Archivi categoria: Post Pubblico

Post visualizzati su Blog

Apparire o essere?

Il credente autentico

Nel vangelo di questa domenica Gesù affronta una questione di fondo: chi è il credente autentico? Colui che ‘spende’ la sua esperienza religiosa nell’osservanza meticolosa di regole e precetti, convinto di essere giusto e vicino a Dio che, in cambio,  ‘gli deve’ la salvezza? Il Nazareno prende posizione nei confronti dei Farisei e riporta, come esempio, l’atteggiamento dei sacerdoti dell’Antico Testamento: Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo; ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.  Tutto quello che è un semplice apparire, una maschera, non ha nulla di cristiano. Chi desidera una vita autentica deve conformare la propria esistenza a Cristo. Non apparire ma essere!

Possiamo contemplare questa Parola attraverso  un dipinto di Lorenzo Lippi, Donna con Maschera,  custodito al Museo di Angers.

Una donna, una maschera e una melagrana. Pochi elementi che non hanno nessun riferimento al sacro, eppure raccontano una storia… sacra.

La giovane e bella donna indossa un vestito blu; le spalle sono coperte da uno scialle trasparente e i capelli sono nascosti sotto un velo. Il viso è impassibile. Tiene, con la mano destra, una maschera, su cui posa un dito,  un gesto che sembra intimare il silenzio. La maschera, ha i colori della vita: la carnagione rosea, le labbra rosse e le guance colorate. Una falsa passione che contrasta con il viso impassibile e pallido della donna! Infatti gli occhi della maschera sono buchi neri, il vero sguardo è sul volto della giovane. Pur celando  qualsiasi emozione è vivo! E’ la vera vita! Fin qui l’opera sembra raccontare l’allegoria della simulazione.

Ma c’è dell’altro. La vera storia è rivelata attraverso quella melagrana matura  che la giovane  porge  con la mano sinistra. Il frutto è un simbolo già presente nell’Antico Testamento:   è uno dei frutti che la Terra Promessa produce in abbondanza, garantendo la vita.   Nel  Cantico dei Cantic è simbolo dell’amore fecondo e dell’intensa relazione tra l’amato e l’amata: come spicchio di melagrana è la tua tempia dietro il tuo velo (cfr. 4,3; 6,7). Da qui il passaggio ad una valenza ecclesiologia è semplice. Sant’Ambrogio nelle sue opere afferma: la Chiesa, a somiglianza della melagrana, è speciosa per il sangue dei martiri e soprattutto è Christi cruore dotata. La molteplicità dei suoi chicchi racchiusi in un’unica scorza si presta a simboleggiare l’Unica Chiesa di Cristo formata dalla molteplicità dei battezzati. Il colore rosso vivo, rimanda alla linfa di cui si nutre la Sposa di Cristo: l’amore misericordioso di Dio.

Non sono le grandi opere, non una cultualità individuale, scandita e ordinata dall’abitudine, ma una vita fatta di gesti concreti  che affondano le radici nell’amore misericordioso di Dio che si svela e si fa raggiungere attraverso la sua Chiesa!

 

 

 

 

La festa di Tutti i Santi

Il Paradiso, dimora dei Santi e Beati

Papa Gregorio III, nell’835, scelse il 1 novembre come data dell’anniversario della consacrazione di una cappella a San Pietro alle reliquie dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo.

In verità la Festa di Ognisanti ha radici più antiche; probabilmente risale al IV secolo quando, in varie Chiese, sopratutto in Oriente, cominciarono le commemorazioni dei martiri. A Roma,  il 13 maggio 609 o 610, il papa Bonifacio IV, istituì la dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres, ovvero l’anniversario della trasformazione del Pantheon in chiesa dedicata alla Vergine e a tutti i martiri.

Più tardi, nel 998, Odilo abate di Cluny aggiungeva la celebrazione, nel giorno seguente, della festa di tutte le anime a soddisfare l’aspirazione generale per un giorno di commemorazione dei morti. Papa Benedetto XV, al tempo della prima guerra mondiale, giunse a concedere a ogni sacerdote la facoltà di celebrare «tre messe» in questo giorno.

  • Salterio di Aethelstan (Londra, BL, Cott. Galba A.XVIII) Foglio 1
  • Salterio di Aethelstan (Londra, BL, Cott. Galba A.XVIII) Foglio 2
  • Giusto de Menabuoi, Paradiso, Battistero di Padova, XII secolo.
  • Giovanni da Modena, Paradiso, Basilica di San Petronio, 1410, Bologna
  • Jacobello da Fiore, Incoronazione della Vergine, 1438, Venezia.
  • Beato Angelico, Giudizio Universale,1431, san Marco Firenze.

Iconograficamente abbiamo lo stesso sviluppo della festa. Inizialmente appare, ma molto raramente, l’ immagine dei cori dei santi riuniti intorno alla figura divina. Come esempio possiamo ammirare Il Salterio di Aethelstan (Londra, BL, Cott. Galba A.XVIII), eseguito tra il 925 e il 939 a Winchester, mostra raffigurati su due carte (cc. 2v, 21r), i cori celesti intorno a Cristo, secondo una tipologia molto importante nella liturgia (angeli, patriarchi, profeti, apostoli, martiri, confessori, vergini).

Con la definizione della Liturgia di Ognissanti, nel X secolo, i cori celesti vengono legati più strettamente al contesto apocalittico: sono in questo caso collocati nella Gerusalemme celeste, in un’immagine che si riferisce all’Adorazione dell’Agnello. Le immagini della corte celeste rimangono però ancora rare.

Bisogna arrivare al XIV secolo quando, tale raffigurazione  si affermò in rapporto con il Giudizio universale.   I santi sono integrati ai cori angelici e raccolti intorno alla Maestà della Vergine o di Cristo  o intorno all’Incoronazione della Vergine. Senza scomparire del tutto, le classificazioni dei cori celesti appaiono messe in scena in maniera più fluida e lasciano il posto in primo luogo all’individualità dei santi e degli eletti che si afferma all’interno di un ordine ecclesiale solidamente gerarchizzato. Diventerà il principale modo di raffigurazione del paradiso. Pur attraverso forme storicamente e geograficamente variabili, va sottolineata la portata ecclesiologica di tutte le rappresentazioni: è la Sposa di Cristo che, alla fine dei Tempi, si unirà al suo Sposo per l’Eternità.

Ama Dio e Ama il prossimo

Il Signore è mia rupe

A Gesù viene fatta l’ennesima domanda banale quanto insidiosa. La sua risposta ‘sembra’ altrettanto scontata: riconferma quanto detta l’antica legge: Ama Dio e Ama il prossimo. Dove sta la novità?

Egli accompagna la proclamazione della sacra regola con altre parole:  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Eccola la novità rivoluzionaria!

L’antica Legge ‘diluiva’ le dieci parole che YHWH aveva consegnato a Mosè in  ben 613 precetti. Di questi 365 erano proibizioni: uno per ogni giorno dell’anno. Tutti gli altri, corrispondenti al numero delle ossa umane allora conosciute, erano positive. Un vero e proprio labirinto!  Inoltre, poiché la maggioranza delle persone  credeva che l’intero corpus etico provenisse direttamente da Mosè,  chi non lo ricordava tutto era considerato irrimediabilmente ‘stolto’.

Gesù proclama il grande ed unico comandamento: amare Dio. Fare del Padre il baluardo di riferimento,  la  roccia su cui costruire la propria vita. Sant’Agostino diceva:  Ama Dio e fa’ ciò che vuoi! L’ invito è valido per tutti gli uomini, di ogni tempo. Il vero credente è colui che fa del Padre la rupe da cui osservare la propria esistenza. E’ quanto suggerisce il salmo 17.

Ecco perché vi invito ad ammirare un capolavoro di Paul Cezanne, La rupe rossa.

La grande roccia rossa, in primo piano, ben squadrata, è la rupe. Essa si erge verso l’alto, verso il nitido cielo azzurro. Funge  da sipario a tutto il paesaggio retrostante, dà la misura delle realtà che vi sono poste, serve da riferimento per la giusta prospettiva.  E’ di un colore molto forte, tipico dell’arte di Cezanne  secondo cui il colore è ciò che dà vita: “Non c’è una via per tradurre tutto, per rendere tutto: il colore”.

Un’opera, questa, che di riferimento al brano evangelico non ha nulla, né esplicitamente né implicitamente, ma che può contenere ugualmente quella sensibilità religiosa che ci permette di arrivare all’Altro. Spero di non scandalizzare nessuno, ma mi piace interpretare la rupe di Cezanne  in chiave teologica.  Essa, per quanto solida, non è statica ma libera da sé  un duplice movimento: il primo verticale, verso l’alto, verso il cielo ceruleo… verso Dio! Il secondo orizzontale, verso la vita, rappresentata dal resto del quadro e a cui, dicevamo prima, funge da sipario, da punto focale a partire dal quale ogni cosa assume la sua giusta posizione.    Essere credenti significa fare di Dio il riferimento vitale, a partire dal quale tutte le cose e le esperienze assumono  il loro giusto nome. E poi c’è il colore rosso, forte e deciso, rimanda al colore che, per tradizione,è simbolo dell’àgape evangelica.

Ama Dio e ama il prossimo… Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.. che Cristo ci annuncia.

Date a Cesare quel che è di Cesare

Restituite a Dio ciò che è suo

Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. E’ una frase famosa, attribuibile storicamente a Gesù;  nota a tal punto da essere tutt’ora utilizzata nel linguaggio quotidiano come detto sulla giustizia.

Forse meno noto è il contesto in cui Gesù ha pronunciato tali parole, riportate da tutti i vangeli sinottici. Alcuni farisei ed erodiani pongono a Gesù una domanda capziosa sulla liceità del tributo a Roma.  Si tratta del denarius che tutti gli ebrei dovevano pagare ogni anno all’imperatore. Il problema era molto spinoso e aveva causato non poche ribellioni perché andava oltre l’impegno economico. La moneta d’argento utilizzata,  riportava su una faccia l’immagine dell’imperatore Tiberio, con la scritta Tiberius Augusti filius Augustus, e sull’altra la scritta Summus Pontifex di Dio.  L’imperatore assommava in sé il potere politico e il potere religioso.  Tutto ciò strideva con il rigido monoteismo ebraico che riconosceva in YHWH l’unico Signore.

Gesù, come era solito fare quando intuiva che il suo interlocutore era in malafede, facendosi portare una moneta, risponde a sua volta con una domanda  chiedendo  di chi fosse l’immagine e l’iscrizione. Domanda banale che include esplicitamente la risposta. Infatti secondo il diritto romano, tutte le monete che riportavano l’effige dell’imperatore, gli appartenevano come sua proprietà privata.  Quello che è dell’imperatore, restituitelo all’imperatore... Non dice  “datelo”, ma “restituitelo“, perché è suo, c’è la sua immagine e iscrizione.

‘…Ma ciò che è di Dio restituitelo a Dio’.

Non dimentichiamo però che  Matteo, in questa sezione del  vangelo, sta parlando del Regno di Dio. Probabilmente ha utilizzato la domanda ingannevole posta a Gesù per concludere il suo discorso.  Se nel regno degli uomini, le monete deve essere restituite al legittimo proprietario, di cui  recano l’immagine,  così è anche per il Regno di Dio: deve ritornare al Padre tu ciò che di Lui è immagine: ovvero l’uomo. La potenza della risposta del Nazareno sta nel termine immagine. Il Regno di Dio è aperto a tutti coloro che recano, nella loro natura, l’immagine del diretto proprietario. E’ questa l’altissima vocazione a cui tutti gli uomini sono destinati.

L’uomo è immagine di Dio.   E’ da questo grande assioma teologico che vi propongo un capolavoro di Marc  Chagall che, attraverso il colore, riesce a dire  ciò che fiumi di parole, nel corso della storia della teologia, spesso hanno faticato.

 

Il quadro presenta i protagonisti non individuabili per la loro forma ma per la netta ripartizione cromatica. Adamo è giallo, simbolo della vita e del divino; Eva è verde emblema della semplicità e dell’ingenuità d’animo. Essi, per quanto distinti sono mano nella mano, in segno di complicità e complementarietà, tanto da formare una carne sola. Sono insieme a dare l’idea di Dio. Alle loro spalle l’albero della vita, rosso-arancio e blu, simboli rispettivamente dell’amore e della spiritualità. Ma, oltre i colori c’è un altro particolare che fa delle due figure l’immagine di un Originale. I corpi sono abilmente costruiti con un’unica chiave simbolica ed ideografica: il triangolo. Nella tradizione iconografica tale figura geometrica ha simboleggiato il Dio Trinità. Abbiamo raffigurato un Adamo che in tutte le sue dimensioni diventa immagine, rimando, mimesis del Vero, Unico Dio.

Restituite a Dio ciò che è suo….Gesù invita ciascuno di noi a volgerci verso l’Originale, verso il Principio da cui abbiamo origine e di cui siamo effigie.

Una festa di nozze

…e sarà una Festa senza fine!

L’ottavo giorno, il giorno del Giudizio,  ci spiega Matteo,  sarà bello e gioioso come  una festa di nozze.

L’esperienza di Dio fonda le sue radici negli stessi anfratti dell’esistenza umana dove radica anche l’amore: essa è sconvolgente come un innamoramento, irruente  come il desiderio di donarsi e di vivere insieme.

Andiamo con la mente alla più bella festa a cui abbiamo partecipato, dove  stare insieme ci rendeva  felici, dove nessuna persona a noi cara mancava, dove apparenza e formalità erano  messe in un angolo per far posto solo alla spontaneità, alla gradevolezza dello stare insieme che si faceva tangibile in una cordiale e festosa convivialità…ebbene da questo ricordo possiamo prendere spunto per comprendere cosa e come sarà, se lo vogliamo, la nostra vita Ultima: una festa senza fine.

L’opera che vi propongo di ammirare è di Pieter Bruegel il Vecchio dal titolo Banchetto di Nozze.

Osservandola con attenzione sembra proprio di sentire la gioiosa confusione che si libra nell’aria al suono della musica. La scena si svolge dentro un edificio che, oltre alle dimensioni, non ha altro di maestoso: è probabilmente un granaio o un pagliaio. Non serve il luogo elegante o sfarzoso a rendere importante ciò che sta avvenendo. Non le apparenze ma  la sostanza è importante: nel quadro, così come nell’annuncio evangelico, i veri protagonisti sono gli invitati.

Ma vediamoli questi commensali….noteremo una profonda similitudine, sicuramente involontaria  ma evidente,  tra la parabola evangelica e l’opera d’arte.

Anzitutto il Re. E’ il primo protagonista della parabola. E’ Padre Eterno, Dio della gioia senza fine che invita l’umanità alle nozze di suo Figlio. Nel dipinto è ben evidente perché seduto su una sedia dallo schienale alto diversa dalle altre sedute.

C’è poi il festeggiato, lo Sposo. E’ l’Unigenito, l’Amato, eppure si è incarnato nella storia per servire l’uomo. Anche nell’opera non siede, così come fa la sposa (individuabile nella donna che siede davanti al telo verde appeso alla parete) per essere servito, ma lo scorgiamo oltre il grande tavolo, all’estrema sinistra  a servire la birra in una brocca.

Spostiamo ora l’attenzione sui servitori. Matteo non racconta ma sottintende  l’immane lavoro di queste persone per preparare il ricco banchetto; poi in più gruppi vengono mandati dal re ad invitare. Il servitore….un ruolo che ogni credente dovrebbe far suo:  essere strumento affinché ad ogni uomo possa giungere l’invito di Dio. Bruegel li pone in primo piano, con un ‘fatiscente’ carrello portavivande, a servire il pranzo.

Ci sono poi gli invitati: grandi e piccoli senza distinzione. Sono gioiosi e vestiti a festa. Particolare artistico che incarna pienamente due esigenze evangeliche. Il giudizio cosiddetto ‘universale’ non è un tempo di paura e di condanna  ma l’opposto! Dobbiamo riuscire a lasciarci alle spalle la tradizionale interpretazione giurisdizionale: passare da una fede crocifissa ad una fede risorta, perché “la gioia cristiana è una tristezza superata, è partecipare al banchetto nuziale che inizia qui e finirà nell’eterno cuore di Dio”.  In merito mi piace soffermarmi sulla piccola ospite posta in primo piano: gusta, leccandosi le dita, il pane addolcito dal burro e ha in testa un grande cappello con una piuma di pavone. Quest’ultimo animale, nella simbologia cristiana, indica la risurrezione.

Infine la seconda esigenza evangelica: dobbiamo ‘voler andare alla festa’! Nella tela nessuno è ‘fuori posto’: sono tutti vestiti a festa e tutti contenti di starci. Nella parabola l’invitato senza il vestito adatto è stato cacciato. Potremmo dire se le nozze sono il trionfo dell’amore quest’ultimo ha anche un altro  nome: libertà. Nessuno può costringere chicchessia a ricambiare un sentimento. Così Dio, il grande amante, rispetta la nostra libertà: non ci ‘costringe’ a partecipare alla festa senza fine.

I due figli

Apparenza e sostanza

Ancora una parabola sul Regno, ancora la simbologia della vigna.  Questa volta l’attenzione è posta sul comportamento di chi è chiamato a lavorarci. La parabola dei due figli ha in sé una forza unica. Gesù, nel raccontarla, intendeva sgretolare quella spessa coltre di perbenismo e formalismo che dominava alcuni ambiti della religiosità  ebraica. Essa  divideva la società in due rigidi gruppi, giusti e peccatori accreditando ai primi una ineguagliabile perfezione e una pretesa di essere già salvi, ai secondi unicamente la dannazione divina e il conseguente disprezzo e ghettizzazione da parte della societàI protagonisti del racconto si distinguono non per l’origine, sono fratelli, figli di un unico padre, quindi con le medesime potenzialità; bensì per le diverse e opposte risposte che danno all’invito del genitore.

L’annuncio di Gesù è sostanzialmente blasfemo perché rompe ogni schema di pensiero su cui il giudaismo fondava le sue sicurezze e le sue convinzioni religiose di giustizia e di salvezza. La salvezza non è un diritto dovuto dalla discendenza, essere cioè figli di Abramo, ma è un dono che riceve colui che pone la totale apertura e disponibilità della propria vita al Figlio dell’uomo.

Quanto il Nazareno disse ai suoi connazionali è valido per ogni tempo e per ogni uomo. Non basta dirsi cristiani per poter ‘pretendere’ da Dio la felicità.  Matteo aveva già affermato in un’altra occasione: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” . Più importante del dire è l’essere realmente e quotidianamente disponibile alla volontà del Signore.

Questa duplicità tra apparenza e sostanza, presente ancora nella società odierna ma che può riguardare ogni singola persona  è il messaggio del quadro di Giorgio De Chirico, Le due maschere. Due manichini, soggetti tradizionalmente raffigurati dall’artista; uno, in primo piano, definito solo da ciò che appare, i capelli estremamente curati, i vestiti ma vuoto dentro; l’altro, apparentemente banale, bianco ma consistente, pieno. Rappresentano il pensiero dell’artista.  ”Ogni cosa ha due aspetti. L’aspetto consueto che ciascuno vede, quello spirituale, quindi metafisico, che solo pochi individui sono capaci di vedere in particolari momenti’. Ma i due soggetti  possono essere i due fratelli della parabola evangelica. Ciò che conta agli occhi del Signore è la volontà di compiere, non a parole, ma con i fatti la volontà di Dio. La santità non consiste nell’essere convinti di non aver mai peccato, ma nel proposito di non peccare.

 

La vigna della storia

Il Paradiso non è il paradiso

Il Regno di Dio, annunciato da Cristo,  non è un luogo ideale e perfetto, la città ideale dove giustizia e pace regnano incontrastate; o almeno non è primariamente tutto ciò. Il Paradiso non è il paradiso!

Il Regno di Dio è anzitutto una persona; è la Persona! Il motore primo per i filosofi; il Padre Misericordioso per i Credenti.  Egli implode, nella sua Trascendenza, ed ‘esce’, all’alba della storia, per incontrare gli uomini, tutti gli uomini. Da tale incontro scaturisce un patto, con una ricompensa: l’eternità. Essa non può essere quantificata, va oltre qualsiasi misurazione, trasborda qualsiasi limite, ecco perchè è uguale per tutti. Ma noi,  piccole creature limitate nel nostro micromondo fatto di attimi finiti, non ce ne rendiamo conto e osiamo chiedere ‘parcelle’ diverse…quasi che l’eternità possa essere monetizzata.  Non ci rendiamo conto che importante è altro, è l’Incontro! E’ l’invito a lavorare nella vigna! C’è posto per tutti; c’è bisogno di tutti! Ciascuno con un compito preciso, diverso, ma con un unico scopo: produrre frutto, uva per il vino nuovo.

E’ su questo particolare che vorrei invitarvi a riflettere: la vigna.

Nella simbologia veterotestamentaria la vigna rimandava al popolo di Israele. Nei suoi frutti abbondanti  o nell’assenza di essi si individuava il progressivo realizzarsi del Popolo di YHWH o la sua decadenza.  In epoca neotestamentaria Gesù reinterpreta il simbolo della vigna e se ne serve per rivelare alcuni aspetti del Regno di Dio, presente nella sua persona e azione. La vigna è anzitutto il Nuovo Popolo di Dio, la Chiesa, ma in una accezione più tarda la vigna è  l’intera umanità,  il mondo intero, in cui vi sono i ‘vignaioli’ che preparano l’avvento del Regno.

Probabilmente van Gogh non pensava alla parabola matteana o alla simbologia cristiana quando dipingeva il suo capolavoro; eppure questa tela è vicina  in modo inequivocabile al messaggio  evangelico.

Il quadro ritrae una giornata di vendemmia nella campagna di Arles, in Provenza, dove Vincent si era trasferito nel 1888. Le donne, chine a lavorare, trasmettono l’idea della pesante fatica;  il  sole giallo e pallido indica che la giornata volge ormai  al tramonto. Sulla destra, la strada bagnata dalla pioggia, sembra quasi un fiume che scorre.

Domina il colore  rosso che nei tratti più scuri si accosta naturalmente all’immagine del vino.  Il colore della passione, dell’amore; esso  colora la vigna-mondo in cui Dio chiama ciascun uomo a lavorare. Solo una vita scandita dalla passione, dall’amore è una vita pienamente umana.  Ma il vero amore, quello Originale, è quello che sgorga dalla fonte da cui tutto ha origine, da Dio. Dire sì a Dio significa ricolmarci fin d’ora di questo amore, toccarlo con mano nella ‘vigna’, nella nostra vita terrena, preparare la nostra anima ad essere ricolma dello Spirito che Dio ci darà, come giusta ricompensa alla fine dei tempi.

L’amore non conosce misura

Ri-cordare l’amore di Dio  e s-cordare il male  del fratello

Questa domenica la Liturgia della Parola ci dona una parabola presente solo nel vangelo di Matteo: la parabola del servo spietato. Il perdono fraterno era una pratica riconosciuta dal giudaismo, ma si discuteva sul numero leggittimo dei  perdoni. Il numero quattro era considerato come il massimo traguardo. Pietro dimostra una generosità maggiore di quella dei rabbini essendo disposto a perdonare sette volte. Dice a lui Gesù: «Non dico a te fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Dalla domanda di Pietro e dalla risposta di Gesù emergono due punti di vista a proposito del perdono: l’uno formale e quantitativo, quello di Pietro, l’altro, teologico e qualitativo, quello di Gesù. La misericordia non è una serie di azioni da compiere, ma uno stile di vita; l’amore non conosce misura.

Per spiegare questo concetto Gesù racconta la Parabola del servo Spietato, ci avviciniamo ad essa attraverso un’opera d’arte tedesca del XVI secolo.

Il pittore pur raffigurando le tre scene principali del racconto, non fa una cronistoria. Inverte la seconda e terza scena e  ponein primo piano la conclusione della storia. Cerchiamo di comprendere perché.

Fu condotto a lui un debitore di diecimila talenti. È l’inizio della parabola, ma non l’inizio della storia dei protagonisti. Davanti al re viene condotto un debitore; la cifra è più simbolica che reale; è una somma spropositata, incolmabile. Il talento non era una moneta, ma un’unita di peso, corrispondente a circa 40 kg. Diecimila talenti rappresentano un debito che il servo non avrebbe mai potuto ripagare. Dio non ha limiti nella sua pietà, è disposto a perdonare tutto, anche il peccato più terribile.  E’ la scena che il pittore pone dentro una casa. Osserviamo il servo è sì prostrato, ma non è umiliato, pentito. Non chiede perdono, ma dilatazione del pagamento. Nella sua presunzione crede di potercela fare.

Eppure non riceve la dilatazione del debito da lui richiesta, ma il condono; è restituito alla sua piena dignità e libertà. Ma l’amore eterno di Dio non è un colpo di spugna;  non è mai un far finta che il peccato non ci sia mai stato, ma è un reale intervento che trasforma la persona, e che chiede un cambiamento di vita.  Ri-cordare l’amore di Dio  e s-cordare il male del fratello. Dio usa misericordia e rende l’uomo capace di misericordia.

Tutto ciò nel servo perdonato non avviene: appena gli si offre l’occasione dimostra che nulla è cambiato: gli sono stati condonati 10.000 talenti ma non condona appena 100 denari.  Il pittore ha raffigurato questa scena in lontananza per indicare che  era l’atteggiamento consueto di quella persona: veniva da una vita  fondata sull’egoismo e senza un briciolo di pietà.  L’incontro con l’Amore divino era stato solo apparente ed occasionale: era stato un non-incontro.

schiavo bastardo… Il padrone si rivolge al servo chiamandolo malvagio, bastardo, perché questi si comporta come se non fosse stato generato da quel padre generoso ma figlio di un’ altra persona,  egoista, taccagna.  Dio è fedele nella sua misericordia: il pittore raffigura questo concetto ponendo a fianco al re, in primo piano, un cane, simbolo di lealtà; l’uomo non fa altrettanto!   Il peccato più grave che distrugge il nostro essere figli è il non relazionarci agli altri con lo stesso amore misericordioso.

 

 

 

 

Responsabili del prossimo

Pienezza della Legge è la Carità

Etty Hillesum, giovane ebrea morta ad Auschwitz nel 1943, nel suo diario scriveva: Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio.  … e rivolta a Dio: Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi.  E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

Questa preghiera, che può indurre ‘perplessità teologica’ sottende, in realtà, una grande verità: essere cristiani non è una scelta che chiude la persona in un mero ed arido individualismo, essere cristiani significa diventare attenti e responsabili del proprio prossimo, di colui che ci è accanto, del nostro fratello.

E’ lo stesso messaggio che ci lascia la Parola di Dio questa settimana. Dall capitolo 18 di Matteo, definito dagli studiosi ‘discorso ecclesiastico’, leggiamo i versetti che riguardano i rapporti tra i vari membri della comunità.  Come deve costituirsi una comunità che intende porsi alla sequela di Cristo Crocifisso? La dinamica relazionale su cui si fonda l’essere ecclesia non è dettata da un legalismo moraleggiante, come sembra suggerire, in una lettura superficiale, il brano, ma sulla carità, la pienezza della  legge. Da essa scaturisce l’obbligo, per ciascuno, di essere responsabile del proprio fratello, anche se quest’ultimo sbaglia. La correzione fraterna è anzitutto carità, suggeriva san’Agostino.

Ecco perché vi propongo di ammirare l’opera di  Francesco De Mura, un pittore napoletano vissuto tra il XVII e XVIII secolo, allievo di Francesco Solimena.

E’ l’allegoria della Carità, con sembianze di donna, così come dettava l’iconografia tradizionale.

 La mater virtutum è vestita di rosso, simbolo della passione. Perché la carità non è fredda e apatica ma tutto smuove con la sua forza travolgente. E’ circondata da tre bambini, ognuno dei quali simboleggia un particolare aspetto della carità. Un neonato che viene allattato, perché la carità è nutrimento vitale per ogni uomo che non può vivere senza sentirsi amato. Un altro bambino si avvicina alla donna per sfiorarle il braccio destro, perché la carità dirige i passi di ogni uomo.  Senza, dice san Paolo, siamo come cembali scordati e fuori tempo. Infine un terzo bambino che dorme ma viene coperto dalla donna perché la carità rende il cristiano forte proteggendolo dai pericoli.

Infine vicino alla donna c’è un pellicano che nutre i propri piccoli. Nell’iconografia cristiana, è stato utilizzato come simbolo cristologico: come il volatile si ferisce il petto e, con il suo sangue, nutre i figli, così il Figlio di Dio ha donato se stesso per la salvezza degli uomini. La carità, di cui deve vivere la Chiesa,  è  quella vera quando ha la sua origine dall’alto, da Dio.  Solo essa ci permette di amare i nostri fratelli sino alla fine.

 

Prendere la propria Croce

Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Prendere la propria croce per seguirLo!

Questo è quanto la Parola di Dio ci suggerisce questa domenica. Ma quale è il senso di quest’affermazione? A cosa si riferiva Gesù e cosa significa per l’uomo di oggi?

 Lo scrittore sacro usa il termine, sollevare: indicava il momento nel quale il condannato doveva sollevare da terra il patibulum, il pezzo di legno che veniva poi incastrato sullo stipes, e caricarselo sulle spalle. Successivamente uscire dal tribunale e percorrere le vie della città per arrivare al luogo deputato all’esecuzione; durante il tragitto la gente aveva l’obbligo di insultarlo, malmenarlo, sputargli addosso: era il rifiuto, il disonore, lo scandalo della città. Da quel momento la sua vita si identificava con lo strumento di condanna: la croce e il condannato erano un tutt’uno in una simbiosi simbolica indiscutibile. (Lo stesso processo di simbiosi si è avuto, fin dai primi momenti dell’era cristiana per Cristo: la croce, non rappresentava solo lo strumento di tortura del Figlio di Dio ma la sua stessa persona ed il suo messaggio).

‘Sollevare la croce’ significa quindi sollevare la propria vita, la propria persona, nella molteplicità delle sue dimensioni e dirigersi verso Cristo.

 In verità fin dall’antichità più remota la croce è uno dei simboli più importanti. In una molteplicità di valenze essa racchiude un unico significato: la volontà del soggetto a relazionarsi. Essa ha una funzione di sintesi, di mediazione, di comunicazione muovendosi sia in modo centrifugo, verso l’esterno, che in modo centripedo, verso l’interno. In una battuta che può sembrare banale possiamo dire che la croce unisce il cielo e la terra, il tempo e lo spazio.

Un concetto del genere possiamo approfondirlo con un’opera di Salvator Dalì, Croce nucleare, un olio si tela del 1952.

L’opera risale al periodo della ‘mistica nucleare’ dell’artista, quando cerca di sintetizzare l’iconografia cristiana in opere che esprimono il senso della disintegrazione causata dalla bomba atomica. Pur non create con una intenzionalità liturgica sono  opere di intensa  religiosità.

Il quadro raffigura un ostensorio a forma di croce, esposto su un altare ricoperto da un corporale preziosamente ricamato d’oro ma liso. Indica una sacralità ferita. Le braccia che formano la croce sono composte da una serie di cubi, figura geometrica considerata, dall’artista, la forma perfetta. In uno sfondo piattamente nero, in cui non c’è più alcun riferimento, non più alto o basso, non più tempo o spazio, sono proprio le braccia della croce cubica a  creare un movimento che dal centro si irradia verso l’esterno, in tutte le direzioni, ma che poi al centro ritorna. Al centro l’Eucarestia, simbolicamente raffigurata da un nucleo atomico: il microcosmo. In tale impianto figurativo sembrano echeggiare le parole dell’artista:“Il cielo non si trova né in basso né in alto, né a destra né a sinistra. Il cielo si trova esattamente nel centro del petto dell’uomo che possiede la fede.”

Ecco, sollevare la propria croce significa prendere la propria esistenza e dirigersi verso Colui che diventa fuoco di riferimento che ritma il nostro tempo, i nostri spazi, i nostri luoghi.

 

Un Tesoro nascosto

Tutto un ben di dio

La Parola di Gesù si sofferma ancora una volta sul Regno di Dio. Lo fa attraverso tre brevi parabole  che la liturgia di questa domenica proclama. La prima di esse è La parabola del Tesoro nascosto; un piccolo capolavoro che si esaurisce in un solo versetto, eppure racchiude molteplici aspetti della Buona Novella. Ci soffermiamo su di essa aiutati da un olio su tavola del pittore olandese Gerrit Dou, vissuto nel XVII secolo.

Il quadro raffigura una  scena non ambientata in epoca evangelica ma, attraverso una trasposizione storica, contemporanea all’artista. Protagonista è un uomo, forse un contadino: l’artista lo disegna con una pala nella mano destra, rispettando così la tradizione ecclesiale; in realtà il vangelo parla semplicemente di un uomo.

Su una  roccia, alle spalle di una casa, si scorgono i suoi beni: la giacca, la cesta con il pranzo e la borraccia con l’acqua. E lì, per puro caso, ha trovato un tesoro. Pezzi in argento, una bisaccia contenente probabilmente soldi, altri sacchetti di tela dove si custodivano gioielli. Non una sola cosa ma tutto un ben di dio! Ebbene….cosa è il  Regno se non un Bene di Dio? E’ dono di Dio dato agli uomini. E’ presente, sperimentabile nella parola e nell’opera di Gesù. Anzi, è Gesù stesso banditore e contenuto del Regno.

Ma ritorniamo al nostro quadro. L’uomo non guarda ciò che ha trovato, volge il suo sguardo indietro. Questo gesto può simboleggiare due cose. È anzitutto un gesto protettivo: l’uomo si guarda intorno per accertarsi  che non ci siano malintenzionati pronti a rubare il suo tesoro. Ma quello sguardo è anche diretto al suo passato, verso quei campi che il paesaggio rivela e che erano la sua quotidianità lavorativa.

Ma ora tutto cambia: quel tesoro gli rivoluziona inevitabilmente la vita! Così è il Regno di Dio! Così è Gesù!  Una volta incontrato non si può continuare ad essere come prima. L’incontro con Cristo, se è vero, genera una rivoluzione esistenziale. Chi scopre il Regno, chi è afferrato da Gesù, muta radicalmente il suo orientamento verso la vita, trasforma il suo modo di pensare e di agire.  E non lo fa perché un’etica lo impone, ma perché il cuore spontaneamente sceglie. Il risultato? La gioia senza fine!

E’ da quel momento che inizia, per ciascuno, il Regno di Dio e che si completerà, per tutti, alla fine dei tempi.

SalvaSalva

La zizzania

Il buon grano e la zizzania

Vi è mai capitato di osservare un campo di grano? E’ meraviglioso! Sembra uno sconfinato mare d’oro.  Se siete fortunati e c’è un po’ di brezza che accarezza le piante, assisterete ad uno spettacolo unico, un gioco di ombre e sfumature auree in cui il cuore vorrebbe tuffarsi. Ebbene in tale splendore si insinua la zizzania! L’erba cattiva, simile a tal punto al grano da confondersi con esso. Ha però  un seme selvatico che non serve, non nutre, anzi fa male.

Gesù utilizza, in una sua parabola quest’erba cattiva come simbolo del male. Esso si confonde apparentemente con il bene, tanto che non si può estirpare l’uno senza danneggiare anche l’altro.

La parabola, per bocca dei servi, pone alcune domande importanti: Da dove viene la zizzania? Dobbiamo strapparla subito? Da dove viene il male che c’è nel mondo? Se il mondo e il cuore dell’uomo sono stati creati da Dio per il bene, perché allora c’è tanto male? Perché c’è sempre stato e forse sempre ci sarà?

Gesù afferma: Un nemico ha fatto questo! Il nemico di Dio, il maligno. Ogni volta che ci adattiamo al male, facciamo il suo gioco.

C’è un’opera di un pittore olandese, vissuto tra il XVI e XVII secolo, Abraham Bloemaert , che interpreta meravigliosamente il messaggio evangelico.

L’opera raffigura in realtà due momenti, il prima e il dopo, la causa e l’effetto.

In un vasto campo già seminato, il diavolo, identificato dalle sue corna e dalla coda, sta seminando erbacce. Esse cresceranno e si confonderanno con il seme buono.

Cosa accadrà?

Lo rivela la seconda parte dell’opera, quella in primo piano. C’è un gruppo di persone, tra essi distinguiamo un uomo e una donna nudi. Adamo ed Eva. E’ evidente che l’artista raffigura in questo modo il genere umano, impigrito nella sua quotidianeità. E’ invaso dalle erbacce, dal male che quasi non riesce più a riconoscere. Non ha frutti nelle sue ceste, non ha companatico. Suo unico futuro è la morte eterna, raffigurata dal caprone simbolo del maligno.

E’ possibile cambiare questo terribile destino? Come affrontare il male? Ci sono due elementi che possono contrastare il male. Il primo è l’intelligenza, raffigurata simbolicamente dal cavallo che sta pascolando.

Il secondo elemento è la Chiesa, simbolicamente raffigurata dalla piccionaia.

L’intelligenza umana e la Grazia divina, che agisce attraverso la Chiesa, possono aiutare l’uomo nella sua lotta contro il male.

Quale può essere il risultato finale? L’eternità! Raffigurata dallo stupendo pavone simbolo di resurrezione.

 

 

SalvaSalva

Per un nuovo futuro

Invertire la morte con la vita

Questa settimana vi propongo un post già pubblicato il 13 luglio 2014. Una scelta voluta non da pigrizia ma dettata dalla emozione, dalle emozioni che hanno ricolmato il cuore di tutti i vesuviani in questa settimana così particolare. Paura, rabbia, dolore, solitudine! La cattiveria umana ha violentato la nostra terra, la nostra Montagna. Ma la Grazia di Dio è più forte, è più grande, è capace di trasformare la storia, di convertire la cattiveria con la bontà, il dolore in gioia, la morte in vita. La grazia di Dio sta già soffiando sulla nostra Terra per seminare speranza per un nuovo  futuro.

Il seminatore di Vincent Wan Gogh dà forma  e colore a questa trasformazione, il suo sole, gigantesco, inverte i colori colorando il cielo di un giallo intenso e il  campo di un viola, quasi blu.

V. van Gogh. Il seminatore, Arles 1888.
V. van Gogh. Il seminatore, Arles 1888.

Uno scambio di colori!

Il campo, normalmente giallo, è riprodotto in blu, e il cielo, generalmente blu, qui è giallo. Un capovolgimento della realtà: il cielo in terra e la terra in cielo!

E’ questa la Speranza di cui si nutre il cuore dei cristiani. Offrire le proprie tenebre al Cielo Misericordioso, sicuri  di ricevere la forza e il coraggio necessario per rinascere!

https://guardarelaparola.altervista.org/domenica-13-luglio/

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

I Piccoli del Signore

La Preghiera di Gesù

Nel Vangelo di questa domenica l’Evangelista Matteo ci racconta un momento particolare del Nazareno. E’ un periodo non semplice per Gesù. Le istituzioni religiose lo contestano; le comunità da lui conosciute lo rifiutano. E’ solo! In questo momento di sofferenza lui prega il Padre  e dalla quella preghiera intuisce una cosa fondamentale: la sua missione non è rivolta ai grandi ma ai  piccoli! Un capovolgimento di prospettiva rispetto alla logica umana: i preferiti di Dio sono poveri, vedove, bambini, malati disagiati. Sono i piccoli del Signore|

Ed allora le parole  diventano lode; la sofferenza gioia! Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Eccola la preghiera di Gesù. Loda il Padre intuendo la sua logica.

C’è un’opera di Harmenszoon van Rijn Rembrandt, una delle molteplici opere dedicate al volto di Cristo, che sembra dare forma e colore a questo momento della vita di Cristo.

Rembrandt, Head of Christ, c. 1648 - 56, Museum of Art, Philadelphia
Rembrandt, Head of Christ, c. 1648 – 56, Museum of Art, Philadelphia

Il Gesù di Rembrandt è un Gesù di struggente tenerezza,  un Gesù semplice. Un istante ‘rubato’ alla vita privata del Nazareno. Intorno non c’è il rombo della storia ma il silenzio di un istante senza clamori. Lo sguardo assorto  assapora l’intimità con il Padre e si stupisce davanti alla logica di Amore puro dell’Onnipotente verso gli ultimi.  

Contemplare un Gesù così è come sentirsi abbracciati. Accolti da Colui che dice: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi…vi darò ristoro!  Gesù  porta il ristoro della vita. Riporta cioè l’ esistenza  umana ad un ‘nuovo stare’ più umano,  più bello!  

 

 

 

 

Un bicchiere d’acqua fresca

Chi accoglie voi accoglie me

Avvicinarsi a Cristo, il Figlio di Dio, significa accettare la sua proposta rivoluzionaria. Essa scardina le certezze di questo mondo, frantuma tutte le sovrastrutture  che rendono la vita apparentemente ricca ed agiata, per cercare l’essenziale, come un bicchiere d’acqua fresca.

Seguire  Cristo, il Signore dell’Universo, significa avere il coraggio di avventurarsi verso mete illimitate, verso altezze  mai ambite, verso speranze nemmeno ipotizzate. Unico fulcro vitale di questa nuova vita è l’amore, anzi l’Amore con la A maiuscola perché ha come unica fonte sorgiva la Misericordia di Dio.  

Lo dice Gesù stesso, nell’ultima parte del  discorso missionario riportato dall’evangelista Matteo. Usa parole forti, il Nazareno, a prima vista inquietanti. Non è degno di me. Per tre volte rimbalza dalla pagina questa affermazione dura !

Ma come…non è degno chi ama i genitori?… Chi ama i propri figli?…Come è possibile che il Figlio di Dio aggredisca il più naturale degli amori? In realtà è proprio il contrario. Gesù cita l’amore naturale dell’uomo, quello genitoriale e quello filiale, per dire che bisogna avere il coraggio di andare ben oltre la nostra natura, cercare l’amore sovrannaturale, l’amore divino. Dove cercare? Negli occhi di chi ci vive accanto! E’ come un ossimoro: Occorre abbracciare il mondo…per toccare Dio!

Eloquente, per la nostra riflessione è un’opera di Josef Kunstmann, pittore del XX° secolo.

Josef Kunstmann, L'abbraccio, 1949
Josef Kunstmann, L’abbraccio, 1949, pubblicato in The Circle n. 3.

Un unico tratto delinea i protagonisti di quest’abbraccio! Il volto di uno diventa volto dell’altro. Accogliere significa avvicinare l’altro a sé, alla  propria esistenza. E’ farsi viso, occhi, voce dell’altro. L’immagine è stilizzata, essenziale, come il bicchiere d’acqua  citato dal vangelo! Eppure sa esprimere il calore che quella relazione produce. Non ci è dato di sapere i due chi sono: un uomo e una donna? Probabilmente sì. Ma possono essere una madre e un figlio; due amici; addirittura due sconosciuti,

Un’accoglienza  nasce dal riconoscere nell’altro un tu, un fratello, una persona con la  mia stessa dignità. Con la consapevolezza che dietro i lineamenti dell’altro ci sono quelli dell’Altro, di Cristo stesso.

Gridatelo dai tetti

Gridatelo dai Tetti. Il Signore ci ama

A volte la Parola di Dio  permette di avvicinarci ad opere d’arte che poco o nulla hanno a che fare con il sacro. Eppure basta un particolare, un colore, una prospettiva, ed esse si trasformano in un caleidoscopio della Buona Novella. E’ il caso di un’opera di Umberto Boccioni, Visioni Simultanee, che sembra echeggiare l’invito evangelico: Gridatelo dai tetti.

Umberto Boccioni, Visioni simultanee, 1911, Von der Heydt Museum, Wuppertal.
Umberto Boccioni, Visioni simultanee, 1911, Von der Heydt Museum, Wuppertal.

Ben consapevoli che l’intento dell’artista futurista  era assolutamente lontano da categorie religiose, eppure la donna affacciata al terrazzo, protagonista assoluta del quadro, ci sembra estremamente vicina all’invito del vangelo di questa settimana.

La Buona Novella non può restare chiusa negli angusti spazi del sacro: siamo invitati a gridarla dai tetti!

Cosa?

Che Dio è il Padre misericordioso che ci conosce ad uno ad uno; che sa persino il numero dei  capelli del nostro capo. Dio non è il motore immobile, staccato dalla storia e dalle storie che ha creato; si compenetra in esse, piange, soffre gioisce con coloro che piangono, soffrono, gioiscono. 

Gridiamolo sui tetti che Dio è innamorato di noi! Seppure travolti dal caos di una vita troppo veloce e superficiale, Dio ci attende per ricolmarci delle sue tenerezze. Gridiamolo sui tetti che, seppure affogati da sofferenze ingiuste, Dio ci attende per garantirci giustizia e ricolmarci il triplo per tutte le pene sofferte.

Nel quadro la protagonista si affaccia dall’alto ma non guarda soltanto, è completamente immersa nel paesaggio, partecipa attivamente alla vorticosa attività della piazza sottostante. Le linee prospettiche verticali diventano oblique. L’immagine, a prima vista frantumata e spezzata, si ricompone in un vortice luminoso e in un turbine ascensionale, che sembra voler entrare nella casa. Così deve essere la vita del cristiano: pregna di una vitalità spirituale che smuove ciò che sembra ormai inerte; che riesce a cogliere l’unità di ciò che ormai è frantumato.

Gridiamolo  sui tetti! La fede non termina nei tabernacoli ma scende nella piazza della storia! Non per convincere, non per cercare affiliati; per testimoniare!

Gridiamolo sul tetto questo Vangelo, facciamo nostra   l’ansia di pienezza che inquieta il Signore.

Pio Pellicano

Il pellicano simbolo eucaristico

Pie pellicáne, Jesu Dómine, 
Me immúndum munda tuo sánguine. Oh pio Pellicano, Signore Gesù,
 purifica me, immondo, col tuo sangue. Così san Tommaso d’Aquino cantava l’efficacia del sacrificio di Cristo  in Adoro te devote, uno dei cinque inni eucaristici scritti in occasione dell’introduzione della Festa del Corpus Domini nel 1264.(Festa Corpus Domini) 

Anche Dante lo utilizzò con questa valenza cristologica parlando dell’apostolo Giovanni. Questi è colui che giacque sopra’l petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto. (Divina Commedia, Paradiso canto XXV, 112-114).

In verità già negli antichi bestiari, antecedenti all’epoca medievale, è presente il pellicano come simbolo eucaristico. Un’antica leggenda narra del volatile come di un uccello tanto affettuoso da ammazzare i propri figli a forza di baci. Dopo tre giorni giunge il pellicano padre che, percuotendosi il fianco ne fa scaturire sangue. Istillato sulle ferite dei pulcini defunti, li fa rivivere. I padri della Chiesa si ispirarono a questa leggenda per le loro predicazioni. Tracciarono un’analogia tra il sangue vivificante del pellicano e il sangue versato sulla Croce da Gesù.

 E’ tale interpretazione che viene data alla raffigurazione da Lorenzo e Jacopo Salimbeni,  in un’opera del 1416, Crocifissione, presente nell’oratorio di san Giovanni Battista di Urbino.

Lorenzo e Jacopo Salimbeni, 1416. Urbino, oratorio di San Giovanni Battista.
Lorenzo e Jacopo Salimbeni, 1416. Urbino, oratorio di San Giovanni Battista.

Il pellicano eretto, con le ali avvolge il suo nido  con dentro i figli a cui dona il suo sangue. La raffigurazione fa parte di un meraviglioso affresco raffigurante la crocifissione di Cristo.

Oratorio di San Giovanni Battista, Urbino, Marche, Italy

 Il volatile con il suo nido è posto  in corrispondenza della croce e delle lance con cui i soldati romani crocifissero il Figlio di Dio. Tutta l’opera ha una forte valenza ecclesiologia. E’ la Chiesa che viene raffigurata, quella storica che sorge a partire dalla croce  e la Chiesa Corpo Mistico che celebra e adora il corpo sacramentale del Signore. Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

 

 

Un triplice dono: la SS Trinità

Questa domenica celebriamo la festa di Dio: la SS Trinità. 

Ma chi è Dio?

Non è facile entrare nel Mistero dei Misteri. Le parole sono troppo povere per parlare di Dio. I concetti troppo limitati per definire la sua identità. Ciò che possiamo fare è parlare di Dio partendo da ciò che Egli ha fatto  e fa per ciascuno di noi. 

San Paolo, nel salutare la comunità di Corinto, affermò: La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano su tutti voi . Dio si è rivelato al mondo, ma non solo! Ha preso in mano la storia umana impregnando le sue trame di bontà redentiva, di amore misericordioso, di concordia relazionale.

Il nostro Dio non è un Giudice austero che ci aspetta al varco della vita per elencare le nostre malefatte!  Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Dio è un Padre Misericordioso che ci attende per accoglierci  nel suo abbraccio eterno, ma che già ora ci viene incontro con la Bontà sacramentale del Figlio   e irrora vita nuova nelle nostre vene attraverso il suo Spirito.

 Parole queste che prendono forma e colore in una miniatura  della Bibbia di Heisterbach, 1240 circa.

Trinità del Salterio, miniatura dalla Bibbia di Heisterbach, 1240 circa.
La SS Trinità, miniatura dalla Bibbia di Heisterbach, 1240 circa.

Il Padre e il Figlio in trono. Il primo pone la mano sul capo del secondo. Il loro sguardo profondo si incrocia .  In alto lo Spirito Santo che con le ali dispiegate sembra abbracciare entrambi guardandoli a sua volta. E’ la Trinità ab intra, la sorgente di amore. L’amore puro. Un Amore però che non resta chiuso nella sua trascendenza, ma  che sta per essere donato e rivelato. I due libri, che il Padre e Il Figlio reggono con il braccio sinistro, indicano la Rivelazione del Mistero di salvezza all’uomo. 

 

Pronti ad essere Chiesa

La sera del primo giorno della settimana Gesù ritorna nel Cenacolo, dove i discepoli si sono rifugiati, impauriti e timorosi, stette in mezzo e disse Pace a voi….e soffia su di loro lo Spirito Santo, il soffio della nuova vita! Ed ecco che tutto si trasforma, si ribalta: quegli stessi uomini diventano coraggiosi e pieni di gioia. E’ accaduta la Pentecoste ed essi sono pronti ad uscire nel mondo per annunciare ciò che avevano visto e udito. Pronti ad essere Chiesa.

Così l’evangelista Giovanni inaugura l’era del Paraclito. Lo fa riunendo  il dono dello Spirito, in un’unìca visione  con Pasqua e Ascensione.  Un racconto complementare a quanto ci viene annunciato, negli Atti degli Apostoli, dall’evangelista Luca che colloca l’evento nella festa del 50esimo giorno.

La Festa della Pentecoste si è sempre prestata a molte interpretazioni artistiche e pittoriche. Tra tanti capolavori vi propongo di ammirare quello del Beato Angelico, al secolo Guido di Pietro.

L’Angelico, dipinse la Pentecoste due volte. Il primo dipinto è una tavoletta che fa parte dell’Armadio degli Argenti della SS.Annunziata di Firenze, attualmente contemplabile al Museo di San Marco a  Firenze. Il secondo fa parte del trittico dell’Ascensione, Pentecoste e Giudizio universale, della Galleria Corsini di Roma. Noi ci soffermiamo sulla prima opera.

 

Beato Angelico, Pentecoste, Particolare degli Armadi degli Argenti, 1451-53, Firenze.
Beato Angelico, Pentecoste, Particolare degli Armadi degli Argenti, 1451-53, Firenze.

La raffigurazione è strutturalmente divisa in due sezioni orizzontali. La parte superiore raffigura il Cenacolo. La parte inferiore, il mondo. Tutta la scena è adornata da due cartigli con cui l’artista teologo struttura una sapiente concordanza blblica dell’evento.

Cominciamo proprio dal primo di questi: effundam spiritum meum super omnem carnem et prophetabunt filii vestri (effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli. Gioele 3,1). La promessa veterotestamentaria si sta attuando proprio in questo momento. La camera alta raffigura il momento dell’effusione dello Spirito: sul capo dei presenti è dipinta una fiammella, simbolo dello Spirito del risorto.

Ma chi sono quelle persone: gli apostoli? Probabilmente sì, ma non solo. Ne sono infatti ben ventisei, uomini e donne. Al centro Maria. E’ in piedi, con le mani giunte e con un aspetto ieratico.

Ad essa corrisponde, nella sezione inferiore, una porta. E’ ancora chiusa!

Il secondo cartiglio detta: repleti sunt omnes Spiritu Sancto et coeperunt loqui aliis linguis  (ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue. Atti 2,4.)

Fuori dal cenacolo, una serie di personaggi, dal copricapo bizzarro. E’ l’umanità che assiste alla nascita della Chiesa e  attende che quella porta si spalanchi per far sgorgare da essa fiumi di Grazia ed irrorare la storia dell’uomo.

 

Ad-Dio di Gesù

L’Ascensione è l’ultimo atto della vita terrena di Gesù. Il Nazareno si accommiata dal mondo. Termina  quella relazione storica che lo ha reso ‘naturalmente uomo’ così come tutta l’umana specie. Ma più che un addio, l’evento  dell’Ascensione, è un  ad-Dio di Gesù. Egli si volge definitivamente al Padre per essere ricolmato, nella sua persona già risorta, dello Spirito Santo.

Nel Giordano, al cospetto del Battista,  Dio aveva fatto scendere sul Verbo Incarnato il suo Spirito.
Morendo l’uomo di Nazaret aveva ridato lo Spirito al Padre.
Dopo la resurrezione, il suo corpo vittorioso sulla morte, viene ricolmato, come una brocca ad una sorgente, dell’Amore divino.
E’ questa l’Ascensione! 

Non una ‘salita’, come la parola erroneamente lascia intendere, ma un passaggio ontologico. Il Figlio di Dio, dopo la Resurrezione, porta la sua natura umana, alla piena comunione con il Padre.

Una verità di fede non semplice da comprendere ma che sembra perfettamente espressa in un capolavoro di Rembrandt, L’Ascensione di Cristo, un olio su tela del 1636 e oggi custodito all’Alte Pinakothek di Monaco.

Rembrandt, Ascensione, 1636, Monaco
H. Rembrandt, Ascensione, 1636, Alte Pinakothek, Monaco

Al centro di una struttura circolare, composta dagli Apostoli e da alcuni Angeli (mondo umano e mondo divino) c’è Gesù, con le braccia alzate che ascende al cielo. Le sue vesti hanno la stessa forma della colomba posta in alto a simbolo dello Spirito Santo. Ecco l’espediente con cui l’artista ‘spiega’ iconograficamente l’Ascensione. La persona di Gesù risorto è ricolmata dello Spirito di Amore tanto da assumere la stessa forma.

Un secondo particolare merita di essere sottolineato: il forte contrasto tra tenebre e luce. Gli Apostoli sono immersi in un’oscurità quasi totale. Ma dall’alto la luce emanata sia dalle vesti di Gesù che dallo Spirito colomba, la stessa e unica luce, scende verso il basso come una cascata irruente, pronta ad illuminare tutto rompendo la coltre delle tenebre.
L’Ascensione è sì un evento Cristologico, ma sempre posto all’interno del Mistero di redenzione che Dio vuole per tutti gli uomini. Gesù, portando la sua natura umana al cospetto di Dio Padre, ha aperto un varco tra il tempo e l’Eterno. 

La grande gioia  deriva dalla consapevolezza che l’addio di Gesù non ha lasciato un vuoto, ma ha permesso una Presenza, infinitamente più grande, in mezzo a noi, nei nostri cuori.

 

Chi ha visto me ha visto il Padre

Dio nessuno lo ha mai visto. Afferma l’evangelista Giovanni all’inizio del suo vangelo! Eppure quel Dio, l’Altissimo, è diventato contemplabile. L’Eterno si è svelato nella puntualità della storia. L’Onnipotente si è chiuso nella debolezza di un corpo. Tutto ciò in una persona, in un volto: Gesù il Cristo! A Filippo che chiede di vedere il Volto del Padre, il Nazareno risponde: Chi ha visto me ha visto il Padre !

Gesu’ non solo ha un volto …è il volto del Padre!

Il volto più raffigurato nella storia dell’arte, in tutti i momenti della sua vita: dalla nascita all’evento parusiaco. Vi invito a contemplarlo nell’opera di Renoir: La testa di Cristo. 

Rembrandt, Testa di Cristot, 1648-50 ca. Berlin, Gemäldegalerie
Rembrandt, Testa di Cristo, 1648-50 ca. Berlin,  Gemäldegalerie

Noi siamo soliti immaginare il volto di Gesù così come ci fa comodo. Con i lineamenti e le caratteristiche che ci garbano, che la nostra natura sollecita ed il nostro amore esige. 

L’artista protestante  cercò per tutta la vita di dipingere il mistero di Dio fatto uomo. Quando, nel 1656, le sue opere furono messe all’asta, nel lungo inventario, in riferimento a tre tele raffiguranti la testa di Cristo fu scritto:   Cristus tronie vae’t Leven, letteralmente testa di Cristo dal vero. Una precisazione che ha lasciato interdetti i critici per secoli.

Cosa significava tale affermazione? Le ipotesi sono varie, nessuna è certa. Vero è che Rembrandt non si fermò a quanto l’iconografia ufficiale suggeriva ma inseguì   nel volto dei suoi contemporanei  la sua ricerca.  Il risultato è   un volto semplice, quasi banale, ma risplendente di una luce la cui sorgente è il Padre che è amore.  Non si potrebbe essere più uomo di questo nazareno, appartenente alla classe povera, che i sacerdoti hanno schernito e che la flagellazione ha  sfigurato.  Tuttavia, in questa carne miserabile frutto di un abisso di umiliazione e di tortura,  Dio risplende con una grandezza dolce e terribile.  In quei lineamenti la Luce si fa volto!

 

 

 

 

Io sono la Porta.

Quante volte abbiamo varcato la porta di una chiesa? Impossibile ricordarle tutte! Un gesto  abitudinario per il cristiano praticante che, quella sorta di atmosfera desacralizzante che ormai si è diffusa nei nostri luoghi sacri, ha reso anonimo e banale. Eppure varcare il portale di una chiesa significa inoltrarsi nel Mistero della salvezza di Cristo. Io sono la Porta.

Il portale non ha solo la funzione di porta da cui uno entra ed esce dalla chiesa, ma anche di richiamo e simbolo di ciò che l’attende. [Romano Guardini]. La porta di una chiesa, definisce non solo il  passaggio per avere accesso al Padre, per mezzo di Cristo, per ascoltare la sua Parola, per partecipare alla frazione del pane e alla preghiera; non è solo un elemento strumentale,  un buco nella parete per entrare e uscire dall’edificio, ma ha  una valenza simbolica trascendente. E’  icona di Cristo stesso!

La tradizione artistica ha sempre considerato con particolare riguardo il portale della chiesa. Il genio artistico si è espresso in molteplici modi,  ma l’intento ( a parte alcune eccezioni) era ed è sempre lo stesso: sottolineare la valenza liturgica del portale. 

Oggi vi propongo di soffermarvi su un’opera contemporanea. Il portale della chiesa del Cuore di Gesù a Monaco di Baviera nel quartiere di Neuhausen, opera dello studio Allmann-Sattler-Wappner. 

Opera dello studio Allmann-Sattler-Wappner.
Opera dello studio Allmann-Sattler-Wappner.

portale

 La facciata della chiesa, in  vetro blu, è  un enorme portale, che si apre completamente come segno di accoglienza per tutti, realizzando così visivamente quanto si dice nella preghiera di dedicazione: Qui il povero trovi misericordia, l’oppresso ottenga la libertà vera e ogni uomo goda della libertà dei tuoi figli.

 

La mensa della vita

E’ sera a Emmaus. Due uomini, due discepoli del Nazareno, sono appena arrivati a casa, stanchi e avviliti per le vicende accadute a Gerusalemme. Il Nazareno, il profeta in cui avevano posto le loro speranze per la liberazione di Israele, è stato ucciso. Ma piu’ che la morte del loro Maestro, ciò che li ha sconvolti, è stata la sua Resurrezione.  Il Sepolcro è vuoto…ma lui non l’hanno visto! Spiegano a quel viandante che si è avvicinato lungo la strada e che ora condivide la mensa con loro. Strano uomo quest’ultimo,  sembra non sapere nulla di quanto è successo nelle ultime ore eppure sa molto piu’ di loro riguardo alla vera identità di Gesù! E  spieg(a) loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.  Ed ecco, quella voragine che la morte dell’amico aveva scavato dentro i  loro cuori si colma. Quando poi a tavola spezz(a) il pane hanno la certezza di trovarsi di nuovo alla presenza di Gesu’ e la loro mensa è diventata la mensa della vita.

Moli artisti hanno dedicato il loro genio artistico all’episodio evangelico. Forse il capolavoro più famoso, sicuramente quello più bello è La cena di Emmaus di Caravaggio, oggi custodito alla National Gallery di Londra.

Caravaggio, Cena di Emmaus, 1600-02, National Gallery, Londra.
Caravaggio, Cena di Emmaus, 1600-02, National Gallery, Londra.

Il pittore fissa l’istante in cui i due apostoli riconoscono nel viandante straniero il Cristo Risorto.  La maestria artistica e la presenza di alcuni  particolari simbolici, permettono alla raffiigurazione di ‘raccontare’ la Buona  Novella che l’episodio racchiude.

Intorno ad una mensa si scorgono i tre protagonisti. Caravaggio riesce a fissare lo stupore dei due discepoli in modo superlativo. L’uomo a  sinistra sta per balzare dalla sedia mentre quello a destra si sbraccia formando una croce. Dolore che si trasforma in gioia, dubbio che diventa certezza traspaiono chiaramente da quei corpi che sobbalzano.  Gesù sta benedicendo la tavola; in quel gesto riconoscono il Maestro!

La figura di Gesu’ è particolare: non ha la barba come l’iconografia tradizionale presenta; i suoi lineamenti ricordano piuttosto il Buon Pastore, un elemento ricorrente nell’arte cristiana  antica. Il pittore infatti, in sintonia con la volontà evangelica, vuole andare ‘oltre l’episodio’ per raccontare il significato simbolico: su quella mensa è la Chiesa che celebra la sua prima eucarestia con il suo Signore. La tunica rosso sgargiante e il mantello bianco brillante  attestano ulteriormente questa interpretazione. E’ il corpo di Cristo glorioso, il Signore della storia, che siede alla mensa della sua Chiesa.

Sulla tavola imbandita, oltre il pane e il vino c’è un pollo. Non è irriverenza del pittore;  egli pone l’attenzione sulla morte subita dal Figlio di Dio. Ma, In primo piano, c’è un canestro di frutta (simile a quello che fa da protagonista ad un altro popolare quadro di Caravaggio). La minuziosità con cui l’artista ha dipinto la frutta è stupefacente: è lì che è raffigurato il Cristo glorioso. L’uva bianca rappresenta la resurrezione, il melograno è il simbolo di Cristo e l’ombra che il canestro proietta sulla tavola è a forma di pesce, altro simbolo di Gesù.

Ma attorno a quella mensa c’è un posto vuoto: è lì che viene invitato lo spettatore! Sedersi e partecipare alla mensa della vita…è l’invito che Gesù fa a ciascuno di noi ogni domenica.

 

Pace a voi!

 E’ sera. Gli Apostoli sono a porta chiuse pieni di timore. Ed ecco lì, davanti a loro c’è  il Maestro. Li saluta dicendo Pace a voi!

 Quella sera avevano  bisogno di Pace….erano  stati giorni incredibili: la cattura di Gesù, quel processo in fretta e furia,  poi quell’inspiegabile,  orrenda, crudele morte in croce. Avevano trascorso il giorno di festa  chiusi dentro, per paura dei giudei, con due grandi assenze: quella del loro Maestro e quella, non meno sconvolgente, del traditore, di colui  che ha avuto il coraggio di vendere il Maestro per pochi soldi: Giuda. E poi la notizia incredibile di Maria: il corpo di Gesù non si trovava più!

Sono talmente sconvolti che non credono a ciò che sta lì, davanti a loro, è il Risorto…..non si può ritornare dalla Morte…è un fantasma…o forse solo immaginazione…fantasia. Ma il Signore soffia su loro lo Spirito, non solo perché possano credere, ma anche annunciare al mondo tutto ciò che fino a quel momento hanno visto ed udito. Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi

Ma uno di essi non c’è!

Dopo una settimana, nello stesso giorno, appare di nuovo e questa volta c’è anche Tommaso, l’incredulo!

L’incredulità di Tommaso è stato un tema molto caro alla pittura religiosa di tutti i tempi.  Tra le tante meravigliose opere, vi propongo di ammirare la tela di Hendrick Terbrugghen, l’Incredulità di Tommaso, custodita al Rijksmuseum  di Amsterdam.

Hedrick Terbrugghen, Incredulità di Tommaso, 1622 ca. - Amsterdam, Rijksmuseum
Hedrick Terbrugghen, Incredulità di Tommaso, 1622 ca. – Amsterdam, Rijksmuseum

Gesù è quasi al centro della raffigurazione, il sudario copre il suo corpo lasciando scoperto il braccio destro e la zona del torace dove il Risorto mostra  il segno della lancia. E’ in quella ferita, aperta ma non sanguinante, che  conduce la mano di Tommaso invitandolo a  toccare.

Alle loro spalle, in secondo piano ci sono altri due apostoli. Il primo ha gli occhi abbassati, rivolti verso la ferita di Gesù, il secondo invece rivolge lo sguardo verso l’alto, verso la luce che illumina tutta la scena: è la Luce dello Spirito Santo, donato dal Risorto  ai Dodici.

Infine in primo piano, accanto a Tommaso, c’è Pietro. Le sue mani sono trepidanti…sanno che hanno davanti il Mistero di Dio, il Risorto, ma non osano toccarlo. 

L’apostolo,  curiosamente, inforca degli occhiali. Perché il pittore ha usato questo anacronismo? (In realtà è un particolare utilizzato anche da altri artisti; cfr. Gli Occhiali di Nicodemo ).  Lo strumento ottico è assunto come simbolo di sapienza e scienza. Come possibilità di ‘vedere lontano’. Il cristianesimo si fonda unicamente su un evento:  Gesù, il Nazareno, è Risorto! “Egli è uscito verso una vita diversa, nuova – verso la vastità di Dio e, partendo da lì, Egli si manifesta ai suoi”. [BENEDETTO XVI, Papa emerito].

A tutti gli uomini di buona volontà la scelta di credere…di andare lontano, oltre ciò che è visibile, per vedere e toccare l’Altro!

 

All’ alba della Salvezza

E’ ancora Buio a Gerusalemme! Il giorno dopo la grande festa deve ancora emettere i suoi primi vagiti! Ma nel cuore di Maria Maddalena c’è un buio ancora più tenebroso: hanno ammazzato il suo Gesù! L’amico di tutti! Il Maestro! Sta correndo al sepolcro per profumare il suo corpo, per rivedere, abbracciare, toccare per l’ultima volta il suo volto. Maddalena non sa che sta per diventare la prima testimone dell’ alba della Salvezza!

Se Giovanni e Pietro saranno i testimoni legali di quel sepolcro (per il diritto ebraico la validità di un evento doveva essere attestata da almeno due testimoni oculari cfr. Dt 19,15; Mt 18,16; 2Cor 13,1ss), la Maddalena sarà la prima a ‘vedere’  cosa è effettivamente accaduto: il Signore è Risorto!

Possiamo contemplare l’Evento degli Eventi in una tela  del pittore Giovanni Girolamo Savoldo, custodita al National Gallery di Londra.

Giovanni Girolamo Savoldo, Maria Maddalena, 1535-40, National Gallery di Londra.
Giovanni Girolamo Savoldo, Maria Maddalena, 1535-40, National Gallery di Londra.

L’icona raffigura Maria Maddalena, contratta su se stessa per il dolore; porta le tenebre del dolore sulle spalle mentre la luce dell’alba bagna il suo manto. Gli occhi sono cerchiati di pianto: hanno portato via il suo Signore! Si volta di scatto perché percepisce un arrivo. E’ quell’istante che viene fissato dal pittore: il nuovo incontro con l’Amico tanto amato. La Maddalena lo vede di nuovo ma tace. Intanto guarda noi, gli astanti, gli osservatori dell’ultima ora.

Nel suo mantello si riflettono tutte le albe della storia, tutti i tormenti umani che hanno bisogno di risposta, tutte le lacrime innocenti che chiedono consolazione.

In quegli occhi, in quello sguardo, si riconosce il Risorto!

La donna abbandona il vasetto dell’olio che ormai non serve più e corre verso la  città* ancora immersa nel sonno: è pronta ad annunciare, nell’opacità della storia, la Verità. Lei, che ha seguito il Maestro fin sotto la croce, fin dentro lo scandalo del  sepolcro, può cogliere la Presenza Altra dell’Onnipotente e raccontarci che  ha visto sulla via La tomba del Cristo risorto vivente, la gloria del Cristo risorto…

 

Buona Pasqua!

* e’ raffigurata  Venezia, città amata dal pittore.

 

 

 

Umiliò se stesso

La domenica delle palme dà inizio alla Hebdomada maior: la Settimana Santa. E’ il periodo piu’ importante di tutto l’anno liturgico; si fa memoriale dell’azione redentiva del Figlio di Dio, il quale pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo[…] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce […]per questo Dio lo esaltò.

L’inno ai Filippesi, che la Liturgia ci propone, ci presenta la croce come l’esaltazione, la glorificazione del Cristo.  Quel Legno è il luogo di sintesi tra la discesa umiliante del Figlio di Dio e l’esaltazione trionfale della Resurrezione. L’inno paolino si fonda tutto su questa duplice dimensione: umanità e divinità, discesa e ascesa, morte e resurrezione.

Un’opera d’arte che dà forma e colore a questa Parola di Dio è la Crocifissione di Antonello da Messina. Un olio su tela dipinto nel  1475 e custodito alla National Galerie di Londra.

Full title: Christ Crucified Artist: Antonello da Messina Date made: 1475 Source: http://www.nationalgalleryimages.co.uk/ Contact: picture.library@nationalgallery.co.uk Copyright © The National Gallery, London
Antonello da Messina, Crocifissione con Madonna dolente e Giovanni, 1475, Londra.

 Una raffigurazione estremamente equilibrata raffigura in primo piano la croce di Cristo; ai lati Maria e Giovanni che contemplano la scena silenziosamente. In lontananza le tre Marie. Il Figlio di Dio  si abbassa alla morte di croce ma,  proprio in quell’ istante estremo, non perde la sua dignità divina, anzi esalta la mortalità umana. Il pittore riesce a rendere questa verità di fede con un espediente tecnico: abbassa il punto di fuga del paesaggio in lontananza esaltando così, per effetto ottico, ancora di piu’ la croce. Il Dio incarnato muore, ma il suo corpo è posto visivamente oltre il suolo, già nell’alto dei cieli. 

L’artista messinese rende ancora piu’ evidente questo concetto costruendo la raffigurazione in sezione aurea. (Quest’ultima, utilizzata dai pittori rinascimentali come strumento per raggiungere la perfezione estetica, fu chiamata dal suo teorizzatore, Luca Pacioli, la Divina proportione, perché rimandava alla caratteristiche divine). L’osservatore vede  il Figlio di Dio in Croce che si umilia precipitando nelle tenebre abissali della morte, ma la perfezione estetica di cui il quadro gode,   richiama un’altra Perfezione, un’altra Bellezza, quella divina. Da quella cima del Golgota  ha inizio la glorificazione Pasquale del Cristo risorto!

Io sono la resurrezione e la vita

La resurrezione di Lazzaro è l’ultimo miracolo, ma anche quello piu’ importante, riportato dall’evangelista Giovanni. E’ l’apice della Rivelazione che il Figlio dell’uomo fa di se stesso..io sono la resurrezione e la vita.

Siamo a Betania, piccolo villaggio distante pochi chilometri da Gerusalemme. In una famiglia dove Gesù ama andare, per l’accoglienza calorosa e amicale dei suoi componenti, si sta vivendo un lutto: Lazzaro, fratello di Maria e Marta sta morendo. Arrivato troppo tardi, Gesù richiama Lazzaro alla vita affermando: Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato!

Visto da un’ottica storica l’evento straordinario è il gesto scatenante per cui il Nazareno verrà condannato a morte. Dando la vita a un morto, Gesu’ è condannato a morte! Ma possiamo vedere il miracolo anche da un altro punto di vista, quello teologico, ovvero quello che cerca di individuare nella storia dell’uomo i segni che rimandano a ciò che la storia trascende, al piano salvifico che Dio ha per l’uomo. Allora le cose si invertono totalmente. Accettando su di sè la morte il Figlio di Dio ha strappato dalla morte i mortali, gli uomini.
Due piani, eternità e mortalità che, in quel miracolo, si intersecano. La resurrezione di Lazzaro diventa spunto che quasi anticipa la vera resurrezione, quella di Cristo, quando veramente l’eternità potrà scorrere nelle vene della mortalità e sublimarla.

Un’opera d’arte che dà forma e colore a questa interpretazione del miracolo  è un olio su tela di Rembrand, custodita oggi al County Museum di Los Angeles.

Remnrandt, Resurrezione di Lazzaro, 1660, Los Angeles
Remnrandt Harmenszoon van Rijn, Resurrezione di Lazzaro, 1660, Los  Angeles.

 All’osservatore appaiono subito, fortemente marcati ed evidenti,  i due assi, quello verticale, delineato dalla persona di Gesù e quello orizzontale, piatto, definito dalla tomba di Lazzaro. Il divino (asse verticale) che, in Gesù, si innesta nel mondo, (asse orizzontale). Il braccio imponente di Gesù, che  ordina al morto di ritornare in vita, è illuminato da una bagliore radioso proveniente dalla destra; Gesù ordina alla luce di irradiarsi sulle tenebre della morte.

Ci sono molti spettatori, di lato a Gesù, quasi ingoiati dall’oscurità, che assistono attoniti la scena. Uno di essi guarda altrove, verso le armi che sono ben in vista sulla tomba: un arco con frecce e una spada. Particolari non evangelici, utilizzati dal pittore a simboleggiare  l’ora della violenza dell’inimicizia, dell’odio. Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (Mt 10, 34). Essere cristiani non risparmia dalle azioni cruente! Mentre dipinge questa tela, il pittore, in un  Olanda attraversata da lotte intestine per questioni teologiche, vede morire il padre e iniziare la guerra svedese dei trent’anni.

Infine osserviamo le due sorelle, Marta e Maria. Quest’ultima  raffigurata di spalle, è l’unica che guarda Gesù. Precedentemente era andata incontro a Gesù e  vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!  Così la dipinge Rembrandt: ai piedi del Signore che si commuove profondamente per il dolore dell’amica. L’altra sorella è raffigurata, con le braccia alzate,  illuminata pienamente dalla luce. E’ la chiave di lettura di tutto il quadro: Marta,  e lo stesso Gesù,  non stanno guardano, come sarebbe logico, Lazzaro tornato in vita. Guardano davanti, oltre la scena, verso un futuro che da lì a poco diventerà presente. Guardano verso la vera resurrezione, quella di Gesù.

Vedere faccia a faccia

Un altro pozzo, un altro incontro, un altro profondo messaggio all’uomo per la sua vita! Luce e acqua: elementi vitali senza i quali la vita non esiste, diventano qui simboli di una vita soprannaturale, una vita che è al di sopra delle aspettative naturali dell’uomo, una vita che, sforando i vincoli naturali, permette alla creatura di Dio di tuffarsi nell’eternità per vedere faccia a faccia  il Padre.

Giovanni racconta il miracolo in modo preciso e secco, in poco più di un versetto, ma lo incastona in un lungo  e drammatico capitolo, costruito ad arte che narra un episodio realmente accaduto.

 Proviamo a Guardare questa pagina del Vangelo  attraverso un capolavoro di Orazio de Ferrari, un pittore del XVII secolo. 

 

O.De Ferrari, Guarigione del cieco nato, Palazzo Bianco, Genova
O.De Ferrari, Guarigione del cieco nato, Palazzo Bianco, Genova.

Il pittore raccoglie in un’unica scena i vari momenti del racconto: l’incontro, il passaggio del miracolato dai Farisei, l’interrogazione dei genitori, la nuova vita con la professione di fede. Leggiamo il quadro rispettando la cronologia evangelica.

Gesù è al centro, il colore delle vesti risaltano rispetto ai colori bruni dell’opera. Il rosso della tunica è  simbolo della natura umana e l’azzurro del vaporoso mantello è simbolo della  natura divina. Il volto è sorgente di luce che illumina tutta la scena: Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo.  E’ Il Figlio dell’uomo, il Messia! E’ Lui che scorge il cieco, è Lui che prende l’iniziativa e,  con le dita della mano destra, tocca gli occhi inermi dell’uomo che ha davanti. 

Alle spalle di Gesù ci sono due persone: la prima guarda interessato il miracolo, la seconda abbassa lo sguardo.  Rappresentano le due posizioni dei farisei: Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato…E Altri invece dicevano: Come può un peccatore compiere segni di questo genere?

Continuando il nostro percorso notiamo ancora, alle spalle del cieco, altre quattro persone: sono i genitori anziani dell’uomo e una donna, con un bambino in braccio, forse la moglie. La famiglia del miracolato, accorsa perché chiamata dai Farisei. 

Infine altre tre persone, meno evidenti, ancora dietro il Nazareno, Sono i concittadini del cieco. Due di essi sono distratti, neanche si sono accorti di quello che sta accadendo. Rappresentano coloro che nella vita non vogliono compromettersi, che guardano con distacco tutto. 

Ma il nostro percorso ci fa ritornare al cieco:  è seduto, ma due particolari sintetizzano il suo cambiamento di vita. Il bicchiere che ha tra le mani e il bambino che gli sta a fianco. Il primo ‘sostituisce’ la piscina di Siloe dove corre a lavarsi. Possiamo leggervi il rimando ad un altro incontro avvenuto poco prima: quello con la samaritana. Il significato è identico; Io sono l’acqua viva, ha rivelato Gesù, chi beve della mia acqua non avrà più sete. Il secondo particolare, il bambino, rimanda alla nuova vita, alla nuova nascita che, l’incontro con Cristo, suscita. Entrambi i particolari sono segni sacramentali. La Chiesa ha da sempre ravvisato in questo miracolo una lezione battesimale. La vista che quell’uomo ottiene, è la vista della fede. 

C’è un’ultima persona, una donna, ha lo sguardo attento, ma guarda altrove. Verso dove? Verso la Risurrezione! Perché quel miracolo, secondo Giovanni, altro non è che un segno con cui Gesù invita a vedere oltre,  verso la Vita Eterna.

 

 

 

Un incontro

Un uomo, una donna, un incontro .
La donna è una samaritana senza nome. Il suo passato non è stato semplice: si è persa dietro  falsi amori cercando chissà cosa, chissà chi!
L’uomo è Gesu’, un Giudeo, molto piu’ che uno straniero, un nemico. Lo sanno tutti dell’ostilità ancestrale tra  Giudei e Samaritani! Ma Gesù è anche il Figlio di Dio, il Messia . Allora tutto cambia!

Tutto avviene presso un pozzo. In una regione in cui l’acqua è scarsa, i punti in cui essa sgorga diventano luoghi privilegiati di incontro, di conflitti e riconciliazioni, di antichi ricordi. Luogo del corteggiamento, del fidanzamento. Al pozzo Isacco incontrò Rebecca (Gn 24,10-20); Giacobbe incontrò Rachele (Gn 29,2 ss); Mosè incontrò Sefora (Es 2,15-21). E’ il luogo dell’intimità sponsale e della confidenza piena. Lì il Messia tanto atteso, lo Sposo, incontra la sua Sposa: l’umanità credente.

Molte sono le opere d’arte che si sono ispirate a questo episodio evangelico.  Vi propongo di contemplare il quadro di Siergei Koder. Un’opera originale perchè presenta l’incontro allontanandosi dallo schema tradizionale che raffigura Gesu’ e la donna vicini ad un pozzo. Il quadro è strutturato a partire dalla cisterna. Lo spettatore è invitato a guardare un interno che mai era stato svelato.

S. Koder, La donna al pozzo di Giacobbe) olio su tela, 2001, Museo Ellwange Bild und Bibel
S. Koder, La donna al pozzo di Giacobbe) olio su tela, 2001, Museo Ellwange Bild und Bibel.

La donna, sola, si affaccia al pozzo, scrutandone il fondo. Quel luogo profondo e buio rappresenta il suo cuore, la sua coscienza. E’ serena, sorridente, non ha fretta ma osserva meravigliata ciò che la vista le offre. Cosa scorge nella parte piu’ profonda? Che non è sola! Accanto ha un’amico prezioso, ha Gesu’! Così come per la samaritana, Gesu’ raggiunge la profondità del cuore di ciascun uomo per donare un di più di bellezza, un di più di vita, un di piu di amore che tracima, che diventa sorgente zampillante, diventa acqua viva che fa maturare la vita, la rende autentica e indistruttibile, eterna.

Non da trascurare è il gioco di luci che l’artista ha dato al quadro. Il pozzo oscuro è illuminato dalla luce esterna che  si riflette nell’acqua proiettandosi tra i due volti.  A rigor di logica questi dovrebbero  essere in ombra, apparendo in controluce.   Non è un errore. Se capovolgiamo l’immagine appare un altro sole, un’altra sorgente di luce che ha origine  dal  volto del Nazareno e si irradia sulla donna.  E la luce di Dio che  illumina quella vita  disordinata e superficiale. Quel Cristo è l’acqua per la sua sete, egli è il volto che rivela all’uomo il suo futuro.

Elogio alla Bellezza

 Poco prima del suo arresto, della Passione e della morte a Gerusalemme, Gesù sceglie tre Apostoli tra i dodici, Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce su un alto monte, il Tabor in Galilea. Lì è trasfigurato davanti ai loro occhi. Ovvero la sua figura, la sua corporeità  va oltre le sue stesse fattezze facendo trasparire la Gloria di Dio. L’elogio alla bellezza pura, eccelsa, accade nell’uomo di Nazareth, primizia  di quanto sarebbe accaduto all’ombra del sepolcro.

L’episodio evangelico deve essere stata una bella sfida per gli artisti: riuscire a rappresentare la Bellezza di Dio, la sua Gloria che si irradia dalla persona di Gesù. Vengono toccati i limiti  della rappresentatività propria del visibile! Eppure il risultato è stato un copioso susseguirsi di opere straordinarie.

Tra esse vi propongo di soffermarci sull’opera di Tiziano Vecellio, del 1560, custodita nella Chiesa di San Salvador a Venezia.

 

Tiziano Vecellio, Trasfigurazione, 1560, Venezia.
Tiziano Vecellio, Trasfigurazione, 1560, Venezia.

Osservando l’opera sembra di assistere ad una deflagrazione: l’eterno entra nel tempo; l’infinito nel finito.     Al centro si staglia la figura di Gesù tutto rivolto al Padre. E’ avvolto dalla luce, anzi è lui stesso sorgente della luce, che si sprigiona dal suo corpo.

Ai lati  Mosè ed Elia protesi verso il Salvatore. Lla loro attesa trova finalmente compimento.

Infine  i tre discepoli, scaraventati per terra da una forza ineguagliabile,  si muovono tra fragilità e desiderio. Rappresentano, simbolicamente, le tre virtù teologali. Pietro, che ha bisogno di velarsi gli occhi, per sostenere la visione della gloria divina, raffigura la fede. Giacomo, che con la mano cerca riparo per il timore che prova, indica la speranza. Giovanni ha un vestito d’un rosso indicante la carità, mentre in ginocchio volge il suo sguardo penetrante all’amore di Dio.  Sono le tre ‘forze’ che aiutano a credere che quanto è accaduto sul Tabor accadrà anche per noi:  una vita che non finisce,  un corpo che risplende, una relazione senza ostacoli, libera, tra noi, in Cristo, nello Spirito, con il Padre.

 

 

Il Padre della menzogna

Che cosa è il peccato?

E’ sprofondare in un abisso di tenebre! E’ scegliere volontariamente il buio al posto della luce, l’ego anziché l’altro, l’odio al posto dell’amore. E’ farsi corteggiare e perdersi consenzientemente dietro colui che papa Francesco ha definito  padre della menzogna, Satana.

Anche Gesù si è trovato a vivere quest’esperienza. Anche Lui, il Dio veramente uomo, ha dovuto  affrontare la scelta tra il bene e il male. E lui ha scelto! In senso lato potremmo dire che ha scelto entrambi…ha scelto il male per sé e il bene per tutti quanti noi! L’Eterno  ha scelto di morire per donare a noi l’Eternità!

L’evangelista Matteo, così come Luca, ci riporta un drammatico racconto scandito in tre atti, con tre diversi palcoscenici ma un solo ed unico  avversario: Satana! (nel post La tentazione di Gesù mi sono soffermata di più su questo aspetto).

C’è un’opera del pittore russo Il’ja Efimovič Repin, vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo, capace di tradurre iconicamente quell’emozione che la persona prova quando si sente al limite del precipizio, faccia a faccia con il male, con il peccato.

Ilya Repin, Tentazioni di Cristo, 1908, Konstnärens dödsbo "Penaty", Kuokkala.
Ilya Repin, Tentazioni di Cristo, 1908, Konstnärens dödsbo “Penaty”, Kuokkala.

Il quadro sembra raffigurare la terza tentazione, quando Satana conduce Gesù su un monte altissimo. In effetti ciò che viene evidenziato dal pittore non è l’altezza della rupe, ma il profondo precipizio che si inabissa proprio davanti a Gesù. Da esso si scorge unicamente un nero penetrante, che si innalza verso l’alto, pronto ad inoltrarsi nel mondo degli uomini. Riflessi e tracce di colore rosso rimandano simbolicamente alla violenza, che un gesto peccaminoso lascia su chi lo commette e su chi, tante volte, lo subisce.

Sulla rupe c’è Gesù, apparentemente solo.  Invece, se osserviamo con attenzione, si nota, lungo il profilo del capo, la testa di Satana. E’ reso più evidente dal colore rosso, uguale ai riflessi presenti nel precipizio. Perché Satana è così! Apparentemente invisibile, tanto da farci, troppo spesso, dubitare della sua esistenza. Eppure c’è. Si insedia nel nostro animo adombrando la cosa più bella che abbiamo: la libertà. Quando ci seduce, sembra di ‘non fare nulla di male’… invece stiamo solo annichilendo la nostra bellezza di creature di Dio. Il futuro del peccato è il nascondimento, il volontario allontanamento dagli altri e soprattutto da Dio. Perché,  dice ancora papa Francesco la tentazione ti porta a nasconderti dal Signore e tu te ne vai con la tua colpa, col tuo peccato, con la tua corruzione, lontano dal Signore. 

Bisogna invece avere il coraggio di avvicinarsi, di chiedere perdono, sicuri dell’aiuto del Signore….perché Gesù, su quella rupe c’è stato per ciascuno di noi…realmente!

 

Nessuno può servire due padroni

Nessuno può servire due padroni…. non potete servire Dio e la ricchezza. Per chi vuole essere suo discepolo Gesù chiede una scelta precisa tra due possibili opzioni esistenziali. Una fondata sul possesso, sull’inquietudine per la realtà del mondo;  l’altra sulla relazionalità, sulla fiducia in Dio. L’evangelista Matteo invita il suo lettore ad inoltrarsi nella propria interiorità per decidere dov’è il suo cuore e di conseguenza cosa considera prezioso, in cosa consiste il suo tesoro. Gli chiede il coraggio dell’onestà verso sé stesso e vivere con coerenza la sua scelta quotidianamente.

Un’opera d’arte che ‘mette in figura’ la richiesta evangelica è un olio su tela di Johannes Vermeer dal titolo Donna con una bilancia. E’ possibile ammirarla al  National Gallery of Art, di Washington.

J. Vermeer, Donna con una bilancia, 1664.
J. Vermeer, Donna con una bilancia, 1664.

 In un angolo di una stanza una donna, bella ed elegante è accostata ad un tavolo, ha tra le mani una bilancia, è concentrata a fare qualcosa. Forse perché la bilancia è quella utilizzata dagli orafi, forse per le presenza, sul tavolo,  di gioielli, la descrizione tradizionale dell’opera ha sempre suggerito che la donna stesse pesando i gioielli interpretandola come simbolo della vanità. In realtà essa sta attendendo l’equilibrio perfetto tra i due piccoli piatti della bilancia ancora vuoti. Un gesto banale, necessario, quotidiano. Una raffigurazione perfetta, dipinta con un’arte straordinaria, che si inserisce in quel copioso filone pittorico del secolo d’oro olandese dove la pittura di genere era tra le preferite degli artisti.

Dove sono le tracce che fanno di questo capolavoro un’opera teologica?

Possiamo individuare tre particolari, a partire dai quali, è possibile leggere l’opera come pagina di evangelo raffigurata.

Il primo è la luce che dall’alto entra nella stanza illuminandola. Dona all’ambiente un gioco di ombre perfetto permettendo all’osservatore di percepirne la tridimensionalità. E’ lo Spirito Santo che illumina la vita di ogni persona. Lo Spirito  vivificante che aiuta chi lo invoca a individuare la strada per raggiungere la propria realizzazione. Lo Spirito di verità che fa comprendere la differenza tra il reale, il possibile e l’evanescente. 

Il secondo elemento è quel drappo azzurro, dalle copiose e morbide pieghe, presente sul tavolo. Già altre volte ci siamo ritrovati a riflettere sulla preziosità del colore. Affascinante per le innumerevoli sfumature che può assumere,  costoso economicamente, è stato utilizzato dagli artisti per indicare cose preziose, in modo particolare il divino. Quel drappo quasi sacralizza il tavolo, lo rende altare presso cui andare per incontrare Dio e riflettere sulla propria esistenza. 

Infine il gesto della donna, grazie ad un equilibrio compositivo, rimanda al terzo elemento: il quadro appeso alla parete raffigurante il Giudizio Universale ( probabilmente opera di Jacob de Backer, pittore fiammingo noto per l’immagine del Salvatore con entrambe le braccia alzate).  Una composizione dinamica che instaura un  sottile dialogo fra il gesto della donna e quello del Cristo. Una ricerca di equilibrio nella propria esistenza alla luce della giustizia divina. Il mio giudice, proclama Paolo, è il Signore! Lo specchio, dentro cui la donna riflette la sua immagine, enfatizza l’idea di questo atteggiamento che il cristiano deve avere. Costruire la propria identità unicamente alla luce di Cristo: il garante della vera Verità. 

 

 

 

 

Siate perfetti: amate così come ama Dio

Il lungo discorso di Gesù sul rapporto tra l’Antica Legge e il Vangelo, riportato dal vangelo di Matteo, si conclude con un imperativo: Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste!

E come si fa?!

Un’affermazione del genere sembra irreale, astratta. Talmente lontana dalla quotidianità da far apparire il cristianesimo come ‘roba d’altri tempi’ e il suo Dio trascendente ad un punto  tale che metterne in dubbio l’esistenza diventa l’unica cosa razionalmente possibile.

Siate perfetti!

Eppure questa esortazione, come tutto il vangelo, è  reale e concreta. Attuabile perché la perfezione è già dentro di noi. Sì perché noi siamo santi; peccatori ma santi! Apparteniamo a Dio, il tre volte Santo. Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo. Proclama il libro del Levitico.  L’amore misericordioso di Dio è già dentro di noi! Sembra di sentire l’eco delle parole di Sant’Agostino: Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ecco tu eri dentro di me ed io fuori. [Confessioni, X,27.36]. Essere santi significa  far trasparire questo amore. Significa amare il mondo così come lo ama Dio. Non quanto, ma come l’amore di Dio avvolge tutte le creature. Significa diventare occhi di Dio, bocca di Dio, volto di Dio…per gli altri.

Un’opera d’arte che dà forma e colore a ciò è All’imbrunire di Mark Chagall.

M.Chagall, All'imbrunire, Collezione privata.
M.Chagall, All’imbrunire, Collezione privata.

Abbiamo già incontrato altre volte l’arte di Chagall. Il suo stile, coniugando la fantasia apparentemente infantile con la potenza trasfigurante delle fiabe, dà un risultato unico che diventa poesia e  si innalza all’unica musa ispiratrice: l’amore.  

In quest’opera notiamo come sfondo una strada con delle case: sono emblematicamente uno spaccato simbolico del mondo. Il colore è assente, segno della durezza della vita, della sofferenza che accompagna la storia dell’uomo. In  primo piano due persone  ( il pittore con le sue tele e le sue tavolozze e Bella, il suo amore). Ciò che colpisce sono i due volti. Li distinguono due colori. Il blu, colore caratteristico dell’arte chagalliana. E’  intenso e sfumato assieme, è pastoso, vorticante, sembra essersi fermato sulla tela per poco, appena appoggiato, e allo stesso tempo la pervade e la occupa prepotentemente. E’ il colore riservato da tutta l’arte pittorica alle occasioni speciali, al divino, forse perché realmente caro, costoso. L’altro colore è il rosso, da sempre simbolo della passione, dell’umano.

Quei due volti, così diversi, diventano allora un’unico volto: l’occhio dell’uno diventa occhio dell’altro; il naso dell’uno diventa naso dell’altro; la bocca dell’uno diventa bocca dell’altro….così diventiamo Tempio di Dio!