Marco

Giovanni chiamato Marco

Inizia, con la prima settimana di Avvento, un nuovo anno liturgico scandito da brani tratti dal Vangelo secondo Marco. Missionario e compagno degli apostoli Paolo e Pietro, viene presentato come interprete dell’ultimo: il Principe degli Apostoli scelse il giovane “Giovanni chiamato Marco”come suo scriba.

Il Vangelo di Marco è il più breve ed è ritenuto il più antico. Fu redatto attorno al 70 d.C. e usato come fonte da Matteo e Luca.

L’iconografia marciana è documentata fin dal IV secolo nell’arte plastica e monumentale. La raffigurazione più antica dei quattro evangelisti, anteriore al 340, è situata nella catacomba di Marco e Marcellino. Vi si scorge Cristo, assiso in trono con quattro personaggi. Non essendoci nessun riferimento esplicito ai santi agiografi, non possiamo identificarli con certezza.

Questa preziosissima miniatura appartenente al Codex Purpureus Rossanensis è  il ritratto più antico di Marco, nell’atto di scrivere il suo vangelo, presente in un codice antico e giunto fino a noi.

Possiamo ammirare una struttura architettonica complessa: sopra un piedistallo a tre gradini poggiano due colonne con i capitelli lavorati e aurei; al di sopra di esse è posizionato un architrave aureo a sua volta sovrastato da due piramidi e nel mezzo una grossa conca, anch’essa lavorata con delle scanalature di vario colore.  L’elegante edicola  ha un chiaro significato simbolico: le due colonne, l’architrave e la cupola sono i principali componenti del tempio. Per la tradizione scriptoria ebraico-cristiana, tale struttura assumeva due significati principali: di riverenza e venerazione verso il personaggio che inquadrava, di riferimento all’economia della Rivelazione di Dio.

Ma notiamo un particolare curioso: due finestre, poste in alto, da cui traspare il cielo.  Viene in mente  il versetto del profeta Isaia: I cieli saranno arrotolati come un libro. Un’ analogia cara anche a sant’Agostino che nelle sue opere afferma: si citano i cieli per intendere allegoricamente i libri [Enarrationes in Psalmos, 8.]. Partendo da questo parallelismo non sarà troppo azzardato considerare le due finestre riferimenti allegorici ai  due Testamenti: l’Antico e il Nuovo e la loro profonda armonia; infine le due tende aperte fanno intendere la loro rivelazione e attuazione completa.

All’interno della struttura, su una sontuosa sedia con spalliera alta, siede l’agiografo: indossa la tunica, l’himation, è nimbato e poggia i piedi su uno sgabello. Sulle ginocchia tiene un lungo rotolo sul quale, con uno stilo, sta scrivendo:

ΑΡΧΗ ΕΥΑΓΓΕΛΙΟΝ ΙΥ ΧΥ ΙΟΥΟ ΤΟΥ ΘΕΟΥ.

E’ l’evangelista Marco intento a scrivere l’inizio del suo vangelo. L’artista teologo é  riuscito a rendere evidente lo sforzo dell’evangelista che procede nel suo lavoro: è molto concentrato ed assorto.

In secondo piano c’`e l’occorrente per scrivere: il calamaio con il coperchio su un lato e tre stili intinti.

Di fronte appare una donna, avvolta in un mantello, gli sorride mentre con l’indice e il medio della mano destra indica la pergamena. E’  la Sapienza di Dio che, mediante il Cristo, illumina l’agiografo ‘dettandogli’ la Buona Novella. Intendendo, il verbo dictare secondo l’interpretazione patristica, come un dire intenso, autorevole, nitido e profondo.

Un particolare curioso, di difficile definizione, è raffigurato in corrispondenza della spalla destra dell’evangelista; in prima istanza si è portati a confonderlo con una macchia generata, nel corso degli anni, dall’umidità, ma osservando con attenzione si capisce che ha il contorno ben definito e ricalcato con una linea scura. E’ colorato con una tonalità di rosso, somigliante al colore purpureo dell’intera pagina, eppure è etereo e trasparente tanto da lasciare trasparire il corpo dell’evangelista. Infine si scorge all’estremità inferiore la forma di una mano che indica il rotolo su cui Marco sta scrivendo.

Siamo di fronte ad un antropomorfismo riferito a Dio. Infatti la scena, apparentemente semplice, è  invece articolata da una corrispondenza gestuale e compositiva: il particolare appena descritto si sviluppa specularmente al braccio della figura femminile formando un triangolo il cui vertice inferiore cade sul rotolo del Vangelo.

La figura, così formata, rimanda a quei testi biblici che citano, al plurale, le mani di Dio. Immagine utilizzata anche dai Padri  nella ricerca di “tracce”del mistero della Trinità nell’Antico Testamento.  Brachia Dei Patris Filius eius et Spiritus sanctus inlelliguntur [ Eucherio, Formularum spiritalis intelligentiae, I.].