La follia di Dio

 La Croce è il luogo dove esplode l’amore di Dio

Ancora una parabola che ha per oggetto l’amore di Dio per la sua vigna. Gesù riprende l’immagine  presente nel poema del profeta Isaia e la rilegge alla luce della Storia della Salvezza sferzando un ultimo attacco ai suoi interlocutori: anziani e sacerdoti.  Essi non riconoscono gli inviati di Dio, ma anzi li osteggiano e, quando possono, li uccidono. Ma ecco il colpo di scena, la follia di  Dio che non ripaga con la stessa moneta, non stermina gli stolti ma invia il proprio figlio, l’Amato, che  non si sottrae alla stessa sorte degli altri servi.

Ed è proprio la croce il ‘luogo’ dove esplode la novità di Dio che supera ogni intelligenza. 

L’Agnello di Dio  inchiodato su quel legno infamante, steso, nudo, impotente, svela al mondo la vera e inaudita potenza della debolezza, la forza scomoda e disarmante dell’amore. La pietra scartata ai costruttori è diventata testata d’angolo. E’ da quel corpo tumefatto e violentato che scaturisce la vita nuova, l’origine del Nuovo Popolo di  cui tutti possono fare parte.

E’ proprio in riferimento alle parole del salmo 117, che vi propongo un capolavoro di Caravaggio: la Deposizione di Cristo.

L’opera fu commissionata da Girolamo Vittrice per la cappella di famiglia in S. Maria in Vallicella a Roma.

Caravaggio raffigura il Cristo nel momento in cui viene adagiato sulla lapis untionis, Pietra dell’Unzione, così come dettavano le usanze ebraiche.  Due uomini compiono la pietosa tradizione; l’artista segue il vangelo Giovanneo ( Gv 19,38-42) e pone in primo piano  Nicodemo  dalle braccia e gambe possenti in grado di sorreggere  tutto il peso del Disceso; ha il capo chino ma rivolto verso lo spettatore quasi ad evidenziare la sua testimonianza alla ‘reale’ morte del Figlio di Dio; il volto è corrugato e fa trasparire tutta la drammaticità del momento. Dietro c’è Giuseppe d’Arimatea, indossa vesti pregiate e sorregge il corpo di  Gesù sotto le braccia. Osservando questi due personaggi sembra leggervi la delicatezza con cui i due uomini compiono il gesto: stanno deponendo nel cuore della terra un ‘prezioso’ carico.

Alle spalle  tre donne: sono Maria di Cleofa, che alza, disperata, le braccia e gli occhi verso un cielo nero e indecifrabile. Maria di Magdala con il volto chinato, sta piangendo e asciuga le lacrime in un fazzoletto stretto nel pugno. Infine la Vergine Madre che, silenziosa e composta, guarda il figlio e con la mano destra , seppure da lontano, gli dà l’ultima carezza.

Gesù Cristo, ormai impossessato dalla morte, è bianco, senza vita. Eppure l’unica luce che inonda tutti i protagonisti  deriva proprio da quel corpo abbandonato. Il braccio scende di peso verso il basso e le dita sfiorano la pietra tombale.

 Eccola la vera, silenziosa protagonista del quadro. La lastra marmorea, per un gioco di prospettive sembra fuoriuscire dalla tela ed arrivare allo spettatore per farsi  toccare.  Oltre a designare l’inesorabile limite che il risorto scalfirà per sempre, la morte,  essa indica anche la kefa, la roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa. L’artista, con un’arte ineguagliabile, fissa l’istante in cui le dita del morto diventano fulcro per l’intera pietra, sembra di vedere il movimento: eccola la pietra scartata, è diventata testata d’angolo! Riferimento unico su cui tutta la realtà ecclesiale si fissa. Porta da cui accedere al Regno celeste.

E’ da quel lutto, anzi è grazie a quel lutto divino che la misericordia di Dio sgorga su tutti gli uomini. La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo.