatti, con due soli appellativi sintetizzano l’intero mistero del Verbo Incarnato.

Sui due lati due gruppi di persone. A destra di Gesù i Dodici; sono riconoscibili Pietro, in prima fila, dietro di lui Giovanni. Dall’altro lato il gruppo delle autorità religiose e laiche che si stupiscono e si scandalizzano davanti a Gesù. Ma il Nazareno parla ed agisce nella piena e libera coscienza del suo ruolo: Egli è il Maestro che si rivolge all’uomo in piena autorità  perché ha con sé la compagnia del Padre e in sé la forza dello Spirito.

Il Regno di Dio è vicino

Il tempo è compiuto

Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo.

Così Marco dà inizio alla predicazione di Gesù.

Il tempo è compiuto. Ma quale tempo? Quello dell’attesa, della precarietà, della finitudine.  Si insinua in esso il germe della verità, della giustizia, della pace e dell’amore. La buona notizia di questa domenica è questa: il Regno è qui, alla nostra portata. Colui, che da Dio è stato consacrato per la realizzazione del Regno in questo nostro mondo, è in mezzo a noi. Il Cristo, l’nto del Signore, è arrivato! Ma sebbene un’epoca nuova è iniziata, tocca all’uomo, a ciascun uomo  scegliere se accogliere nella propria vita  tale innovazione o rinnegarla.

Il simbolo che l’arte ha usato per rappresentare questo evento unico, questa metamorfosi cosmica è la mandorla mistica o vesica piscis:  una figura ellissoide ottenuta da due cerchi dello stesso raggio, intersecantisi in modo tale che il centro di ogni cerchio si trova sulla circonferenza dell’altro. E’ un simbolo molto diffuso nell’arte cristiana, soprattutto nel medioevo europeo, in cui compare  associato al Cristo o alla Madonna. Rappresenta visivamente l’incontro e la compenetrazione di due mondi o dimensioni dell’essere; quello umano, storico, finito, e quello divino, metaforico, eterno.

Facciata Chiesa di San Frediano, XIII secolo, Lucca.

La facciata della Chiesa di san Frediano è uno dei tanti esempi raffiguranti la mandorla mistica. Cristo in trono racchiuso in una mandorla formata da due segmenti tenuti insieme da due angeli.  Il Pantocratore regge nella mano sinistra il Libro, la Buona Novella diretta a tutti gli uomini: il Regno di Dio è qui tra noi.

Venite e vedrete

Un nuovo tempo

Il vangelo di questa domenica, pur redatto da un altro autore,  è il logico continuum di quello della  scorsa settimana. Ancora una volta l’attenzione si pone sul passaggio dall’antica alla nuova Alleanza. Un tempo si è concluso con Giovanni, un nuovo tempo inizia con Gesù. Lo stesso evangelista richiama a tale differenza utilizzando due verbi diversi: Giovanni stava Gesù camminava. Nella stabilità del Battista possiamo leggerci la fine di un cammino, il raggiungimento di una meta; nella dinamicità del Nazareno invece  si può scorgere il passaggio ad un’altra dimensione ontologica. E’ l’inizio di un modo di vivere totalmente nuovo e inimmaginabile: il Trascendente è entrato nell’Immanente; l’Eterno si è infiltrato nel tempo e nella storia, il Regno di Dio è iniziato.

Questa duplice dimensione presente, come sottofondo, nell’episodio evangelico è possibile scorgerla in un affresco del Domenichino, custodito nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma.

Domenico Zampieri, Andrea e Giovanni, Chiesa sant’Andrea della Valle, 16 22 ca, Roma

 

Su un vasto paesaggio caratterizzato da un’ampia apertura spaziale si delinea tutta la scena.

Un albero rigoglioso, leggermente inclinato, funge da divisore architettonico che scandisce in due sezioni non solo gli spazi, ma anche i tempi.

Avanti c’è Giovanni Battista, fermo, vestito con pelli di animali; sul lato i suoi due interlocutori: Giovanni e Andrea. E’ il tempo ordinario, puntuale, finito, dentro il quale siamo immersi dalla nascita alla morte. In esso, per pensare all’Eternità, al Trascendente, abbiamo bisogno di simboli. Infatti la scena ne è piena.

Giovanni è coperto da un sontuoso mantello  rosso, un chiaro rimando alla sua testimonianza sino al martirio.

L’agnello ai suoi piedi è invece il simbolo dell’annuncio che ha fatto di lui l’ultimo profeta: Ecco l’agnello di Dio. 

Anche gli altri due hanno un mantello: Andrea, di colore giallo, simbolo della sua alta dignità, Giovanni  evangelista di colore azzurro, indica la sua eccezionalità e saggezza. C’è anche un altro particolare:  è raffigurato anziano e non giovane come doveva sicuramente essere. Il particolare che si vuole enfatizzare non riguarda la persona  ma il Vangelo.

Con il braccio destro il Battista indica Gesù in lontananza. Ci inoltriamo così in un’altra dimensione: è il Regno di Dio che sta iniziando tra gli uomini. Questa profonda trascendenza il pittore la rende con un piccolo angelo, messaggero di Dio che indica, con la mano, Colui che sta arrivando. Qui tutto è dinamico: c’è una strada lungo la quale il Messia cammina e  al termine un uomo adagiato per terra: è Adamo. Il pittore ha saputo con tale particolare introdurre la categoria tipologica tanto cara ai Padri Adamo-Nuovo Adamo.

Sebbene il Nazareno occupi, apparentemente, una posizione periferica nella rigorosa scansione degli spazi, in realtà è il fulcro di tutta la scena, il punto verso cui è attirata l’attenzione dell’osservatore. Come Giovanni e Andrea anche noi siamo invitati a seguire Gesù, ad inoltrarci per i suoi sentieri. Venite e Vedrete: solo così possiamo passare  da servi a Figli, dalla morte alla vita.

Battesimo di Gesù

La grande Teofania

Il Battesimo di Gesù è un evento fondamentale, cardine indiscutibile per l’Economia della Salvezza. Gesù venne da Nazaret di Galilea segnando così il termine della sua vita nascosta: da quel momento inaugurò la sua vita pubblica, iniziò a predicare la Buona Novella. La grande Teofania Trinitaria che in quel luogo e in quei momenti avvenne,  segnò  il passaggio, la svolta, tra l’Attesa e l’Inizio dei Nuovi Tempi.

E’ uno degli episodi più raffigurati dell’arte cristiana, sia orientale che occidentale e presenta, sebbene con una diversità di particolari, una costanza schematica che unisce in una sola scena i due eventi: la purificazione nell’acqua del fiume e la discesa dello Spirito Santo. Proprio in essi la Liturgia vi ha letto l’Istituzione del Battesimo Cristiano.

Tra le opere più belle c’è sicuramente la Pala d’Altare che Giovanni Bellini dipinse, tra il 1500 ed il 1502, su commissione del vicentino Battista Grazzadori, per  la Chiesa di santa Corona a Vicenza, dove è tutt’ora custodita.

Dai tratti estremamente dolci e tenui il dipinto rispetta la tradizionale struttura: Gesù al centro rivolto verso lo spettatore, mentre Giovanni Battista, a sinistra, lo battezza da una rupe e a destra tre figure angeliche; in alto troneggia l’imponente figura di Dio Padre, tra cherubini e serafini, che invia lo Spirito Santo sotto forma di colomba. Sullo sfondo un importante paesaggio.

Siamo davanti ad una intensa meditazione sul mistero cristologico.

Esaminiamone i particolari.

Anzitutto il paesaggio autunnale: una serie di monti formano quasi un anfiteatro naturale; i toni verdo-bruni sono resi delicati dal genio dell’artista; egli riesce a trasmettere una sensazione calda ed eterea  che enfatizza ancora di più ciò che sta accadendo in primo piano. Si passa da un paesaggio montagnoso ad uno di pianura proprio come detta il profeta Isaia : i monti e i colli si sono appianati e le valli colmate (Is 40, 3-5).  Tra i monti si intravede una capanna, da cui si incammina una persona; è il riferimento alle origini del nazareno, utilizzato anche da Marco per dare consistenza storica  a tutto l’avvenimento.

In primo piano il Cristo, dai dolci lineamenti, illuminato di luce propria che lo rende ieratico tanto che il suo perizoma riflette il rosso del mantello sorretto da uno dei tre angeli.

Sul lato Giovanni, giustamente in ombra, perchè da questo momento la sua missione di preparazione al Regno è terminata; reca in mano un cartiglio, simbolo dell’Antico Testamento, dell’Antica alleanza anch’essa conclusasi.

Sulla sinistra gli angeli, sono tre;  la loro presenza, non menzionata da nessun vangelo né dagli apocrifi, ha un rimando liturgico: durante i battesimi un diacono assisteva il vescovo, tenendo il crisma e rivestendo poi i catecumeni con la veste bianca. Il numero è da leggere in chiave trinitaria e in riferimento all’incontro di Abramo con i tre angeli alle querce di Mamre. Nel capolavoro del Bellini essi non reggono i vestiti del Cristo, come in altre opere parallele, ma due grandi mantelli blu e rosso. Ancora una volta un simbolo cristologico: si riferiscono alla duplice natura del figlio di Dio, umana e divina.

Un altra particolarità: Gesù non è immerso, come lo schema tradizionale dettava, nelle acque del Giordano; queste si sono ritirate al passaggio del Signore, così come si ritrassero nell’Antica Alleanza al passaggio del popolo eletto durante la fuga dalla schiavitù egiziana. Ancora un rimando sacramentale: il battesimo è un evento liberatorio; ci rende liberi dal peccato perchè ci innesta in Cristo come i tralci alla vite, iniettandoci linfa nuova.

Sulle rocce, al lato di Giovanni, è visibile un pappagallino, simbolo mariologico. Quest’altro particolare è importante perchè collega questo evento ad un altro: l’Annunciazione. In entrambi c’è un incontro tra il divino e l’umano, in entrambi agisce lo Spirito del Signore.

Ed infine l’ultimo particolare: la figura del Cristo delinea l’asse principale dell’opera lungo la quale è raffigurato Dio Padre che, squarciando i cieli, effonde lo Spirito. L’accostamento al profeta Isaia O se tu fendessi i cieli e scendessi! » (63, 19) è facile.  
 Il cielo, emblematico simbolo della dimora di Dio, squarciandosi, lascia apparire il mistero nascosto. Ma perché mai lo Spirito discende sotto forma di colomba? Molti sono gli accostamenti suggeriti dagli studiosi. Il più probabile è l’allusione al racconto della creazione dove si legge che Lo Spirito di Dio volava sulle acque. Ma questa manifestazione divina ha come referente  Gesù. È sopra Gesù che discende lo Spirito, è a Lui che si rivolge la voce del Padre. 
La discesa dello Spirito e la voce del Padre fanno della scena del Giordano,  una teofania della Trinità. L’Assoluto sussiste in tre Persone!

Una famiglia come tante

La Sacra Famiglia

La Festa della Sacra Famiglia è celebrata dal XVII secolo. Istituita perchè la famiglia di Nazareth sia da esempio ed impulso all’istituto della famiglia, cardine del vivere  cristiano e sociale.

Moltissime sono le raffigurazioni artistiche, in tutte le epoche e con tutte le varianti. Tre persone, tre ruoli, uniti da un unico inconfondibile legame: l’amore.

Bartolomé Esteban Pérez Murillo, uno degli artisti più famosi del barocco spagnolo, dipinse la Sacra Famiglia, oggi custodita al Museo Del Prado, nel 1650. Non a caso chiamato il ‘pittore della dolcezza’, fissò con il suo genio artistico una serena scena familiare intorno a Giuseppe, Maria e al Bambino. Una condizione quotidiana scelta da Dio  per mandare suo Figlio. Niente di più normale e al contempo di più sacro.

E’  come uno scatto fotografico in un momento di intimità quotidiana;  una casa semplice e povera, che funge anche da bottega di falegnameria. Maria, stranamente in secondo piano, sta avvolgendo in un gomitolo il filo che si srotola dall’arcolaio; ai suoi piedi la cesta di vimini con i panni da rammendare. Il centro della scena invece è occupato da un giovane Giuseppe, anche qui particolare quasi inedito, che si è allontanato momentaneamente dal banco di lavoro  che s’intravede alle sue spalle, per giocare un po’ con suo figlio, Gesù. Le gambe del giovane padre sono coperte da un mantello rosso. Colore simbolo della Umanità del Cristo ma anche della sua passione per gli uomini. Giuseppe in questa icona diventa quasi come la greppia che delicatamente e discretamente accoglie il Dio Bambino.

Il bambino, a sua volta gioca con un cagnolino e con un uccellino che tiene stretto nella mano. Ecco, proprio questi due ultimi particolari, quasi secondari, diventano il fulcro a partire dal quale si può leggere il messaggio Teologico che l’artista ci dona.

L’uccellino, un pettirosso, tanto utilizzato dai vangeli apocrifi,  rappresenta la Redenzione, il cagnolino la fedeltà e l’obbedienza a ciò che verrà. Il Cristo, il Messia, si è incarnato nella quotidianità nascosta e apparentemente banale, per offrire a tutti coloro che gli saranno fedeli, che crederanno in lui, la vita eterna.

Come questa famiglia, da quel momento tutte le famiglie cristiane diventano ‘luogo teologico’ perchè segno dell’amore universale di Dio.  San Giovanni Paolo II, in una Catechesi del Mercoledì, affermava che la famiglia è chiamata a riflettere, nel calore delle relazioni interpersonali dei suoi membri, un raggio della Gloria di Dio.

Buon Natale

La verità è sorta dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo (Sal 84, 12).

Il Cielo si congiunse definitivamente con la Terra

La giovane donna di Nazaret

L’Angelo del Signore fu mandato in Galilea… a Nazaret, piccolo ed insignificante villaggio oltre il mare di Galilea, da una giovane donna, quasi una fanciulla. Non Gerusalemme, non il Tempio, non un sacerdote! Lontano da ogni curiosità, nel nascondimento totale, illuminato solo dalla luce celeste, avvenne l’Inatteso:  il Cielo si congiunse definitivamente con la Terra.

Nell’ammirare l’affresco di Jacopo Carrucci detto il Pontormo, sembra poter vivere quell’istante, quell’atmosfera. E’ situato in Santa Felicita, una chiesina oggi poco famosa, oltrArno, quasi nascosta dalle preziose gemme architettoniche fiorentine. Era il 1525 e il pittore ricevette l’incarico da Federico Capponi di decorare l’edificio appena acquistato e che doveva servire come cappella funeraria familiare.

Sulla controfacciata della Chiesa, separati da una vetrata si scorgono i due protagonisti:  l’arcangelo Gabriele  a sinistra, la Vergine a destra. Il pittore fiorentino non rappresentò l’annuncio dell’Angelo, ma l’attimo immediatamente successivo al fiat di Maria. Infatti Gabriele non si rivolge più a lei ma, con una complessa torsione del collo ha il viso rivolto  alla luce divina che non è dipinta ma si irradia, in modo naturale, dalla finestra.

L’arcangelo, avvolto in un vaporoso mantello color arancio, gonfiato da un’impercettibile massa ariosa, sfiora la terra; la sua veste dal colore tenue è cangiante di luce.  E’ il Messaggero di Dio, è colui che è venuto ad annunciare l’Inizio dei nuovi tempi. Rallegrati, piena di grazia….Con queste parole Egli saluta, in nome di Dio, Maria, umile, semplice, fanciulla, sulla quale l’Altissimo si è degnato posare lo sguardo, trovandovi la sua compiacenza.

Ed eccola, dall’altro lato della vetrata, Maria. E’ anch’essa caratterizzata da giochi di  volumi, di colori, con altrettanti effetti di luce. Ma sono due i particolari che colpiscono di più; anzitutto l’estrema semplicità: non c’è ricercatezza di lineamenti o di espressione, che caratterizzano solitamente opere con tale soggetto. Maria è una ragazza come tante altre! E’ l’umano più comune, più ovvio e forse più banale che Dio ha scelto. Secondo particolare  è il forte legame che ha con la terra. Essa tiene il manto azzurro con un presa salda della mano e vigorosamente solleva la gamba per salire il gradino. La Terra e il Cielo si incontrano, si uniscono, l’Una diventa grembo accogliente per l’Altro. L’inverosimile sta accadendo proprio in questo momento.

Maria è l’ultimo testimone che la liturgia ci fa incontrare prima del santo Natale; lei è la più profonda e più radicale via dell’Avvento.Il candelabro che si intravede alle sue spalle è simbolo dell’Antico Patto ormai conclusosi. Maria,  custodendo nel suo grembo il Dio Bambino, la Parola vivente, è Arca della Nuova Alleanza che offre, ancora oggi, a tutti gli uomini di Buona Volontà.

 

Giovanni il Battista

Giovanni, colui che battezzava nel deserto

Questa settimana l’attenzione è rivolta a Giovanni, il Battista.  Coetaneo e parente di Gesù è considerato l’ultimo dei profeti e il primo dei martiri della fede cristiana. Giovanni fa da ponte tra le due età sub lege e sub gratia; sulla scia del 
Deuteroisaia, invita ad accogliere il Signore che viene, a liberarsi dal dominio della legge per accogliere la Grazia che salva.   Egli gridò queste cose, non si limitò a discuterne, le annunciò con impeto, con convinzione, perfino nel deserto.

L’opera del pittore calabrese Mattia Preti, fissa l’atteggiamento del Battista: posto al di sopra degli altri personaggi è talmente coinvolto e convinto di ciò che dice che il suo corpo è teso, vibrante, persino il mantello, rosso in riferimento al martirio che subirà il profeta, trasmette, con il suo celere movimento, l’energia con cui il Figlio di Elisabetta annunciava l’inizio del Regno. Il cartiglio, quasi prolungamento naturale della sua persona, riporta l’estrema sintesi del suo messaggio: Ecce Agnus Dei! Non c’è più tempo, non possiamo più perdere tempo: la Salvezza è qui, è prossima, più vicina di quanto immaginiamo.

Lungo le sponde del Giordano, presso Betania, egli invita le persone a convertirsi attraverso un gesto purificatorio nelle acque fluviali. Nel culto ebraico il lavacro 
di purificazione era molto conosciuto; nella vita civile e religiosa era un rito simbolico di 
passaggio dalla 
schiavitù alla libertà. Il battesimo di Giovanni è ancora fatto con acqua ma si distacca dai vecchi riti: non pretende di iniziare qualcosa di nuovo, ma esprime l’atteggiamento di 
adesione alla luce e alla vita che viene dal Messia.  Eppure tale invito non è rivolto solo ai contemporanei dell’ultimo profeta, ma a tutti gli uomini. Questo concetto il pittore lo ha espresso attraverso lo sguardo del battista, che non è rivolto verso il basso, verso gli altri personaggi, ma all’interlocutore della tela. E’ proprio quello sguardo il fulcro intorno al quale si sviluppa tutta l’opera.

Ma dove è il Messia? Nell’opera del Preti, Giovanni non indica l’agnello, simbolo cristologico famoso, ma il cielo,  posto sulla stessa diagonale ma dal versante opposto. Il Battista indica il raggio di luce che squarciando la nuvola illumina tutta la scena, la sua stessa persona, fino ad arrivare all’agnello. Questo perché Giovanni  non era la Luce, ma era venuto per dar testimonianza alla luce, all’Inatteso, al totalmente Altro, che seppure  inosservato è già in mezzo 
al popolo.

Il profeta della speranza

Isaia il poeta

Nelle domeniche che ci separano dal Natale la Liturgia della Parola propone tre personaggi biblici: Isaia, Giovanni Battista e Maria. Ciascuno, a suo modo, ha svolto un ruolo fondamentale nella Storia della Salvezza.

Il grande protagonista di questa settimana è Isaia con il suo Libro delle Consolazioni, citato anche dall’evangelista Marco. In realtà l’autore di questa sezione del  monumentale scritto profetico, è sconosciuto: del Secondo Isaia non si conosce nè il nome nè il luogo di origine. E’ l’anno 538, Ciro, re dei persiani, concede agli ebrei esiliati in Babilonia il permesso di ritornare nella loro terra. Ma come? Non è un’impresa facile attraversare il deserto che divide Babilonia da Gerusalemme; ma da qualche tempo ha cominciato ad imporsi, tra il ‘resto dell’antico popolo’  una voce che consola, che con gioiosa speranza annuncia l’inizio di un nuovo giorno; che convince ed aiuta ad inventarsi quell’arduo ed impensabile percorso, a rivivere un nuovo esodo, per ritornare nell’antica terra.

L’opera che vi propongo di ammirare è un particolare dell’affresco michelangiolesco nella Cappella Sistina.

 Tra i Veggenti affrescati sul soffitto della Cappella Sistina Michelangelo collocò anche il grande Isaia. E’ raffigurato in modo originale: posto seduto su grande ed ampio trono adornato da finti altorilievi raffiguranti due coppie di putti in varie posizioni. Ma un fanciullo riccioluto lo distrae dalla lettura in cui è assorto per indicargli qualcosa che sta accadendo o qualcuno che sta arrivando. Isaia è scosso e si volge di scatto.

Il dinamismo della scena è ben rappresentato dal mantello, azzurro con una fodera verde, gonfio per il movimento celere avvenuto. Ciò che stava leggendo deve essere importante: tutto il suo corpo esprime una tensione che pulsa dal di dentro: lo sguardo che ancora è preso dalla lettura, la fronte aggrottata, lo spasmo di tensione che arriva fino ai piedi incrociati. Isaia, pur distratto da quel richiamo, non chiude del tutto il grande libro, ne mantiene il segno con un dito…per ritornare in seguito alla lettura. Ma cosa c’è in qual grande codice? E’ la lieta notizia che lui è chiamato ad annunciare e che sta arrivando. E’ il tempo della consolazione quando Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.

 

 

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Marco

Giovanni chiamato Marco

Inizia, con la prima settimana di Avvento, un nuovo anno liturgico scandito da brani tratti dal Vangelo secondo Marco. Missionario e compagno degli apostoli Paolo e Pietro, viene presentato come interprete dell’ultimo: il Principe degli Apostoli scelse il giovane “Giovanni chiamato Marco”come suo scriba.

Il Vangelo di Marco è il più breve ed è ritenuto il più antico. Fu redatto attorno al 70 d.C. e usato come fonte da Matteo e Luca.

L’iconografia marciana è documentata fin dal IV secolo nell’arte plastica e monumentale. La raffigurazione più antica dei quattro evangelisti, anteriore al 340, è situata nella catacomba di Marco e Marcellino. Vi si scorge Cristo, assiso in trono con quattro personaggi. Non essendoci nessun riferimento esplicito ai santi agiografi, non possiamo identificarli con certezza.

Questa preziosissima miniatura appartenente al Codex Purpureus Rossanensis è  il ritratto più antico di Marco, nell’atto di scrivere il suo vangelo, presente in un codice antico e giunto fino a noi.

Possiamo ammirare una struttura architettonica complessa: sopra un piedistallo a tre gradini poggiano due colonne con i capitelli lavorati e aurei; al di sopra di esse è posizionato un architrave aureo a sua volta sovrastato da due piramidi e nel mezzo una grossa conca, anch’essa lavorata con delle scanalature di vario colore.  L’elegante edicola  ha un chiaro significato simbolico: le due colonne, l’architrave e la cupola sono i principali componenti del tempio. Per la tradizione scriptoria ebraico-cristiana, tale struttura assumeva due significati principali: di riverenza e venerazione verso il personaggio che inquadrava, di riferimento all’economia della Rivelazione di Dio.

Ma notiamo un particolare curioso: due finestre, poste in alto, da cui traspare il cielo.  Viene in mente  il versetto del profeta Isaia: I cieli saranno arrotolati come un libro. Un’ analogia cara anche a sant’Agostino che nelle sue opere afferma: si citano i cieli per intendere allegoricamente i libri [Enarrationes in Psalmos, 8.]. Partendo da questo parallelismo non sarà troppo azzardato considerare le due finestre riferimenti allegorici ai  due Testamenti: l’Antico e il Nuovo e la loro profonda armonia; infine le due tende aperte fanno intendere la loro rivelazione e attuazione completa.

All’interno della struttura, su una sontuosa sedia con spalliera alta, siede l’agiografo: indossa la tunica, l’himation, è nimbato e poggia i piedi su uno sgabello. Sulle ginocchia tiene un lungo rotolo sul quale, con uno stilo, sta scrivendo:

ΑΡΧΗ ΕΥΑΓΓΕΛΙΟΝ ΙΥ ΧΥ ΙΟΥΟ ΤΟΥ ΘΕΟΥ.

E’ l’evangelista Marco intento a scrivere l’inizio del suo vangelo. L’artista teologo é  riuscito a rendere evidente lo sforzo dell’evangelista che procede nel suo lavoro: è molto concentrato ed assorto.

In secondo piano c’`e l’occorrente per scrivere: il calamaio con il coperchio su un lato e tre stili intinti.

Di fronte appare una donna, avvolta in un mantello, gli sorride mentre con l’indice e il medio della mano destra indica la pergamena. E’  la Sapienza di Dio che, mediante il Cristo, illumina l’agiografo ‘dettandogli’ la Buona Novella. Intendendo, il verbo dictare secondo l’interpretazione patristica, come un dire intenso, autorevole, nitido e profondo.

Un particolare curioso, di difficile definizione, è raffigurato in corrispondenza della spalla destra dell’evangelista; in prima istanza si è portati a confonderlo con una macchia generata, nel corso degli anni, dall’umidità, ma osservando con attenzione si capisce che ha il contorno ben definito e ricalcato con una linea scura. E’ colorato con una tonalità di rosso, somigliante al colore purpureo dell’intera pagina, eppure è etereo e trasparente tanto da lasciare trasparire il corpo dell’evangelista. Infine si scorge all’estremità inferiore la forma di una mano che indica il rotolo su cui Marco sta scrivendo.

Siamo di fronte ad un antropomorfismo riferito a Dio. Infatti la scena, apparentemente semplice, è  invece articolata da una corrispondenza gestuale e compositiva: il particolare appena descritto si sviluppa specularmente al braccio della figura femminile formando un triangolo il cui vertice inferiore cade sul rotolo del Vangelo.

La figura, così formata, rimanda a quei testi biblici che citano, al plurale, le mani di Dio. Immagine utilizzata anche dai Padri  nella ricerca di “tracce”del mistero della Trinità nell’Antico Testamento.  Brachia Dei Patris Filius eius et Spiritus sanctus inlelliguntur [ Eucherio, Formularum spiritalis intelligentiae, I.].

 

Cristo Re dell’Universo

Il Pantocratore

L’anno liturgico si conclude con la festa Cristo Re dell’Universo.  Essa fu istituita dal papa Pio XI  con la promulgazione dell’enciclica Quas primae   l’11 dicembre 1925.

E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. (Pio XI, Quas Primae)

Da un punto di vista iconografico l’immagine che più di tutte le altre  raffigura  questa verità di fede è quella del Cristo Pantocratore. Tra le tantissime opere con tale soggetto vi propongo di ammirare il meraviglioso mosaico presente nel Duomo di Monreale.

«Il Παντοκράτωρ, é una raffigurazione di Gesù tipica dell’arte bizantina che, a partire dal VI secolo, é presente in tutti i settori dell’arte: avori, smalti, opere a sbalzo, miniature, cicli affrescati e mosaicali aurei. In verità con tale termine si indica, in modo generico, un’ampia varietà di rappresentazioni del Cristo, riscontrabili fin dagli ultimi anni del IV secolo. Sulla scia delle scene della corte imperiale Gesù viene ritratto in atteggiamento maestoso e severo, a volte seduto su un trono, nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra, mentre spesso con la sinistra regge il libro delle Sacre Scritture .

Riguardo al termine non è facile determinarne il significato preciso. Probabilmente sconosciuto al mondo greco classico, è caratteristico invece in ambito religioso: lo ritroviamo in papiri magici e iscrizioni epigrafiche riferite al culto di divinità egizie.

Ma è in ambito giudeo-ellenistico che ha trovato le sue origini: ricorre circa 180 volte  nella versione greca veterotestamentaria dei LXX risalente quindi al III secolo a.C.

E’ spesso associato a titoli divini tra cui Κύριος, θεός ed inserito in contesti di preghiera o comunque teso a sottolineare l’intervento salvifico divino. Nel NT lo ritroviamo invece solo 10 volte e, tranne il riferimento nella lettera ai Corinzi, tutte in contesto apocalittico. In quasi tutti i casi è menzionato in un contesto di giudizio che sottolinea la vittoria di Dio contro i suoi nemici. Così come nell’Antico anche nel Nuovo Testamento il termine non è mai usato da solo.

Ecco perché più che un nome il termine è una interpretazione teologica di Dio, ha una sua Weltanschaulich e presuppone un concetto universalistico, cosmico della potenza divina.

Oltre alla letteratura biblica dei LXX, i Padri … furono influenzati dalla filosofia ionica e stoica che, riferendosi al significato di κρατεω, ne mise in risalto “la conservazione universale dell’essere”, attuata da Dio che abbraccia tutte le sue creature con la sua  δύναμις” ….Usando l’espressione sintetica di Massimo il Confessore é il centro universale, che contiene, accoglie e circoscrive tutte le cose…

Il termine non trovò lo stesso successo presso i padri latini; in effetti alla base c’era la difficoltà di trovare un termine corrispondente. Quello solitamente usato, omnipotens, in effetti è inadeguato come traduzione.

Nell’organizzazione iconica dello spazio liturgico, il Pantocratore fu posto al centro, nel posto più alto della chiesa, ovvero nella calotta della cupola centrale o, a volte, nei catini absidali….Luogo in cui divino e umano, due realtà irriducibili, si incontrano nel sacrificio dell’Eucarestia concretamente celebrata. In tale microcosmo simbolico il Pantocratore diventa segno di ricapitolazione cosmica che tutto contiene e tutto ricongiunge a sé come suo inizio e fine».

Da ANNA CAROTENUTO, Eἰκών: La parola Visiva. Spunti Per una teologia iconica a partire dal Codex Purpureus Rossanensis, Aracne, Roma 2012.

Posted in Post Pubblico

QuanTo Amore

Amore e talenti

L’espressione simbolica più usata, Regno di Dio, corrisponde ad una realtà che travalica tutte le categorie umane. Esso sarà il tempo della totale e piena presenza dell’uomo e del suo universo al cospetto di Dio; quando a ciascuno verrà dato, definitivamente, quanTo amore   sarà riuscito a ‘contenere’ durante la vita terrena, così come i talenti dati ai servi della parabola matteana, ciascuno secondo la propria capacità.

E’ nell’oggi quindi, nella nostra libera quotidianità che siamo chiamati a costruire il nostro futuro ultimo.   A Dio toccherà ‘solo’ trasformare il nostro tempo in NON tempo, in eternità.

 Sarà giustizia pura. Sarà il Giudizio finale!

L’opera che vi propongo di ammirare  è ‘La pesatrice di perle’ di Jean Wermeer.

Ad un primo sguardo sembra un’opera che niente ha  a che vedere con la tematica escatologica. Invece essa  è prova del sottile espediente ideato dagli artisti protestanti che, non potendo raffigurare esplicitamente tematiche  religiose, le rendevano presenti attraverso una serie di particolari. In questo caso  sul fondo è raffigurato un elemento molto importante,  un quadro nel quadro: è un giudizio universale.  Fornisce la chiave di lettura della raffigurazione: l’evento ultimo.

Nella stanza, illuminata da una luce proveniente dall’esterno, c’è una donna, è incinta, ha una bilancia in mano e sembra prossima a pesare dei gioielli che fuoriescono da varie scatole.

 Nell’ammirare questa meravigliosa tela, sembra intravedere la donna citata nel poema acrostico del libro dei Proverbi e che oggi la liturgia ci propone. Il piccolo brano biblico non esalta la bellezza della donna ma ciò che fa. L’attenzione si concentra sulla sua instancabile attività.  Essa è paragonata a perle preziose che appaiono anche nel quadro.

In mano la donna ha una bilancia. Simbolo della giustizia, sembra  richiamare  la teoria della psicostasi, nata in epoca medievale ma comune a molte religioni, secondo cui  l’arcangelo Michele, incaricato direttamente da Dio, peserà le anime per separare quelle giuste da quelle peccatrici. Nel quadro  l’intervento divino è reso visibile dal raggio di luce che illumina l’oggetto.

Infine sul tavolo è adagiato un enorme telo blu. Il colore simbolo della trascendenza, del mistero divino. Quel piano di legno diventa allora il ‘luogo’ ove il Giudizio definitivo avverrà,  il ‘luogo’ in cui il tempo si trasformerà in metatempo, il seno di Abramo  dove la misericordia di Dio Padre  ci avvolgerà…per sempre.

Un corteo nunziale

Dieci

Questa domenica la Liturgia della Parola ci presenta una delle pagine neotestamentarie più famose: la Parabola delle dieci vergini. Ai tempi di Gesù  era consuetudine che lo Sposo raggiungesse la sua sposa nella casa paterna, accompagnato da un corteo di giovani fanciulle. Ma nel racconto,  per la conseguenza tragica di una scelta, il gruppo vergineo si frantuma in due: elementi eterogenei ed addirittura opposti definiscono l’epilogo diverso a cui approderanno.

Ammiriamo la parabola grazie ad una preziosa miniatura del   Codex Purpureus Rossanensis, un prezioso evangeliario risalente al V secolo e custodito a Rossano Calabro.

(questo post è un  estratto di: A. Carotenuto, Eikon: La parola Visiva. Spunti Per una teologia iconica a partire dal Codex Purpureus Rossanensis, Aracne, Roma 2012).

Al centro della Tavola è  raffigurato un magnifico portone a due battenti, che divide  tutta la scena in due parti. A sinistra ci sono cinque donne sontuosamente vestite con tuniche lunghe e mantelli di vario colore: ostentano ricchezza e potere; la prima bussa con la mano destra alla porta mentre con la sinistra regge una fiaccola che si intravede sopra la spalla sinistra: è ormai spenta. La seconda e la terza fanciulla hanno nella mano sinistra un’ampollina per l’olio vuota mentre nella mano destra la fiaccola quasi spenta; la quarta è  posta in secondo piano per cui non si scorgono le braccia, l’ultima ha un gesto di sconforto per la fiaccola ormai spenta che ha gettato per terra mentre regge ancora, con la mano sinistra, l’ampollina vuota.

A destra della porta c’è un uomo: è lo sposo. Ha il volto di Cristo; vestito  con una tunica blu e l’himation; ha la testa nimbata e la mano destra alzata come per sbarrare la strada.

Davanti a Cristo c’è un albero, dietro invece altre cinque donne, vestite tutte di bianco con strisce verticali colorate; hanno tutte nella mano destra la fiaccola ben accesa che illumina tutta la scena che avviene di notte; di tre è visibile la mano sinistra che regge l’ampollina con l’olio; si dirigono tutte verso destra. Dietro di esse, sullo sfondo c’è una foresta di alberi da cui spiccano frutti rossi, all’estremità destra invece, una roccia da cui sgorgano quattro sorgenti di acqua che si uniscono in un solo fiume.

Fin da una prima ed immediata visione della miniatura, risulta evidente che essa  non è solo la rappresentazione didascalica del brano scritturistico ma lo interpreta.  Il miniaturista ha arricchito l’illustrazione con una serie di particolari non solo presenti nel testo scritto ma ricavati anche da quell’insostituibile patrimonio spirituale che scaturisce dall’interpretazione mistagogica patristica. Un vero e proprio “lavoro” teologico.

La scena illustra con particolare incisività l’istante cruciale del racconto: è il momento in cui gli opposti vengono divisi dalla volontà divina. Il gesto ne richiama immediatamente un altro simile: quello genesiaco in cui il creato scaturì dalla distinzione degli opposti [Gen 1,1-ss]. Dall’immagine traspare la precisa volontà di dividere in due, in modo netto, l’unica scena; il fulcro attorno al quale ruota tutto è la magnifica porta presente al centro della Tavola: a partire da essa c’`e un “dentro” e un “fuori”, una “destra” e una “sinistra”, uno “stare con Cristo” o “senza di Cristo”. Una tesi avvincente sostiene che, tale icona, sia probabilmente il prototipo che verrà utilizzato per rappresentare il giudizio universale e la divisione netta dei dannati, a sinistra, dagli eletti, a destra.

Chi sono le vergini? 
Non ci è data l’individuazione delle singole persone: sia il vangelo che la miniatura si riferiscono in modo generico ad un gruppo,  originariamente ed apparentemente omogeneo. Secondo l’interpretazione più comune la parabola si riferisce ad una riflessione sulla vita cristiana in cui si esorta il fedele alla vigilanza per il definitivo incontro con Cristo.  Le vergini sarebbero la rappresentazione simbolica della comunità cristiana.  Lo studioso Joachim Gnilka Gesù l’avrebbe raccontata al suo uditorio  per sottolineare la gioia di stare con lo sposo.

La verginità simboleggia la condizione che qualifica il cristiano in quanto tale. Una verginità non solo o unicamente fisica, ma che riguarda la totalità della persona. La verginità evangelica va intesa come disposizione di totale fiducia e orientamento della persona a Dio. Quando il credente riesce ad impostare la sua vita su questo imperativo categorico, allora diventa saggio, se invece pone unicamente se stesso, il suo ego  a misura di tutte le cose, allora diventa stolto.

Il miniaturista è  stato capace di dare forma e colore a questi due atteggiamenti: il primo con vestiti ricchi e sontuosi, simbolo della spavalderia e della vanagloria di cui l’uomo è  capace persino facendo opere buone, il secondo con candidi e semplici vestiti deaurati simbolo non tanto della purezza quanto di una vita vissuta nel timor di Dio. Il colore evanescente diventa qui segno di una luce interiore sfolgorante, di un candore dell’anima proprio del credente che vive secondo i canoni evangelici. Tale interpretazione ricorda un brano di Clemente che, nel parlare dell’anima dice: Ecco una veste: prima era lana greggia; fu poi cardata e divenne filo per il tessuto ardita; fu poi tessuta, Cos`ı l’anima va preparata prima e variamente lavorata se deve essere condotta alla perfezione. (Stromata, VI,12, in PG 9, 312 C; SC 446, pp.244-245).

Ma l’attenzione deve essere fissata anche sulle lampade e sulle ampolle con l’olio: le prime non possono illuminare se non alimentate dalle seconde. L’allusione è alla vita cristiana che emana la luce della santità  ma non in modo autonomo, né grazie a  meriti personali, bensì in forza della Grazia comunicata da Cristo.

Cosa c’è  dietro la porta? Un giardino fiorito e rigoglioso, ricco di acqua e di alberi colmi di frutta: è l’Eden. Ma c’è anche lo sposo, quindi siamo nella casa nuziale. Ovvio allora l’imperativo di trasposizione: la casa dello Sposo è  il paradiso!

L’immagine neotestamentaria di Cristo Sposo si pone in continuità con la tradizione veterotestamentaria che ci mostra l’Alleanza di Dio con Israele descritta con categorie nuziali. Il diletto è  un concentrato di bellezza, bontà  e grazia.

Ma lo sposo compie un gesto particolare: blocca il passaggio alle vergini stolte. E’ Sposo ma anche Giudice perché formula la sentenza di rinnegamento sconfessando le ragazze stolte.

Subito dietro la porta e, accanto allo sposo-Gesu`, troviamo un albero. Senza problemi possiamo identificarvi l’albero della vita descritto dal secondo racconto della creazione (Gn 2,9). Altrove, nel Cantico dei Cantici, è lo sposo stesso ad essere paragonato ad un albero: Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani. Dalla sintesi di entrambi le tradizioni nasce l’amata tendenza patristica di associare l’albero genesiaco all’albero della croce.

In secondo piano la Tavola riporta  una serie di alberi carichi di frutti, anch’essi non esclusi da un’interpretazione simbolica generale. E’ opportuno infatti il rimando ad un passo dell’In Canticum origeniano dove l’alessandrino identifica gli alberi con tutti gli uomini, specificando che ci sono tre categorie di uomini: quelli che non producono frutto, quelli che rendono frutti cattivi e quelli che invece rendono frutti buoni.

Infine la roccia da cui sgorgano i 4 fiumi rimanda senz’altro al racconto generico: Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino poi di l`ı si divideva a formare quattro corsi. I padri amavano indicare, in questa immagine, i quattro evangelisti.

 

Apparire o essere?

Il credente autentico

Nel vangelo di questa domenica Gesù affronta una questione di fondo: chi è il credente autentico? Colui che ‘spende’ la sua esperienza religiosa nell’osservanza meticolosa di regole e precetti, convinto di essere giusto e vicino a Dio che, in cambio,  ‘gli deve’ la salvezza? Il Nazareno prende posizione nei confronti dei Farisei e riporta, come esempio, l’atteggiamento dei sacerdoti dell’Antico Testamento: Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo; ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.  Tutto quello che è un semplice apparire, una maschera, non ha nulla di cristiano. Chi desidera una vita autentica deve conformare la propria esistenza a Cristo. Non apparire ma essere!

Possiamo contemplare questa Parola attraverso  un dipinto di Lorenzo Lippi, Donna con Maschera,  custodito al Museo di Angers.

Una donna, una maschera e una melagrana. Pochi elementi che non hanno nessun riferimento al sacro, eppure raccontano una storia… sacra.

La giovane e bella donna indossa un vestito blu; le spalle sono coperte da uno scialle trasparente e i capelli sono nascosti sotto un velo. Il viso è impassibile. Tiene, con la mano destra, una maschera, su cui posa un dito,  un gesto che sembra intimare il silenzio. La maschera, ha i colori della vita: la carnagione rosea, le labbra rosse e le guance colorate. Una falsa passione che contrasta con il viso impassibile e pallido della donna! Infatti gli occhi della maschera sono buchi neri, il vero sguardo è sul volto della giovane. Pur celando  qualsiasi emozione è vivo! E’ la vera vita! Fin qui l’opera sembra raccontare l’allegoria della simulazione.

Ma c’è dell’altro. La vera storia è rivelata attraverso quella melagrana matura  che la giovane  porge  con la mano sinistra. Il frutto è un simbolo già presente nell’Antico Testamento:   è uno dei frutti che la Terra Promessa produce in abbondanza, garantendo la vita.   Nel  Cantico dei Cantic è simbolo dell’amore fecondo e dell’intensa relazione tra l’amato e l’amata: come spicchio di melagrana è la tua tempia dietro il tuo velo (cfr. 4,3; 6,7). Da qui il passaggio ad una valenza ecclesiologia è semplice. Sant’Ambrogio nelle sue opere afferma: la Chiesa, a somiglianza della melagrana, è speciosa per il sangue dei martiri e soprattutto è Christi cruore dotata. La molteplicità dei suoi chicchi racchiusi in un’unica scorza si presta a simboleggiare l’Unica Chiesa di Cristo formata dalla molteplicità dei battezzati. Il colore rosso vivo, rimanda alla linfa di cui si nutre la Sposa di Cristo: l’amore misericordioso di Dio.

Non sono le grandi opere, non una cultualità individuale, scandita e ordinata dall’abitudine, ma una vita fatta di gesti concreti  che affondano le radici nell’amore misericordioso di Dio che si svela e si fa raggiungere attraverso la sua Chiesa!

 

 

 

 

La festa di Tutti i Santi

Il Paradiso, dimora dei Santi e Beati

Papa Gregorio III, nell’835, scelse il 1 novembre come data dell’anniversario della consacrazione di una cappella a San Pietro alle reliquie dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo.

In verità la Festa di Ognisanti ha radici più antiche; probabilmente risale al IV secolo quando, in varie Chiese, sopratutto in Oriente, cominciarono le commemorazioni dei martiri. A Roma,  il 13 maggio 609 o 610, il papa Bonifacio IV, istituì la dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres, ovvero l’anniversario della trasformazione del Pantheon in chiesa dedicata alla Vergine e a tutti i martiri.

Più tardi, nel 998, Odilo abate di Cluny aggiungeva la celebrazione, nel giorno seguente, della festa di tutte le anime a soddisfare l’aspirazione generale per un giorno di commemorazione dei morti. Papa Benedetto XV, al tempo della prima guerra mondiale, giunse a concedere a ogni sacerdote la facoltà di celebrare «tre messe» in questo giorno.

  • Salterio di Aethelstan (Londra, BL, Cott. Galba A.XVIII) Foglio 1
  • Salterio di Aethelstan (Londra, BL, Cott. Galba A.XVIII) Foglio 2
  • Giusto de Menabuoi, Paradiso, Battistero di Padova, XII secolo.
  • Giovanni da Modena, Paradiso, Basilica di San Petronio, 1410, Bologna
  • Jacobello da Fiore, Incoronazione della Vergine, 1438, Venezia.
  • Beato Angelico, Giudizio Universale,1431, san Marco Firenze.

Iconograficamente abbiamo lo stesso sviluppo della festa. Inizialmente appare, ma molto raramente, l’ immagine dei cori dei santi riuniti intorno alla figura divina. Come esempio possiamo ammirare Il Salterio di Aethelstan (Londra, BL, Cott. Galba A.XVIII), eseguito tra il 925 e il 939 a Winchester, mostra raffigurati su due carte (cc. 2v, 21r), i cori celesti intorno a Cristo, secondo una tipologia molto importante nella liturgia (angeli, patriarchi, profeti, apostoli, martiri, confessori, vergini).

Con la definizione della Liturgia di Ognissanti, nel X secolo, i cori celesti vengono legati più strettamente al contesto apocalittico: sono in questo caso collocati nella Gerusalemme celeste, in un’immagine che si riferisce all’Adorazione dell’Agnello. Le immagini della corte celeste rimangono però ancora rare.

Bisogna arrivare al XIV secolo quando, tale raffigurazione  si affermò in rapporto con il Giudizio universale.   I santi sono integrati ai cori angelici e raccolti intorno alla Maestà della Vergine o di Cristo  o intorno all’Incoronazione della Vergine. Senza scomparire del tutto, le classificazioni dei cori celesti appaiono messe in scena in maniera più fluida e lasciano il posto in primo luogo all’individualità dei santi e degli eletti che si afferma all’interno di un ordine ecclesiale solidamente gerarchizzato. Diventerà il principale modo di raffigurazione del paradiso. Pur attraverso forme storicamente e geograficamente variabili, va sottolineata la portata ecclesiologica di tutte le rappresentazioni: è la Sposa di Cristo che, alla fine dei Tempi, si unirà al suo Sposo per l’Eternità.

Ama Dio e Ama il prossimo

Il Signore è mia rupe

A Gesù viene fatta l’ennesima domanda banale quanto insidiosa. La sua risposta ‘sembra’ altrettanto scontata: riconferma quanto detta l’antica legge: Ama Dio e Ama il prossimo. Dove sta la novità?

Egli accompagna la proclamazione della sacra regola con altre parole:  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Eccola la novità rivoluzionaria!

L’antica Legge ‘diluiva’ le dieci parole che YHWH aveva consegnato a Mosè in  ben 613 precetti. Di questi 365 erano proibizioni: uno per ogni giorno dell’anno. Tutti gli altri, corrispondenti al numero delle ossa umane allora conosciute, erano positive. Un vero e proprio labirinto!  Inoltre, poiché la maggioranza delle persone  credeva che l’intero corpus etico provenisse direttamente da Mosè,  chi non lo ricordava tutto era considerato irrimediabilmente ‘stolto’.

Gesù proclama il grande ed unico comandamento: amare Dio. Fare del Padre il baluardo di riferimento,  la  roccia su cui costruire la propria vita. Sant’Agostino diceva:  Ama Dio e fa’ ciò che vuoi! L’ invito è valido per tutti gli uomini, di ogni tempo. Il vero credente è colui che fa del Padre la rupe da cui osservare la propria esistenza. E’ quanto suggerisce il salmo 17.

Ecco perché vi invito ad ammirare un capolavoro di Paul Cezanne, La rupe rossa.

La grande roccia rossa, in primo piano, ben squadrata, è la rupe. Essa si erge verso l’alto, verso il nitido cielo azzurro. Funge  da sipario a tutto il paesaggio retrostante, dà la misura delle realtà che vi sono poste, serve da riferimento per la giusta prospettiva.  E’ di un colore molto forte, tipico dell’arte di Cezanne  secondo cui il colore è ciò che dà vita: “Non c’è una via per tradurre tutto, per rendere tutto: il colore”.

Un’opera, questa, che di riferimento al brano evangelico non ha nulla, né esplicitamente né implicitamente, ma che può contenere ugualmente quella sensibilità religiosa che ci permette di arrivare all’Altro. Spero di non scandalizzare nessuno, ma mi piace interpretare la rupe di Cezanne  in chiave teologica.  Essa, per quanto solida, non è statica ma libera da sé  un duplice movimento: il primo verticale, verso l’alto, verso il cielo ceruleo… verso Dio! Il secondo orizzontale, verso la vita, rappresentata dal resto del quadro e a cui, dicevamo prima, funge da sipario, da punto focale a partire dal quale ogni cosa assume la sua giusta posizione.    Essere credenti significa fare di Dio il riferimento vitale, a partire dal quale tutte le cose e le esperienze assumono  il loro giusto nome. E poi c’è il colore rosso, forte e deciso, rimanda al colore che, per tradizione,è simbolo dell’àgape evangelica.

Ama Dio e ama il prossimo… Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.. che Cristo ci annuncia.

Date a Cesare quel che è di Cesare

Restituite a Dio ciò che è suo

Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. E’ una frase famosa, attribuibile storicamente a Gesù;  nota a tal punto da essere tutt’ora utilizzata nel linguaggio quotidiano come detto sulla giustizia.

Forse meno noto è il contesto in cui Gesù ha pronunciato tali parole, riportate da tutti i vangeli sinottici. Alcuni farisei ed erodiani pongono a Gesù una domanda capziosa sulla liceità del tributo a Roma.  Si tratta del denarius che tutti gli ebrei dovevano pagare ogni anno all’imperatore. Il problema era molto spinoso e aveva causato non poche ribellioni perché andava oltre l’impegno economico. La moneta d’argento utilizzata,  riportava su una faccia l’immagine dell’imperatore Tiberio, con la scritta Tiberius Augusti filius Augustus, e sull’altra la scritta Summus Pontifex di Dio.  L’imperatore assommava in sé il potere politico e il potere religioso.  Tutto ciò strideva con il rigido monoteismo ebraico che riconosceva in YHWH l’unico Signore.

Gesù, come era solito fare quando intuiva che il suo interlocutore era in malafede, facendosi portare una moneta, risponde a sua volta con una domanda  chiedendo  di chi fosse l’immagine e l’iscrizione. Domanda banale che include esplicitamente la risposta. Infatti secondo il diritto romano, tutte le monete che riportavano l’effige dell’imperatore, gli appartenevano come sua proprietà privata.  Quello che è dell’imperatore, restituitelo all’imperatore... Non dice  “datelo”, ma “restituitelo“, perché è suo, c’è la sua immagine e iscrizione.

‘…Ma ciò che è di Dio restituitelo a Dio’.

Non dimentichiamo però che  Matteo, in questa sezione del  vangelo, sta parlando del Regno di Dio. Probabilmente ha utilizzato la domanda ingannevole posta a Gesù per concludere il suo discorso.  Se nel regno degli uomini, le monete deve essere restituite al legittimo proprietario, di cui  recano l’immagine,  così è anche per il Regno di Dio: deve ritornare al Padre tu ciò che di Lui è immagine: ovvero l’uomo. La potenza della risposta del Nazareno sta nel termine immagine. Il Regno di Dio è aperto a tutti coloro che recano, nella loro natura, l’immagine del diretto proprietario. E’ questa l’altissima vocazione a cui tutti gli uomini sono destinati.

L’uomo è immagine di Dio.   E’ da questo grande assioma teologico che vi propongo un capolavoro di Marc  Chagall che, attraverso il colore, riesce a dire  ciò che fiumi di parole, nel corso della storia della teologia, spesso hanno faticato.

 

Il quadro presenta i protagonisti non individuabili per la loro forma ma per la netta ripartizione cromatica. Adamo è giallo, simbolo della vita e del divino; Eva è verde emblema della semplicità e dell’ingenuità d’animo. Essi, per quanto distinti sono mano nella mano, in segno di complicità e complementarietà, tanto da formare una carne sola. Sono insieme a dare l’idea di Dio. Alle loro spalle l’albero della vita, rosso-arancio e blu, simboli rispettivamente dell’amore e della spiritualità. Ma, oltre i colori c’è un altro particolare che fa delle due figure l’immagine di un Originale. I corpi sono abilmente costruiti con un’unica chiave simbolica ed ideografica: il triangolo. Nella tradizione iconografica tale figura geometrica ha simboleggiato il Dio Trinità. Abbiamo raffigurato un Adamo che in tutte le sue dimensioni diventa immagine, rimando, mimesis del Vero, Unico Dio.

Restituite a Dio ciò che è suo….Gesù invita ciascuno di noi a volgerci verso l’Originale, verso il Principio da cui abbiamo origine e di cui siamo effigie.

Una festa di nozze

…e sarà una Festa senza fine!

L’ottavo giorno, il giorno del Giudizio,  ci spiega Matteo,  sarà bello e gioioso come  una festa di nozze.

L’esperienza di Dio fonda le sue radici negli stessi anfratti dell’esistenza umana dove radica anche l’amore: essa è sconvolgente come un innamoramento, irruente  come il desiderio di donarsi e di vivere insieme.

Andiamo con la mente alla più bella festa a cui abbiamo partecipato, dove  stare insieme ci rendeva  felici, dove nessuna persona a noi cara mancava, dove apparenza e formalità erano  messe in un angolo per far posto solo alla spontaneità, alla gradevolezza dello stare insieme che si faceva tangibile in una cordiale e festosa convivialità…ebbene da questo ricordo possiamo prendere spunto per comprendere cosa e come sarà, se lo vogliamo, la nostra vita Ultima: una festa senza fine.

L’opera che vi propongo di ammirare è di Pieter Bruegel il Vecchio dal titolo Banchetto di Nozze.

Osservandola con attenzione sembra proprio di sentire la gioiosa confusione che si libra nell’aria al suono della musica. La scena si svolge dentro un edificio che, oltre alle dimensioni, non ha altro di maestoso: è probabilmente un granaio o un pagliaio. Non serve il luogo elegante o sfarzoso a rendere importante ciò che sta avvenendo. Non le apparenze ma  la sostanza è importante: nel quadro, così come nell’annuncio evangelico, i veri protagonisti sono gli invitati.

Ma vediamoli questi commensali….noteremo una profonda similitudine, sicuramente involontaria  ma evidente,  tra la parabola evangelica e l’opera d’arte.

Anzitutto il Re. E’ il primo protagonista della parabola. E’ Padre Eterno, Dio della gioia senza fine che invita l’umanità alle nozze di suo Figlio. Nel dipinto è ben evidente perché seduto su una sedia dallo schienale alto diversa dalle altre sedute.

C’è poi il festeggiato, lo Sposo. E’ l’Unigenito, l’Amato, eppure si è incarnato nella storia per servire l’uomo. Anche nell’opera non siede, così come fa la sposa (individuabile nella donna che siede davanti al telo verde appeso alla parete) per essere servito, ma lo scorgiamo oltre il grande tavolo, all’estrema sinistra  a servire la birra in una brocca.

Spostiamo ora l’attenzione sui servitori. Matteo non racconta ma sottintende  l’immane lavoro di queste persone per preparare il ricco banchetto; poi in più gruppi vengono mandati dal re ad invitare. Il servitore….un ruolo che ogni credente dovrebbe far suo:  essere strumento affinché ad ogni uomo possa giungere l’invito di Dio. Bruegel li pone in primo piano, con un ‘fatiscente’ carrello portavivande, a servire il pranzo.

Ci sono poi gli invitati: grandi e piccoli senza distinzione. Sono gioiosi e vestiti a festa. Particolare artistico che incarna pienamente due esigenze evangeliche. Il giudizio cosiddetto ‘universale’ non è un tempo di paura e di condanna  ma l’opposto! Dobbiamo riuscire a lasciarci alle spalle la tradizionale interpretazione giurisdizionale: passare da una fede crocifissa ad una fede risorta, perché “la gioia cristiana è una tristezza superata, è partecipare al banchetto nuziale che inizia qui e finirà nell’eterno cuore di Dio”.  In merito mi piace soffermarmi sulla piccola ospite posta in primo piano: gusta, leccandosi le dita, il pane addolcito dal burro e ha in testa un grande cappello con una piuma di pavone. Quest’ultimo animale, nella simbologia cristiana, indica la risurrezione.

Infine la seconda esigenza evangelica: dobbiamo ‘voler andare alla festa’! Nella tela nessuno è ‘fuori posto’: sono tutti vestiti a festa e tutti contenti di starci. Nella parabola l’invitato senza il vestito adatto è stato cacciato. Potremmo dire se le nozze sono il trionfo dell’amore quest’ultimo ha anche un altro  nome: libertà. Nessuno può costringere chicchessia a ricambiare un sentimento. Così Dio, il grande amante, rispetta la nostra libertà: non ci ‘costringe’ a partecipare alla festa senza fine.

La follia di Dio

 La Croce è il luogo dove esplode l’amore di Dio

Ancora una parabola che ha per oggetto l’amore di Dio per la sua vigna. Gesù riprende l’immagine  presente nel poema del profeta Isaia e la rilegge alla luce della Storia della Salvezza sferzando un ultimo attacco ai suoi interlocutori: anziani e sacerdoti.  Essi non riconoscono gli inviati di Dio, ma anzi li osteggiano e, quando possono, li uccidono. Ma ecco il colpo di scena, la follia di  Dio che non ripaga con la stessa moneta, non stermina gli stolti ma invia il proprio figlio, l’Amato, che  non si sottrae alla stessa sorte degli altri servi.

Ed è proprio la croce il ‘luogo’ dove esplode la novità di Dio che supera ogni intelligenza. 

L’Agnello di Dio  inchiodato su quel legno infamante, steso, nudo, impotente, svela al mondo la vera e inaudita potenza della debolezza, la forza scomoda e disarmante dell’amore. La pietra scartata ai costruttori è diventata testata d’angolo. E’ da quel corpo tumefatto e violentato che scaturisce la vita nuova, l’origine del Nuovo Popolo di  cui tutti possono fare parte.

E’ proprio in riferimento alle parole del salmo 117, che vi propongo un capolavoro di Caravaggio: la Deposizione di Cristo.

L’opera fu commissionata da Girolamo Vittrice per la cappella di famiglia in S. Maria in Vallicella a Roma.

Caravaggio raffigura il Cristo nel momento in cui viene adagiato sulla lapis untionis, Pietra dell’Unzione, così come dettavano le usanze ebraiche.  Due uomini compiono la pietosa tradizione; l’artista segue il vangelo Giovanneo ( Gv 19,38-42) e pone in primo piano  Nicodemo  dalle braccia e gambe possenti in grado di sorreggere  tutto il peso del Disceso; ha il capo chino ma rivolto verso lo spettatore quasi ad evidenziare la sua testimonianza alla ‘reale’ morte del Figlio di Dio; il volto è corrugato e fa trasparire tutta la drammaticità del momento. Dietro c’è Giuseppe d’Arimatea, indossa vesti pregiate e sorregge il corpo di  Gesù sotto le braccia. Osservando questi due personaggi sembra leggervi la delicatezza con cui i due uomini compiono il gesto: stanno deponendo nel cuore della terra un ‘prezioso’ carico.

Alle spalle  tre donne: sono Maria di Cleofa, che alza, disperata, le braccia e gli occhi verso un cielo nero e indecifrabile. Maria di Magdala con il volto chinato, sta piangendo e asciuga le lacrime in un fazzoletto stretto nel pugno. Infine la Vergine Madre che, silenziosa e composta, guarda il figlio e con la mano destra , seppure da lontano, gli dà l’ultima carezza.

Gesù Cristo, ormai impossessato dalla morte, è bianco, senza vita. Eppure l’unica luce che inonda tutti i protagonisti  deriva proprio da quel corpo abbandonato. Il braccio scende di peso verso il basso e le dita sfiorano la pietra tombale.

 Eccola la vera, silenziosa protagonista del quadro. La lastra marmorea, per un gioco di prospettive sembra fuoriuscire dalla tela ed arrivare allo spettatore per farsi  toccare.  Oltre a designare l’inesorabile limite che il risorto scalfirà per sempre, la morte,  essa indica anche la kefa, la roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa. L’artista, con un’arte ineguagliabile, fissa l’istante in cui le dita del morto diventano fulcro per l’intera pietra, sembra di vedere il movimento: eccola la pietra scartata, è diventata testata d’angolo! Riferimento unico su cui tutta la realtà ecclesiale si fissa. Porta da cui accedere al Regno celeste.

E’ da quel lutto, anzi è grazie a quel lutto divino che la misericordia di Dio sgorga su tutti gli uomini. La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo.

 

 

 

 

I due figli

Apparenza e sostanza

Ancora una parabola sul Regno, ancora la simbologia della vigna.  Questa volta l’attenzione è posta sul comportamento di chi è chiamato a lavorarci. La parabola dei due figli ha in sé una forza unica. Gesù, nel raccontarla, intendeva sgretolare quella spessa coltre di perbenismo e formalismo che dominava alcuni ambiti della religiosità  ebraica. Essa  divideva la società in due rigidi gruppi, giusti e peccatori accreditando ai primi una ineguagliabile perfezione e una pretesa di essere già salvi, ai secondi unicamente la dannazione divina e il conseguente disprezzo e ghettizzazione da parte della societàI protagonisti del racconto si distinguono non per l’origine, sono fratelli, figli di un unico padre, quindi con le medesime potenzialità; bensì per le diverse e opposte risposte che danno all’invito del genitore.

L’annuncio di Gesù è sostanzialmente blasfemo perché rompe ogni schema di pensiero su cui il giudaismo fondava le sue sicurezze e le sue convinzioni religiose di giustizia e di salvezza. La salvezza non è un diritto dovuto dalla discendenza, essere cioè figli di Abramo, ma è un dono che riceve colui che pone la totale apertura e disponibilità della propria vita al Figlio dell’uomo.

Quanto il Nazareno disse ai suoi connazionali è valido per ogni tempo e per ogni uomo. Non basta dirsi cristiani per poter ‘pretendere’ da Dio la felicità.  Matteo aveva già affermato in un’altra occasione: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” . Più importante del dire è l’essere realmente e quotidianamente disponibile alla volontà del Signore.

Questa duplicità tra apparenza e sostanza, presente ancora nella società odierna ma che può riguardare ogni singola persona  è il messaggio del quadro di Giorgio De Chirico, Le due maschere. Due manichini, soggetti tradizionalmente raffigurati dall’artista; uno, in primo piano, definito solo da ciò che appare, i capelli estremamente curati, i vestiti ma vuoto dentro; l’altro, apparentemente banale, bianco ma consistente, pieno. Rappresentano il pensiero dell’artista.  ”Ogni cosa ha due aspetti. L’aspetto consueto che ciascuno vede, quello spirituale, quindi metafisico, che solo pochi individui sono capaci di vedere in particolari momenti’. Ma i due soggetti  possono essere i due fratelli della parabola evangelica. Ciò che conta agli occhi del Signore è la volontà di compiere, non a parole, ma con i fatti la volontà di Dio. La santità non consiste nell’essere convinti di non aver mai peccato, ma nel proposito di non peccare.

 

La vigna della storia

Il Paradiso non è il paradiso

Il Regno di Dio, annunciato da Cristo,  non è un luogo ideale e perfetto, la città ideale dove giustizia e pace regnano incontrastate; o almeno non è primariamente tutto ciò. Il Paradiso non è il paradiso!

Il Regno di Dio è anzitutto una persona; è la Persona! Il motore primo per i filosofi; il Padre Misericordioso per i Credenti.  Egli implode, nella sua Trascendenza, ed ‘esce’, all’alba della storia, per incontrare gli uomini, tutti gli uomini. Da tale incontro scaturisce un patto, con una ricompensa: l’eternità. Essa non può essere quantificata, va oltre qualsiasi misurazione, trasborda qualsiasi limite, ecco perchè è uguale per tutti. Ma noi,  piccole creature limitate nel nostro micromondo fatto di attimi finiti, non ce ne rendiamo conto e osiamo chiedere ‘parcelle’ diverse…quasi che l’eternità possa essere monetizzata.  Non ci rendiamo conto che importante è altro, è l’Incontro! E’ l’invito a lavorare nella vigna! C’è posto per tutti; c’è bisogno di tutti! Ciascuno con un compito preciso, diverso, ma con un unico scopo: produrre frutto, uva per il vino nuovo.

E’ su questo particolare che vorrei invitarvi a riflettere: la vigna.

Nella simbologia veterotestamentaria la vigna rimandava al popolo di Israele. Nei suoi frutti abbondanti  o nell’assenza di essi si individuava il progressivo realizzarsi del Popolo di YHWH o la sua decadenza.  In epoca neotestamentaria Gesù reinterpreta il simbolo della vigna e se ne serve per rivelare alcuni aspetti del Regno di Dio, presente nella sua persona e azione. La vigna è anzitutto il Nuovo Popolo di Dio, la Chiesa, ma in una accezione più tarda la vigna è  l’intera umanità,  il mondo intero, in cui vi sono i ‘vignaioli’ che preparano l’avvento del Regno.

Probabilmente van Gogh non pensava alla parabola matteana o alla simbologia cristiana quando dipingeva il suo capolavoro; eppure questa tela è vicina  in modo inequivocabile al messaggio  evangelico.

Il quadro ritrae una giornata di vendemmia nella campagna di Arles, in Provenza, dove Vincent si era trasferito nel 1888. Le donne, chine a lavorare, trasmettono l’idea della pesante fatica;  il  sole giallo e pallido indica che la giornata volge ormai  al tramonto. Sulla destra, la strada bagnata dalla pioggia, sembra quasi un fiume che scorre.

Domina il colore  rosso che nei tratti più scuri si accosta naturalmente all’immagine del vino.  Il colore della passione, dell’amore; esso  colora la vigna-mondo in cui Dio chiama ciascun uomo a lavorare. Solo una vita scandita dalla passione, dall’amore è una vita pienamente umana.  Ma il vero amore, quello Originale, è quello che sgorga dalla fonte da cui tutto ha origine, da Dio. Dire sì a Dio significa ricolmarci fin d’ora di questo amore, toccarlo con mano nella ‘vigna’, nella nostra vita terrena, preparare la nostra anima ad essere ricolma dello Spirito che Dio ci darà, come giusta ricompensa alla fine dei tempi.

L’amore non conosce misura

Ri-cordare l’amore di Dio  e s-cordare il male  del fratello

Questa domenica la Liturgia della Parola ci dona una parabola presente solo nel vangelo di Matteo: la parabola del servo spietato. Il perdono fraterno era una pratica riconosciuta dal giudaismo, ma si discuteva sul numero leggittimo dei  perdoni. Il numero quattro era considerato come il massimo traguardo. Pietro dimostra una generosità maggiore di quella dei rabbini essendo disposto a perdonare sette volte. Dice a lui Gesù: «Non dico a te fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Dalla domanda di Pietro e dalla risposta di Gesù emergono due punti di vista a proposito del perdono: l’uno formale e quantitativo, quello di Pietro, l’altro, teologico e qualitativo, quello di Gesù. La misericordia non è una serie di azioni da compiere, ma uno stile di vita; l’amore non conosce misura.

Per spiegare questo concetto Gesù racconta la Parabola del servo Spietato, ci avviciniamo ad essa attraverso un’opera d’arte tedesca del XVI secolo.

Il pittore pur raffigurando le tre scene principali del racconto, non fa una cronistoria. Inverte la seconda e terza scena e  ponein primo piano la conclusione della storia. Cerchiamo di comprendere perché.

Fu condotto a lui un debitore di diecimila talenti. È l’inizio della parabola, ma non l’inizio della storia dei protagonisti. Davanti al re viene condotto un debitore; la cifra è più simbolica che reale; è una somma spropositata, incolmabile. Il talento non era una moneta, ma un’unita di peso, corrispondente a circa 40 kg. Diecimila talenti rappresentano un debito che il servo non avrebbe mai potuto ripagare. Dio non ha limiti nella sua pietà, è disposto a perdonare tutto, anche il peccato più terribile.  E’ la scena che il pittore pone dentro una casa. Osserviamo il servo è sì prostrato, ma non è umiliato, pentito. Non chiede perdono, ma dilatazione del pagamento. Nella sua presunzione crede di potercela fare.

Eppure non riceve la dilatazione del debito da lui richiesta, ma il condono; è restituito alla sua piena dignità e libertà. Ma l’amore eterno di Dio non è un colpo di spugna;  non è mai un far finta che il peccato non ci sia mai stato, ma è un reale intervento che trasforma la persona, e che chiede un cambiamento di vita.  Ri-cordare l’amore di Dio  e s-cordare il male del fratello. Dio usa misericordia e rende l’uomo capace di misericordia.

Tutto ciò nel servo perdonato non avviene: appena gli si offre l’occasione dimostra che nulla è cambiato: gli sono stati condonati 10.000 talenti ma non condona appena 100 denari.  Il pittore ha raffigurato questa scena in lontananza per indicare che  era l’atteggiamento consueto di quella persona: veniva da una vita  fondata sull’egoismo e senza un briciolo di pietà.  L’incontro con l’Amore divino era stato solo apparente ed occasionale: era stato un non-incontro.

schiavo bastardo… Il padrone si rivolge al servo chiamandolo malvagio, bastardo, perché questi si comporta come se non fosse stato generato da quel padre generoso ma figlio di un’ altra persona,  egoista, taccagna.  Dio è fedele nella sua misericordia: il pittore raffigura questo concetto ponendo a fianco al re, in primo piano, un cane, simbolo di lealtà; l’uomo non fa altrettanto!   Il peccato più grave che distrugge il nostro essere figli è il non relazionarci agli altri con lo stesso amore misericordioso.

 

 

 

 

Responsabili del prossimo

Pienezza della Legge è la Carità

Etty Hillesum, giovane ebrea morta ad Auschwitz nel 1943, nel suo diario scriveva: Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio.  … e rivolta a Dio: Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi.  E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

Questa preghiera, che può indurre ‘perplessità teologica’ sottende, in realtà, una grande verità: essere cristiani non è una scelta che chiude la persona in un mero ed arido individualismo, essere cristiani significa diventare attenti e responsabili del proprio prossimo, di colui che ci è accanto, del nostro fratello.

E’ lo stesso messaggio che ci lascia la Parola di Dio questa settimana. Dall capitolo 18 di Matteo, definito dagli studiosi ‘discorso ecclesiastico’, leggiamo i versetti che riguardano i rapporti tra i vari membri della comunità.  Come deve costituirsi una comunità che intende porsi alla sequela di Cristo Crocifisso? La dinamica relazionale su cui si fonda l’essere ecclesia non è dettata da un legalismo moraleggiante, come sembra suggerire, in una lettura superficiale, il brano, ma sulla carità, la pienezza della  legge. Da essa scaturisce l’obbligo, per ciascuno, di essere responsabile del proprio fratello, anche se quest’ultimo sbaglia. La correzione fraterna è anzitutto carità, suggeriva san’Agostino.

Ecco perché vi propongo di ammirare l’opera di  Francesco De Mura, un pittore napoletano vissuto tra il XVII e XVIII secolo, allievo di Francesco Solimena.

E’ l’allegoria della Carità, con sembianze di donna, così come dettava l’iconografia tradizionale.

 La mater virtutum è vestita di rosso, simbolo della passione. Perché la carità non è fredda e apatica ma tutto smuove con la sua forza travolgente. E’ circondata da tre bambini, ognuno dei quali simboleggia un particolare aspetto della carità. Un neonato che viene allattato, perché la carità è nutrimento vitale per ogni uomo che non può vivere senza sentirsi amato. Un altro bambino si avvicina alla donna per sfiorarle il braccio destro, perché la carità dirige i passi di ogni uomo.  Senza, dice san Paolo, siamo come cembali scordati e fuori tempo. Infine un terzo bambino che dorme ma viene coperto dalla donna perché la carità rende il cristiano forte proteggendolo dai pericoli.

Infine vicino alla donna c’è un pellicano che nutre i propri piccoli. Nell’iconografia cristiana, è stato utilizzato come simbolo cristologico: come il volatile si ferisce il petto e, con il suo sangue, nutre i figli, così il Figlio di Dio ha donato se stesso per la salvezza degli uomini. La carità, di cui deve vivere la Chiesa,  è  quella vera quando ha la sua origine dall’alto, da Dio.  Solo essa ci permette di amare i nostri fratelli sino alla fine.

 

Prendere la propria Croce

Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Prendere la propria croce per seguirLo!

Questo è quanto la Parola di Dio ci suggerisce questa domenica. Ma quale è il senso di quest’affermazione? A cosa si riferiva Gesù e cosa significa per l’uomo di oggi?

 Lo scrittore sacro usa il termine, sollevare: indicava il momento nel quale il condannato doveva sollevare da terra il patibulum, il pezzo di legno che veniva poi incastrato sullo stipes, e caricarselo sulle spalle. Successivamente uscire dal tribunale e percorrere le vie della città per arrivare al luogo deputato all’esecuzione; durante il tragitto la gente aveva l’obbligo di insultarlo, malmenarlo, sputargli addosso: era il rifiuto, il disonore, lo scandalo della città. Da quel momento la sua vita si identificava con lo strumento di condanna: la croce e il condannato erano un tutt’uno in una simbiosi simbolica indiscutibile. (Lo stesso processo di simbiosi si è avuto, fin dai primi momenti dell’era cristiana per Cristo: la croce, non rappresentava solo lo strumento di tortura del Figlio di Dio ma la sua stessa persona ed il suo messaggio).

‘Sollevare la croce’ significa quindi sollevare la propria vita, la propria persona, nella molteplicità delle sue dimensioni e dirigersi verso Cristo.

 In verità fin dall’antichità più remota la croce è uno dei simboli più importanti. In una molteplicità di valenze essa racchiude un unico significato: la volontà del soggetto a relazionarsi. Essa ha una funzione di sintesi, di mediazione, di comunicazione muovendosi sia in modo centrifugo, verso l’esterno, che in modo centripedo, verso l’interno. In una battuta che può sembrare banale possiamo dire che la croce unisce il cielo e la terra, il tempo e lo spazio.

Un concetto del genere possiamo approfondirlo con un’opera di Salvator Dalì, Croce nucleare, un olio si tela del 1952.

L’opera risale al periodo della ‘mistica nucleare’ dell’artista, quando cerca di sintetizzare l’iconografia cristiana in opere che esprimono il senso della disintegrazione causata dalla bomba atomica. Pur non create con una intenzionalità liturgica sono  opere di intensa  religiosità.

Il quadro raffigura un ostensorio a forma di croce, esposto su un altare ricoperto da un corporale preziosamente ricamato d’oro ma liso. Indica una sacralità ferita. Le braccia che formano la croce sono composte da una serie di cubi, figura geometrica considerata, dall’artista, la forma perfetta. In uno sfondo piattamente nero, in cui non c’è più alcun riferimento, non più alto o basso, non più tempo o spazio, sono proprio le braccia della croce cubica a  creare un movimento che dal centro si irradia verso l’esterno, in tutte le direzioni, ma che poi al centro ritorna. Al centro l’Eucarestia, simbolicamente raffigurata da un nucleo atomico: il microcosmo. In tale impianto figurativo sembrano echeggiare le parole dell’artista:“Il cielo non si trova né in basso né in alto, né a destra né a sinistra. Il cielo si trova esattamente nel centro del petto dell’uomo che possiede la fede.”

Ecco, sollevare la propria croce significa prendere la propria esistenza e dirigersi verso Colui che diventa fuoco di riferimento che ritma il nostro tempo, i nostri spazi, i nostri luoghi.

 

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