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Hai fatto di me una meraviglia stupenda

Alba che precorre il sole

Il 24 giugno la Chiesa celebra la nascita di Giovanni, figlio di Elisabetta e di Zaccheo.

L’evangelista Luca ha impresso nel suo vangelo una forte analogia tra il racconto della  nascita del Battista e quella di Gesù. Un legame che è continuato nella tradizione della Chiesa.  Giovanni  è l’alba che precorre il sole. L’ultimo profeta, colui che ha fatto da guado tra la Vecchia alleanza e la Nuova.

Pur non vivendo in prima persona l’era Cristiana, ne è stato l’anticipatore! Forse per questo motivo la figura del Battista è stata sempre interpretata in un’ottica ecclesiologica. Ciò che avvenne al Padre Zaccaria era già  annuncio della venuta del Signore: la Parola di Dio  tolta all’uomo per  diventare carne in un grembo di donna. La fine della sterilità di Elisabetta è tipo e preannuncio della fecondità della Chiesa; quella partorirà il Battista, questa partorisce dei figli nel battesimo.

La lettura ecclesiologica della vita dell’ultimo profeta  è molto chiara nella produzione iconografica dedicata alla sua  nascita.

Un esempio è l’opera di Artemisia Gentileschi custodita al museo del Prado a Madrid.

 

Nella parte superiore Elisabetta è sdraiata sul letto, dopo aver partorito il bambino.  Simbolo della fecondità della Chiesa che genera, attraverso l’opera sacramentale dello Spirito Santo, membri del Popolo di Dio. Su di un lato Zaccaria scrive  il nome del neonato, Giovanni.  la tradizione avrebbe voluto per quel bambino il nome paterno, ma Zaccaria sa che qualcosa di unico è l’amore di Dio ha rivoluzionato la loro vita. Ecco che con le proprie mani scrive Giovanni, che   significa ‘Dio ebbe Misericordia’. L’artista ha dipinto ai piedi dello scanno che funge da scrittoio una carta, sembra gettata via perché vecchia, una parola ormai inutile perché la Nuova sta arrivando e tutti potranno udirla e vederla.

Nell’angolo inferiore vediamo quattro donne che lavano il neonato in un catino, con una simbologia legata al battesimo. E’ proprio attraverso il battesimo che Dio ha chiamato  ciascuno di noi per nome, ci ha amato e ci ama singolarmente, nella concretezza della nostra storia….a noi la risposta: Hai fatto di me una meraviglia stupenda.

Ricolmi della fiducia di Dio

Un seme particolare

 Un seme, anche quello più piccolo, una volta messo a dimora, cresce da sé, diventa un’altra realtà, totalmente nuova, inaspettata, autonoma. Così è il Regno di Dio!

Seminato nel nostro cuore, nella nostra storia. Esso non dipende dalle nostre forze, dalle nostre intelligenze; non si avvizzisce a causa dalle nostre chiusure, dei nostri odi; supera tutte le  capacità umane poiché ha in sé un proprio dinamismo… e cresce, anche se spesso è invisibile ai nostri occhi poco avvezzi al bello, ai nostri cuori induriti da tante, troppe miserie.

A noi, spettatori, anzi interlocutori unici di tale meraviglia, non resta che avere fiducia! Il Regno di Dio è stato seminato, sta crescendo: il bene sovrasterà il male, la pace avrà la meglio sulla guerra, l’amore avrà la sua vittoria definitiva sull’odio, la vita sconfiggerà per sempre la morte e si rigonfierà di eternità.

Bisogna essere  Pieni di Fiducia in Dio, raccomanda  Paolo al popolo di Corinto. Tutto ciò avverrà!

All’ombra delle sue ali

La Fiducia nell’’Altro da noi’, è l’ormone radicante che permette alla nostre esperienze religiose di mettere radici solide, valide, definitive.  Eppure tale fiducia  è forse l’atteggiamento più difficile per ogni credente nei confronti del suo dio, per il cristiano nei confronti di Dio Padre: fermarsi, zittire la voce altisonante del nostro ego e lasciar parlare in noi la voce di Dio. Quando tale fiducia diventa quotidiana, naturale, si fa Fede.  Solo allora  riusciremo a scorgere il Regno di Dio in noi.

C’è  un’opera scultorea, una delle opere più belle dell’artista toscano Lorenzo Bartolini e dell’arte dell’Ottocento, in cui possiamo ‘vedere’ la fiducia in Dio.  Un capolavoro dell’arte purista realizzato nel 1835  su commissione della  Marchesa Rosa Trivulzio e conservato oggi al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Nella scultura la fiducia in Dio  si manifesta nel volto  di una donna che teneramente rivolge il suo animo a Dio in un gesto di pia devozione.

Il corpo della donna,  definito da linee morbide e fluenti,  si abbandona al cospetto del Padre misericordioso.  Benché senza veli, esso brilla di un candore unico, casto, bello.

Ma sono le mani il particolare più eloquente: l’una nell’altra, in un pacato e silenzioso abbraccio,  indicano la silenziosa preghiera a cui la donna si è totalmente abbandonata, sicura che è quel gesto, quel momento a dare significato a tutto il resto.

La fiducia in Dio è questo: abbandonarsi all’ombra delle Sue ali,certi che saremo innalzati con Lui verso l’Eterno.

 

Lotta tra bene e male

In armonia con il Padre

Secondo la tradizione biblica la storia dell’umanità si è sviluppata, fin dall’inizio, attorno alla lotta tra bene e male. Adamo, simbolo di tutto il genere umano, è messo di fronte a una scelta fondamentale: fare la volontà di Dio, rimanere in una stabile armonia con Lui e con il mondo intero,  oppure seguire la propria volontà e pretendere di definire ciò che è bene assoluto e male assoluto.

Quando l’uomo decide la sua vita emancipandosi da Dio, vive una situazione tragica, di nudità. La tradizione esegetica ebraica antica spiegava che Adamo prima del peccato aveva una veste di gloria. Il dialogo con Dio lo riempiva del suo amore e di vita. Dopo il peccato scoprì di essere nudo di amore, di essere. Sperimentò la morte essenziale, l’annichilimento dell’esistente.

La prima Buona novella

Ma, in tanta tragedia, c’è il primo annuncio di speranza.  La prima Buona Notizia: Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno.  E’ l’anticipazione rapida e sfocata di Cristo, quale Redenzione del mondo e dell’universo umano in particolare.

C’è un’opera d’arte che traduce tutto ciò in forme e colori: è la creazione di Adamo di Marc Chagall, esposta a Nizza, nel Museo nazionale messaggio biblico di Marc Chagall.

La grande tela presenta Adamo,  addormentato ancora nelle braccia di Dio, raffigurato da un angelo. Sotto di lui il serpente,  pronto ad agire e vincere appena l’uomo sarà desto.

 Più in alto, quasi in contrapposizione, la sfolgorante girandola della Creazione. Al centro il sole, energia pura: il suo ruotare associato al colore stridente del vermiglio e alla variegata miscellanea di toni freddi e caldi crea nell’opera un denso movimento che culmina nella grande figura del Cristo crocifisso. Dio non ha abbandonato l’uomo al suo destino, gli va di nuovo incontro attraverso il Vittorioso, nato da donna. La fede cristiana assicura che Egli ci riconduce al Padre. È il Figlio di Dio fatto uomo, che per primo e per tutti ha tracciato l’itinerario salvifico.

Siamo Madre e fratelli di Cristo

Gesù ha percorso per primo la via di ritorno al Padre e ha coinvolto tutti nello sforzo di riconquista del cielo. Ha dato anche a noi la possibilità di lottare per distruggere il potere di Satana, riconquistare la Santità di Dio e la felicità umana comunicata dall’amore.

Ecco perché, innestati in Lui, attraverso il battesimo, diventiamo sua Madre, diventiamo suoi  fratelli: legati da un vincolo vitale godremo con Lui la Vita Eterna. L’artista ha raffigurato questo messaggio di speranza attraverso ulteriori simboli:  la maternità e la famiglia, che simboleggiano il dolore ma anche la speranza verso l’oltre.

Corpus Domini

Una presenza reale

La festa del Corpus Domini  nacque nel 1247,  in Belgio,  come risposta apologetica a Berengario di Tours che, nel 1088, aveva negato la reale presenza di Cristo nell’Eucarestia.  Più tardi, nel 1262, il papa Urbano IV, estese la festa a tutta la Chiesa.

Nella Bolla di istituzione, intitolata Transiturus de hoc mundi si legge: Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che, almeno una volta l’anno, se ne faccia più onorata e solenne memoria. La festa pone l’attenzione sull’intima relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico.  Nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua. [Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum ordinis,5: AAS 58 (1966) 997].

L’opera d’arte che sembra  racchiudere lo stesso messaggio  è una miniatura tratta  dal Corale di Alessandro VI, del XV secolo e oggi custodita al British Library di Londra.

Una piccola, grande meraviglia

Come ho già altre volte ribadito, ciò che stupisce quando si ammira una miniatura, è la perfezione e la precisione presente in una  raffigurazione che misura appena qualche centimetro.

 All’interno della lettera N, già di per sé molto colorata e abbellita, è raffigurata l’Ultima Cena.

La scena si svolge all’interno di una sala: probabilmente è la riproduzione di qualche  edificio coevo all’artista miniatore. La parte centrale  è delimitata da quattro colonne ( noi ne scorgiamo solo tre ma è logico ipotizzare la presenza della quarta) abbellite da capitelli in stile corinzio.  Nella zona superiore c’è  una finestra bifora che si apre su un cielo azzurro. Infine  il soffitto a cupola è ornato da un cielo stellato. E’ evidente che è raffigurata la zona absidale di una chiesa.

Al centro della miniatura la mensa: è quadrata  ed attorniata da quattro panche marmoree.

Ed infine i protagonisti: gli undici Apostoli (Giuda è andato già via)  e Gesù che sta distribuendo loro l’Eucarestia. Su un lato una porta dà verso l’esterno e si intravede un tronco con un germoglio:  è la radice di Jesse.

Una serie di animali

Guardando con attenzione si scorgono  degli  animali: simboli che ben si prestano ad una lettura ecclesiologica della scena. Ai piedi degli Apostoli  tre  animali: un cagnolino, una lepre ed un uccello. I primi due simboleggiano i pagani e i catecumeni, l’uccello che sembra fare da cornice all’intera scena è simbolo della provvidenza divina. Infine in alto, appena sotto al soffitto il pavone. E’ il simbolo della resurrezione, la meta Ultima della nostra vita.

L’artista ha così raffigurato il grande dono che la Provvidenza divina ha  attuato. E’ nell’Eucaristia che Gesù invita ciascuno di noi ad accogliere il progetto di salvezza  e a ricevere il dono del suo Corpo e del suo Sangue permettendoci di entrare in comunione con Lui  con il suo Corpo Mistico, la Chiesa. Ma tale invito non è solo per i battezzati, si estende a tutti gli uomini di buona volontà, perché l’Eucarestia  è il Pane per la Vita Eterna di cui tutti possono godere.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

La santissima Trinità

Questa domenica celebriamo la festa della SS. Trinità.

Il nome Trinità venne utilizzato per la prima volta nel 180, da Teofilo d’Antiochia nell’opera Ad Autolucum. Il termine fu poi ripreso da Tertulliano nel III secolo ed infine adottato definitivamente nel linguaggio ufficiale e dottrinale della Chiesa per indicare il mistero di Dio.

Non sempre è stato facile per  i cristiani spiegare il mistero trinitario: le parole e i concetti sono troppo poveri e troppo limitati! Ma di una cosa siamo certi: sebbene il nostro Dio trascende totalmente la storia umana, è un Dio misericordioso e magnanimo che non resta chiuso ab intra  ma ha posto la sua tenda in mezzo agli uomini (Sir 24). Egli  si rivela alle sue creature  prendendo in mano la storia umana, calandosi nella vita di ciascuno, perché ci ama e ci chiama per nome, ad uno ad uno. E’ un Dio che ama la sua creatura a tal punto da mandare suo Figlio per rivelarci il Mistero di salvezza che riserva per ciascuno di noi e ci aiuta quotidianamente con il suo Amore.

Gli artisti di tutti i tempi sono stati sempre affascinati ed ispirati dal mistero trinitario e hanno prodotto opere varie ed originali, ma sempre meravigliose, cogliendo aspetti diversi della realtà divina.

Il Capolavoro di Marc Chagal

Vi invito ad ammirare la meravigliosa opera del pittore bielorusso Marc Chagal. Si ispira all’episodio che gli esperti biblisti identificano come prima manifestazione, seppure velata, della Trinità: la visita degli angeli alle querce di Mamre (Gen 18, 1-15).

Cinque secoli prima, un ‘altra persona, Andrej Rublëv, si era ispirato allo stesso episodio creando quel capolavoro di preghiera iconografica che tutti conosciamo. In realtà, in quest’opera, l’artista si ispira a tutto il capitolo 18 della Genesi, raffigurando tre episodi: l’incontro a Mamre, l’invito ad Abramo di andare verso la terra promessa, Sodoma e Gomorra e la preghiera di Abramo.

La prima cosa che colpisce dell’opera di Chagal è l’intenso fondo rosso.   Il rosso è il colore dell’amore ma anche del tormento, in questo caso evoca  le trame della storia, tormentata e gloriosa, amorosa e dolorosa tra Dio e le sue creature.

Sul lato sinistro dell’osservatore c’è Abramo, accanto Sara che entra in scena con alcune vivande per gli ospiti.

Gli angeli, seduti alla mensa, sono i soggetti principali; si distinguono per il colore dei loro vestiti: il primo a destra  ha la tunica viola,  colore con cui il pittore indica sofferenza. È l’immagine di Cristo. Il secondo angelo, sembra posto a capotavola, ha la tunica azzurra e le ali dorate; è il Padre. Infine l’ultimo, vestito di bianco argenteo, quasi trasparente, con una striatura verde – colore della vita –, rappresenta lo Spirito Santo. È lui che indica con la mano quel banchetto. È grazie all’opera Trinitaria  infatti che pane e vino divengono Corpo e Sangue di Cristo.

A differenza dell’icona rubleviana gli angeli hanno una postura diversa: voltano le spalle all’osservatore. Non sono aperti frontali, invitanti. No. Di loro scorgiamo le ali, i volti lievemente di profilo, ma essi rimangono di spalle. Perché?

Un’opera che racconta l’uomo di oggi

Chagal è riuscito a cogliere, in modo meraviglioso, lo smarrimento dell’uomo contemporaneo che ha perso la sua confidenza con il divino. Molte, troppe volte percepiamo Dio  lontano, altro, distante. Ma Egli è qua, in mezzo a noi…siamo noi che abbiamo perso la giusta collocazione: troppo spesso la nostra vita, la nostra quotidianità non è vissuta davanti alla mensa divina, ma alle spalle, distante.

Eppure osservando bene la tela scorgiamo sul fondo una mano, è uno dei simboli con cui l’uomo ha raffigurato il Padre. E’ la mano di Dio.  Invita  Abramo ad uscire da Ur dei Caldei,  verso la promessa . Abramo seguendo la direzione della mano di Dio s’incammina verso l’angolo destro della tela. Lì i tre angeli manifestano ad Abramo la volontà di distruggere Sodoma e Gomorra. Viene raffigurata la missione di intercessione di Abramo a favore dell’umanità.

In questo modo Chagall suggerisce all’uomo che non riesce più a rapportarsi a  Dio  all’uomo che si autodistrugge dentro la sua stessa  solitudine, la via per ritrovare se stesso, quella stessa che fu di Abramo  la via per uscire da Sodoma e Gomorra: ed è precisamente la via della familiarità con Dio, quella che conduce alla  Grazia di Gesù Cristo, all’amore caritatevole del Padre, alla Comunione con il suo Spirito.

Vieni Santo Spirito

Pentecoste

La Pentecoste, cinquantesimo giorno, per gli Ebrei era, originariamente, la festa della mietitura (Es 23,14). Successivamente divenne la festa della rinnovazione dell’Alleanza tra Dio ed Israele ( 2Cr 15,10-13). A tale tradizione si ispira Luca, nel secondo capitolo degli Atti, descrivendo il Dono dello Spirito: richiama l’episodio veterotestamentario del Sinai con i segni teofanici del vento forte, del terremoto e del fuoco (Es 19,16-19; 20,18). Solo un riferimento simbolico quindi e non un accadimento puntuale, avvenuto un momento preciso? Le ipotesi interpretative sono molte.

Sette  volte sette giorni

Vero è che per i Padri della Chiesa tutti i 50 giorni dopo la Pasqua erano giorni di Pentecoste, non solo l’ultimo! Si poneva l’attenzione a tutto il mistero cristologico: la morte, la risurrezione, l’ascensione, il dono dello Spirito Santo. Tale attenzione è stata ripresa dalla liturgia contemporanea : I cinquanta giorni, che si succedono dalla domenica della Risurrezione alla domenica di Pentecoste, si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa. [Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, 22]. Sono trascorse sette settimane dalla Resurrezione, 7 volte 7 giorni , ed oggi è la ‘grande domenica’. Essa  si presta pienamente ad essere letta in chiave escatologica: è la domenica eterna del tempo della risurrezione.

La Chiesa nascente

Infine la Pentecoste, per i cristiani, è la festa della Chiesa che nasce e che ha, nello Spirito Santo donato, la Nuova Legge.

 L’opera che vi propongo di ammirare è una miniatura del XVI secolo decorata dall’artista Jean Fouquet tra il 1452 e il 1460 in un Libro delle ore di Etienne Chevalier nel ed oggi custodita al Museo Condé di Chantilly.

E’ affascinante pensare che un capolavoro del genere, perfetto e preciso in ogni minimo particolare, è rinchiuso in un volume che misura non più di 16 cm di lunghezza e 12 cm di larghezza.

La scena è ambientata all’interno di un austero edificio. Il pavimento marmoreo, ben squadrato, il tetto ligneo, le alte finestre, fanno pensare ad una chiesa dell’epoca.

Ed è la nascita della Chiesa che viene raffigurata.

Gli Undici Apostoli, manca Giuda, sono seduti su due panche, vestiti con dei manti regali e molto vaporosi, due di essi hanno un libro tra le mani, sono Giovanni e Matteo. Sono tutti in preghiera mentre hanno lo sguardo rivolto verso l’alto.

Al Centro Maria, seduta su un trono, con un vestito monacale, anche lei sta pregando ma guarda dritto davanti a lei, verso l’osservatore.

Dietro tutti i personaggi c’è il piccolo catino absidale ha la forma di una conchiglia: è il punto nevralgico a partire dal quale interpretare la pittura. La conchiglia è simbolo della nuova vita, ed infatti in quel momento una nuova epoca si sta generando, grazie all’azione dello Spirito Santo che, sopra tutti, sta agendo, donando la sua Luce. E’ il tempo della Chiesa, che sta avendo inizio!

 

Gesù ascende al Cielo

Salì al cielo

Quaranta giorni dopo la resurrezione Gesù  ascende al cielo.

Questa verità di fede, ultimo atto della vita terrena del Figlio di Dio, è riconosciuta fin dal Simbolo apostolico e cristallizzata come festa liturgica a partire dal IV secolo.

Ma cosa significa che Gesù salì al cielo?

Certo, restando ad una lettura puramente letterale dell’espressione, è un po’ difficile pensare ad una materiale ascesa verso i cieli…e poi verso dove? La nostra cultura, ormai demitizzata, è ben lontana dal collocare il Trascendente in un posto definito.

Pur posizionando il discorso  in ambito puramente teologico, risulta comunque difficile pensare al Regno dei Cieli come un luogo collocato ‘sopra’ la nostra storia. L’escatologia contemporanea insegna che il Paradiso non può essere geograficamente definito perchè è uno stato esistenziale di beatitudine. “Il mondo, osserva il nostro papa emerito, è, tanto ‘sopra’ quanto ‘sotto’, sempre e dappertutto soltanto mondo, retto dovunque dalle stesse identiche leggi fisiche, dovunque già per principio esplorabile allo stesso modo. Esso non è fatto a ripiani come una casa; per cui, i concetti di ‘sopra’ e ‘sotto’ sono meramente relativi, dipendenti solo dalla collocazione dell’osservatore”. [Da Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia, 1996, 254].

Dove è andato Gesù?

Non è un percorso fisico quello che Gesu’ di Nazaret  compie, bensì un passaggio ontologico: dopo la risurrezione, ‘porta’ la sua natura umana, nella piena comunione con Dio. Pur essendo un avvenimento storico, realmente e puntualmente accaduto, l’Ascensione  è quell’evento con cui il Figlio di Dio, provvisto anche di natura umana, ritorna nella dimensione divina, non un luogo lontano ma una dimensione diversa!

Sebbene l’arte abbia spesso presentato l’Ascensione di Gesù esplicitamente come una salita fisica verso il cielo, esistono molte opere che interpretano la verità di fede come il passaggio del Figlio di Dio alla gloria divina. Il Vangelo di Rabbula è uno di questi. Un  codice miniato del VI secolo, custodito nella Biblioteca Laurenziana di Firenze.

La raffigurazione,  abbellita da una cornice a disegni geometrici, è divisa nettamente in due sezioni.  Nel registro  inferiore sono rappresentati i Dodici  che guardano, stupiti,  verso l’alto mentre due angeli sono intenti a spiegare loro cosa sta accadendo. Al centro,  Maria. Le braccia allargate, lo sguardo rivolto verso lo spettatore, sembra invitarlo a partecipare alla scena.   È la Chiesa che testimonia e custodisce la grande verità di fede.

Nel registro superiore è rappresentato il Cristo glorioso che ascende al Padre. L’icona è strutturata secondo la visione dello splendore divino inaugurata dalla profezia di Ezechiele (Ez 1). Il Signore risorto  è su un carro a due ruote trasportato da due angeli dalle grandi ali. Sotto, i volti di quattro esseri  riconducibili al tetramorfo. Altri due Angeli vanno incontro al Signore che è immerso in una mandorla di luce.

È proprio la figura a mandorla l’espediente iconografico che permette, più che le parole, di comprendere cosa è l’Ascensione.

La mandorla Mistica

La Mandorla Mistica o Vescica Piscis si delinea dall’intersezione di due cerchi (sul piano bidimensionale) o due sfere (nello spazio tridimensionale). Essa segna e rappresenta visivamente l’incontro e la compenetrazione di due mondi o dimensioni dell’essere. Ecco cosa è l’Ascensione: il Verbo divino, fattosi uomo, è glorificato nell’Amore del Padre. Due mondi, il divino e l’umano che si intersecano. Gesù è il solo Mediatore fra le due realtà, il solo pontefice fra il terrestre e il celeste. Ecco perché l’ascensione di Cristo è, in un certo senso, anche la nostra ascensione al Padre.

Innestati in Cristo

Innestati in un’unica radice

La Liturgia della Parola di questa domenica ci propone la seconda parte del discorso che Gesù fece agli Apostoli, prima di morire, nel solenne contesto dell’ultima Cena. Dopo l’allegoria della vite e dei tralci, rap­presentante l’unione di Cristo con il Padre e con i discepo­li, Gesù spiega   le conseguenze di tale ‘innesto’. Come nel tralcio comincia a circolare la nuova linfa, proveniente dalla vite, così i Cristiani, innestati in Cristo, ricevono il suo stesso amore.

L’evangelista sottolinea la natura teologica di questo amore, che procede dal Padre e si riversa sul Figlio e sui suoi discepoli.  Dimorare in Cristo significa vivere nell’Amore! Quest’ultimo diventa il ‘luogo’ esistenziale dove la persona si costituisce, si realizza, vive. Ma, come sappiamo bene, il vero amore non è chiuso in sè, per sua stessa natura si apre all’altro, al prossimo.

Portare frutto

Portare frutto è quindi la naturale conseguenza di vivere nell’amore di Dio. In ultima istanza essa  è la condizione necessaria per essere felici poiché la per­sona trova la gioia vera solo quando ama.

Spunto iconografico di questa settimana sono alcuni fregi di una Pieve Romanica situata a Cedda, località presso Poggibonsi Siena.

All’interno dell’edificio si possono ammirare i capitelli delle semicolonne che raffigurano uomini le cui braccia si confondono con i tralci di vite carichi d’uva.

Ma l’attenzione si fissa inevitabilmente sui volti e sui frutti: hanno la stessa sagoma e la stessa grandezza. Il frutto che Gesù ci invita a portare, caratterizza la nostra identità: Da questo vi riconosceranno.. Portare frutto è, secondo la logica di Gesù, caratteristica indispensabile che definisce la nostra identità cristiana. Non si può essere veramente cristiani se viviamo la nostra fede chiusi in un mero individualismo. Questa vigna, così particolare, spunta da una bordura di foglie di acanto. Esse sono simbolo della risurrezione. Ecco l’obiettivo finale di tutto il discorso, ecco il dono più grande che Gesù stava facendo in quel momento, così particolare, a tutta l’umanità: il Paradiso!

Io sono la vite e voi i tralci

La vite con i suoi tralci.

Un altro simbolo, dopo quello del buon Pastore, che Gesù accredita a se stesso  e a quanti credono nel Figlio di Dio è quello della vite con i suoi tralci.

Il giorno del nostro Battesimo siamo Innestati in LUI, come i tralci alla vite; così intimamente uniti da ricevere la stessa linfa vitale; un’intimità impensabile ma reale.

E’ a questa immagine teologica  che si ispirò Lorenzo Lotto quando, nel 1524, affrescò la Cappella Suardi, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo.

Su una delle pareti, al centro, emerge una monumentale figura di Cristo con le braccia distese. Ha la tunica rossa e un ampio mantello azzurro e delinea la figura di una croce. Ma ecco, dalle sue mani partono una serie di rami che, dirigendosi verso l’alto, occupano tutta la superficie, fino ad arrivare persino sul soffitto dove si intrecciano a mo’ di pergolato.

Ego sum vitis vos palmites.

Il versetto giovanneo, scritto su una tabella in alto, è la chiave di lettura dell’intera opera.

Cristo è la vera vite. Dalla Santa pianta germogliano e fruttificano una serie di volti, collocati in dieci clipei: sono santi, martiri e dottori della Chiesa. La Vergine Maria e Giovanni Battista poi, Pietro e Paolo, santa Caterina da Siena, Maria di Magdala, santa Barbara, sant’Orsola e santa Caterina d’Alessandria, santa Apollonia, santa Margherita e santa Lucia. San Lorenzo, Sant’Alessandro e san Sebastiano, sant’Agostino con san Domenico e san Francesco, san Girolamo e sant’Ambrogio. Nei due clipei estremi i Padri e Dottori della Chiesa, ovvero la Tradizione, respingono quanti cercano di saccheggiare la vigna: gli eretici.

Tutto lo sfondo è occupato dalle storie di santa Barbara, ispirate alla  Legenda Aurea  di Jacopo da Varagine.

Storicamente l’opera è una chiara risposta alla protesta Luterana che, negli stessi anni stava lacerando la Chiesa. Ma potremmo immaginare su quello sfondo la nostra storia, i nostri Santi, i nostri eretici. La Chiesa sarà sempre viva e rigogliosa se i suoi tralci si manterranno saldi nell’unico albero che dà la vera Linfa: Cristo.

Il Buon Pastore

Un amore totale

Gesù si autoproclama Buon Pastore!

La matrice radicante su cui Egli innesta tale simbolismo è la vita pastorale e nomadica dell’antico Israele. I contemporanei di Gesù conoscevano bene la vita dei loro padri: pastori che guidavano, allevavano il gregge anche in situazioni impervie, curando ciascun animale e assicurando loro un ovile sicuro. In tale contesto Dio stesso viene definito pastore: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla…(Salmo 23; anche Ez 34).

L’evangelista Giovanni delinea  una  particolare fisionomia del buon pastore, anzi del bel  pastore.  Tre sono le caratteristiche principali: la generosità coraggiosa, la conoscenza profonda, la cura per l’unità.

Il buon pastore è generoso a tal punto da dare la vita per per le sue pecore.

Il buon pastore conosce ad una ad una  sue pecore.  Le conosce perché le ama.

Infine il buon pastore è attento  che il suo gregge sia unito, che sia un solo gregge.

Oggi vi propongo di ammirare una scultura: la statuetta del Buon Pastore, ritrovata nelle Catacombe di san Callisto ed oggi custodita nei Musei Vaticani.

 Il Buon Pastore è l’immagine simbolica più antica con cui i cristiani hanno raffigurato il loro Signore. La ritroviamo diffusa in tutta l’arte paleocristiana, in affreschi, sculture, mosaici, e altro ancora.

Un Crioforo particolare

La radice evangelica di tale iconografia si innestò però su un ramo già vivo e fecondo: il crioforo. La figura maschile con un agnello o un ariete sulle spalle, era molto diffusa già nell’arte greco-romana, con una pluralità di significati. Gli artisti cristiani utilizzarono, in modo naturale e senza storture, la vecchia simbologia alla luce del messaggio evangelico.

La statua, in realtà un altorilievo, è il particolare di un opera più grande andata distrutta, (probabilmente un sarcofago); raffigura un giovane pastore, imberbe, con  lunghi e fluenti riccioli che  coprono le orecchie e toccano le spalle, la testa rivolta verso destra. Indossa una tunica senza maniche e con una sporta indossata a tracolla. Infine  porta un agnello sulle spalle. Sembrano ricolte  a lui le parole di  Origene: Per una sola piccola pecora che si era smarrita, egli è disceso sulla terra; l’ha trovata; l’ha presa sulle spalle e riportata in cielo” (Su Giosuè, 7, 16).

Quando Gesù si definisce Buon pastore rivendica la sua identità messianica e la sua figliolanza divina e si rivela guida del popolo della Nuova Alleanza.

Di questo voi siete testimoni

Il mistero dei misteri

È la sera di Pasqua.

Il Risorto è apparso a Maria Maddalena, ai due discepoli di Emmaus, ed ora eccolo lì, davanti agli Apostoli. Li saluta donando loro la Pace.

Gli apostoli quella sera avevano bisogno di Pace….erano  stati giorni incredibili: la cattura del Maestro, quel processo in fretta e furia,  poi quell’inspiegabile,  orrenda, crudele morte in croce. Avevano trascorso il giorno di festa  chiusi dentro, per paura dei giudei, con due grandi assenze: quella del loro Maestro e quella, non meno sconvolgente, del traditore, di colui  che aveva avuto il coraggio di vendere il Maestro per pochi soldi: Giuda. E poi, al mattino, la notizia delle donne: non c’era più il Corpo che loro stessi avevano deposto e custodito in quella nuova tomba….e i  due discepoli, ritornati in fretta e furia da Emmaus, che raccontavano l’Incredibile!

Sconvolti a tal punto da non credere che colui che sta lì, davanti a loro, è il Risorto…..non si può ritornare dalla Morte…è un fantasma…o forse solo immaginazione…fantasia.

E Lui, per rassicurarli, per eliminare tutte le paure e ogni dubbio, pronuncia verbi  semplici, familiari: guardate, toc­cate, mangiamo! E proprio così, davanti al bisogno più naturale, al gesto più semplice, gli apostoli fanno cadere l’ultimo dubbio e comprendono il Mistero dei Misteri: è Lui, è risorto!

È questo momento che viene fissato da Duccio di Boninsegna in una formella della sua maestosa pala d’altare, commissionata nel 1308 e portata solennemente in Duomo nel 1311.

Per un pittore medievale  “in maestà” era una figura rappresentata frontalmente, seduta su un trono, nel pieno della propria potenza. Dedicata anzitutto a Cristo Re, nel corso del Duecento, essa fu adottata per la figura della Madonna, raffigurata con i Figlio in grembo, e divenne la “Maestà” per antonomasia.

La Pala senese, dipinta sia sulla fronte che sul retro, è da sempre considerata il capolavoro dell’artista. È un’opera colossale e complessa: su circa 4 metri lignei sono raffigurati, sul recto, la Madonna in maestà con una serie di episodi, sul verso, visibile solo a coloro che stavano sull’altare, le storie di Gesù.

Il particolare che oggi vi propongo di ammirare è  posizionato nel coronamento della Pala,  l’Apparizione di Cristo alla cena degli Apostoli. La scena si svolge in un interno; è il luogo dove gli apostoli si sono rifugiati. Cristo glorioso è sul lato destro , tende le mani, con i segni dei chiodi, verso gli apostoli.

Di fronte a Lui gli undici, seduti,  guardano  tutti il volto di Gesù. E poi  la mensa, la vera protagonista di tutta la scena. Una tovaglia bianca frangiata, sopra due pesci, cinque pani. Il pittore, in sintonia con l’evangelista, ha volutamente richiamato il miracolo dei pani e dei pesci di Lc 9,10-17, profezia simbolica del sacramento eucaristico, richiamato iconograficamente anche dai due bicchieri ricolmi di vino.

Gesù sta spiegando le scritture ed essi  finalmente comprendono: la resurrezione non è ritornare indietro, è andare avanti. E’ l’inizio dei nuovo tempo, del tempo della Chiesa, che si sta formando proprio lì, attorno a quella mensa, che vive e si nutre di Gesù Eucarestia.

E di tutto ciò loro sono i testimoni!

Da domani andranno per il mondo, ad annunciare la Grande Notizia: Cristo è risorto!

La Misericordia di Dio

La carezza di Dio

E’ la Festa della Misericordia di Dio!

Il 30 aprile del 2000, il papa Giovanni Paolo II,  in occasione della Canonizzazione di Suor Maria Faustina Kowalska, consacrò l’ottava di Pasqua, ovvero la domenica in Albis, alla Divina Misericordia. La Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti emanò il Decreto di istituzione il 5 Maggio 2000. In esso si chiarisce che non è una nuova Festa ma una ‘denominazione’ di quella Domenica.

L’immagine legata a tale festa è particolare. Non una vera e propria opera d’arte, bensì un’icona nata all’interno della spiritualità mistica: Suor faustina, che ne dettò direttamente le caratteristiche a Eugeniusz Kazimirowski, scrive nel suo Diario che fu lo stesso Gesù a suggerirle l’iconografia.

L’immagine dipinta in presenza di Santa Faustina

Cristo, vestito di una candida veste,  ha la mano destra alzata e benedicente mentre la sinistra tocca il petto.  Sollevando il lembo della tunica,  permette a due raggi luminosi, uno bianco e uno rosso, di espandersi all’esterno per arrivare all’osservatore. Il riferimento è al cuore di Gesù, quando, appena morto, fu squarciato dalla lancia del soldato romano: Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. [Gv 19,33].

E’ proprio lì la sorgente della misericordia divina, la croce di Cristo, scrive san Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in Misericordia,  sulla quale il Figlio consostanziale al Padre rende piena giustizia a Dio, è anche una rivelazione radicale della misericordia, ossia dell’amore che va contro a ciò che costituisce la radice stessa del male nella storia dell’uomo: contro al peccato e alla morte. La croce è il più profondo chinarsi della Divinità sull’uomo e su ciò che l’uomo – specialmente nei momenti difficili e dolorosi – chiama il suo infelice destino. [ DM 8].

Con la conclusione della II Guerra Mondiale (1939-1945), l’icona si trovò sul territorio dell’U.R.S.S.,  fu  nascosta per non essere distrutta.  Intanto una nuova opera fu creata, nel 1943 dal pittore Adolf Hyla ed esposta in Polonia. La tela originale, dopo una serie di vicissitudini,  dal 2001 è ritornata a Vilnius e custodita dalle  Suore di Gesù Misericordioso.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno della misericordia del Padre. La nostra epoca, squarciata da violenze sempre più cruente, ha bisogno di essere sanata. La misericordia divina, dice papa Francesco, è una grande luce di amore e di tenerezza, è la carezza di Dio sulle ferite dei nostri peccati.

 

 

Il nuovo giorno

Rabbunì !

E’ notte. L’alba ancora deve illuminare il nuovo giorno. Maria di Magdala corre al sepolcro dove avevano posto Gesù. Le tenebre si sono impossessate del cuore: il suo Signore è morto. L’unica consolazione che le resta è quella di poter preparare quel corpo così martoriato, così oltraggiato appena poche ore prima, ridargli di nuovo dignità, profumarlo per una degna sepoltura.

Ma la pietra è tolta!

Corre allora a chiamare Pietro che si precipita, insieme con Giovanni,  a verificare quanto la donna diceva. Ma nel sepolcro, trovano solo un sudario, piegato, sulla pietra tombale. E lì, l’autore biblico, fa la sua proclamazione di fede; afferma che l’apostolo più giovane vide e credette. Ma poi vanno via perchè non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

La lettura pasquale  si ferma lì!

E Maria Maddalena?

Lei resta vicino al sepolcro, affranta, attonita ma comunque in attesa, a meditare su quanto ha visto. E lì, in quella notte senza fine, accade l’incredibile!

Il primo suono della Resurrezione

C’è un uomo che avanza, si scorge nell’indaco chiarore del giorno ormai vicino. Il giardiniere? Ma la chiama per nome. Ed allora, il suo cuore ha una scossa…quasi non osa pronunciare quel nome…

…Rabbuni!.

La voce dolce e acuta di una donna è il primo suono della Resurrezione. Rabbuni!

E forte è lo slancio a corrergli incontro per stringerlo a sè.

Eccolo il suo Maestro; ora la guarda negli occhi, le sorride con tenerezza, felice che Lei è stata lì, ad attenderlo, nella più interminabile delle notti.

Ora è pronta a lasciarlo andare, a non tratternerlo.

E’ quanto rappresenta il pittore tedesco Hans Holbein il Giovane in questa pala d’altare realizzata nel 1526. In primo piano i due protagonisti,  l’uno di fronte all’altro. Dietro, in lontananza i  due discepoli,  Pietro e  Giovanni, che vanno verso Gerusalemme. Sullo sfondo a sinistra il Calvario dove, insolitamente, l’artista ha mostrato più di tre croci. Le nuvole, in rapido movimento, e un’alba appena pronunciata, danno movimento a tutta la scena. Ma ciò che attira l’attenzione dell’osservatore è l’apertura del sepolcro: dentro è un’esplosione di luce e si scorgono i due angeli citati dall’evangelista. Sembra di leggervi le parole di Teresa di Lisieux: abbassandosi sul sepolcro vuoto, finì per trovare quel che cercava.

Buona Pasqua.

Con Gesù sul Golgota

“Era un venerdì di primavera.
Era una strada di Gerusalemme.
Un corteo di persone avanzava, rumoroso, inquietante, verso un luogo detto Cranio; nome sinistro, usato per indicare il posto, fuori le mura della città, dove avvenivano le crocifissioni dettate dalla legge romana.
Fu lì che l’uomo uccise Dio! ”

 Anna Carotenuto. “Con Gesù sul Calvario”. iBooks.

Cliccando sull’immagine è possibile scaricare l’intero libretto. Brevi riflessioni sulle ultime ore di Gesù.

 

 

‘Ingresso di Gesù a Gerusalemme’

Quel giorno venne accompagnato il Signore

Tutti i bambini del luogo, anche quelli che  non sanno camminare perchè troppo piccoli e che sono portati a cavalcioni dai genitori, tutti hanno dei rami, chi di palma chi di ulivo, così la folla accompagna il vescovo nello stesso modo in cui quel giorno venne accompagnato il Signore. 

Così la pellegrina Egeria racconta, nel suo Diario, come celebravano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme ricalcando quanto era avvenuto appena quattro secoli prima.

Eppure tanto trionfo si dissolse in pochi giorni:  le stesse persone che avevano acclamato Cristo come un re, lo condannarono a morte!

E’ la folla!

Facile da condizionare e da manovrare. E’ vero…ma è solo questo? Possibile che tutti gli abitanti gerosolimitani fossero  così? Eppure sappiamo che tra essi c’era chi la pensava diversamente: c’era il Cireneo…c’era la Veronica…e sicuramente tanti altri! E poi…perchè tanta importanza ai bambini?

Quante perplessità. Probabilmente l’approccio che facciamo agli episodi evangelici è sbagliato: sono sì eventi storici ma, non dobbiamo dimenticare che, i Vangeli non sono cronaca ma teologia. Non riguardano la storia, riguardano la fede. Questo è tanto più vero in un brano come questo: dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Dobbiamo stare attenti a quei particolari, a volte quasi nascosti, che fanno di una pericope una Buona Novella.

Scopriamo questi particolari facendoci aiutare da un bellissimo affresco, purtroppo non in ottime condizioni, che possiamo ammirare nella Chiesa di san Michele a sant’Angelo in Formis.

 

Il racconto di Marco è essenziale; nella cornice festosa del pellegrinaggio pasquale Gesù fa la sua solenne entrata nella città. Ciò che colpisce è il ricco sottofondo veterotestamentario.

La scena è sulle righe di un testo di Zaccaria (9,9): Gioisci, figlia, di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: è giusto e vittorioso, è umile e cavalca un asinello; toglierà i carri da guerra e annuncerà la pace alle genti. Il profeta presentava un Messia di pace, che avrebbe cavalcato non la mula, cavalcatura regale in tempo di pace, e neanche un destriero, ma  un asinello, la cavalcatura comune della gente del popolo. Il mosaico ci presenta l’animale con la testa abbassata, mansueto, quasi sottomesso. E Gesù, scrive l’evangelista, vi sedette. Non ‘vi montò’, come si fa con un quadrupede qualsiasi. Tutta l’iconografia, anche il nostro affresco, ci presenta questo particolare: Gesù vi è seduto come su un trono e ha tra le mani un rotolo mentre con l’altra benedice.

E’ la figura del Pantocratore che viene rappresentata! Qui viene unita all’umiltà, alla piccolezza richiamata dall’animale. Colui che sta inaugurando il Regno di Dio non lo fa con potenza, ma con umiltà, donando la sua stessa vita.

Ebbene, la reazione della folla di fronte alla scelta di Gesù è duplice.

Scrive l’evangelista che Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Il mantello è il simbolo della stessa persona che lo indossa. I discepoli , facendo quel gesto,  riconoscono in Gesù il Messia.

Molti, scrive l’evangelista stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Non ci dice chi e quanti facevano quel gesto. L’affresco li identifica con i bambini. Sono gli infantes in Cristo, scriverà Origene. Coloro che sanno meravigliarsi davanti al figlio di Dio e seguirlo istintivamente, coloro che riconoscono di aver bisogno di una guida, di un Padre per poter crescere ed arrivare ad una meta.

Poi ci sono gli abitanti della vecchia Gerusalemme. Sono ben divisi da chi invece segue Gesù. L’affresco presenta chiaramente questo particolare rispettando i racconti di tutti i vangeli. La scena dell’ossequio messianico a Gesù si è svolta all’ingresso della città e  i suoi protagonisti non erano gli abitanti di Gerusalemme, ma coloro che accompagnavano Gesù entrando con Lui nella città santa.[Benedetto XVI]

Tutti gridavano Osanna al Figlio di Davide   Gesù, viene  salutato come  come l’Atteso e l’Annunciato da tutte le promesse. l’Evangelista avrebbe dovuto usare il verbo ‘acclamare’, invece usa gridare… come gridavano  gli spiriti immondi che rifiutano l’azione del Signore… E come gridava  il cieco di Gerico che vede in Gesù il Messia Figlio di Davide…

Quando si renderanno conto di aver sbagliato persona, perché Gesù non è il Figlio di Davide  ma il Figlio del Dio vivente…lo condanneranno a morte. Perché Gesù non è venuto a restaurare l’antico regno, ma un Regno Nuovo, che è di tutti, dove ogni persona si possa sentire amata per ciò che è.

Il frutto di Dio

La vera ora del Messia

 

Gesù sta andando incontro alla sua ora!

L’ora del dolore, certo! Della passione, della morte! Ma è proprio quello il momento che rivelerà il vero volto del Figlio di Dio. Dalla croce sorgerà un’alba nuova: è questa la vera ora del Messia.

Se il chicco non muore….non porterà frutto! 

E’ a partire da tali parole che l’evangelista Giovanni inizia il racconto della Passione.

Il  Figlio di Dio  si è rinchiuso nella storia dell’uomo,  si è fatto asfissiare dal buco nero della morte per poterlo squarciare e donare all’uomo, a tutti gli uomini, l’Eternità.

Il messaggio che la Parola di Dio ci dona questa domenica lo possiamo contemplare in un’opera del Caravaggio: la canestra di frutta. Soggetto apparentemente lontano dai canoni religiosi eppure pieno di simboli cristologici che la grammatica iconologia del ‘500, proponeva.

Il cesto è definito con una minuziosità particolare tanto da sembrare vimini vero. E’ posto sul bordo di una base, sembra in bilico, ma pronto per farsi toccare dall’osservatore. Per l’esegesi patristica  è simbolo della Chiesa che si offre a tutti gli uomini. Dentro di essa i frutti, tutti riferimento alla passione e morte ma anche alla resurrezione di Gesù. Si crea  così un’armonia di opposti. C’è l’uva nera, simbolo della morte del Nazareno, ma accanto, illuminata in modo da risaltare, c’è l’uva bianca, simbolo della resurrezione.  C’è la mela  bacata, simbolo del peccato originale ma accanto dei fichi, in riferimento alla parabola del fico secco del vangelo lucano che quindi ha finalmente dato i suoi frutti.

Solo marcendo il chicco, il seme, può dare frutti!

Ma tutto il contenuto è vivificato da una luce che pervade tutto lo spazio soffermandosi su ogni cosa e creando magnifici effetti, riflessi, trasparenze.   La metà superiore del quadro è tutta occupata da questo colore giallo oro:  è la luce di Dio che, seppure trascendente rende la realtà dell’uomo vera .

Gli occhiali di Nicodemo

Nicodemo

E’ notte!

Mite, con i profumi di una primavera ormai iniziata. Anche quest’anno Gesù è salito a Gerusalemme per celebrare la Pasqua. L’autore del quarto vangelo ci presenta un incontro particolare: un uomo, un fariseo, un membro del Sinedrio, probabilmente di nascosto, va alla ricerca di Gesù!

E’ l’incontro che vediamo raffigurato in quest’olio su tela di Crijn Hendricksz Volmarijn, un pittore olandese del XVII secolo.

L’incontro avviene su uno sfondo buio. E’ la notte  della mente e del cuore di chi fa resistenza a lasciarsi illuminare dalla luce di Cristo e  dalla sua Rivelazione.   Illuminati dalla luce di due candele, i  protagonisti sono seduti ad un tavolo. Sopra di esso le Sacre Scritture.  Gesù assume il ruolo  richiestogli da Nicodemo; Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio. E da maestro spiega al suo colto ed esperto interlocutore  il vero significato delle Scritture: è Lui il Messia da tutti atteso! Citando l’esperienza di Mosè nel deserto e l’episodio del serpente innalzato, perché gli israeliti potessero salvarsi, Gesù rivela la sua Pasqua e il compimento della salvezza di Dio per gli uomini.

Ma soffermiamo l’attenzione su un particolare  dell’opera, la gestualità dei due personaggi. Gesù da vero maestro sta elencando qualcosa: probabilmente si riferisce alla prima nascita e alla seconda, la rinascita, essa ha origine dall’alto, dalla misericordia di Dio: Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo.

 L’anziano Nicodemo,  curiosamente, ha tra le mani degli occhiali. Perché il nostro pittore ha usato questo anacronismo? In realtà è un particolare utilizzato anche da altri artisti, per esempio lo si vede in un’opera fiamminga del XIV secolo, l’ Altare della Passione di Conrad von Soest, Pietro inforca degli occhiali per leggere e spiegare le sacre Scritture a Paolo. Lo strumento ottico è indiscutibilmente assunto come simbolo: come il presbite vede bene da lontano e non da vicino, così Nicodemo conosceva bene l’Antica Alleanza ma non scorgeva, nel suo interlocutore, la Nuova Alleanza che stava iniziando proprio lì, davanti a lui.

Incontrare Cristo significa incontrare la Luce, la Vera luce che ci permette di infrangere la notte e ‘vedere’ tutte le sfumature di cui la nostra realtà è composta.

Il nuovo tempio

La  Purificazione

Il Vangelo di questa terza domenica ci narra il celebre episodio della purificazione del Tempio.  Gesù che scaccia dal portico esterno  i venditori di animali e i cambiamonete.

Il fatto, riportato da tutti gli Evangelisti, avvenne in prossimità della festa di Pasqua e destò grande impressione sia nella folla, sia nei discepoli.

Eppure, pensare a Gesù adirato, che addirittura si procura una sferza per cacciare via quelle persone, in verità non convince. Papa Benedetto XVI, nel commentare questo brano, ha affermato: è impossibile interpretare Gesù come violento; la violenza è contraria al Regno di Dio; è uno strumento dell’anticristo. La violenza non serve all’umanità ma la disumanizza”. Angelus, 11.3.2012.

 Allora come interpretare l’episodio? Come intendere quel gesto di Gesù?

Per comprenderlo ci facciamo aiutare da un capolavoro del pittore rinascimentale Domínikos Theotokópoulos, noto a tutti come El Greco.

EL GRECO, La purificazione del Tempio, 1660 ca., National Gallery Museum, Londra

L’opera dal titolo Gesù Cristo caccia i Mercanti dal tempio, conosciuta anche come Purificazione del tempio,  risale al 1660 ca. ed è oggi custodita al National Museum di Londra. Si ispira al brano giovanneo perchè è l’unico ha riportare il particolare della frusta.

E’ possibile dividere la raffigurazione  in tre sezioni: al centro Cristo che domina integralmente la scena;  sulla sinistra i mercanti e sulla destra gli apostoli. Gesù, con una tunica rossa, ha la frusta in mano. In realtà questa è una immagine tradizionale con la quale i giudei  identificavano il messia  pronto a fustigare i peccatori.

Sul lato destro almeno tre  apostoli: probabilmente, seguendo il vangelo giovanneo, sono Andrea, Pietro, Filippo. Parlano tra di loro.  Di fronte all’azione di Gesù i discepoli equivocano e l’evangelista commenta citando  il salmo 69: lo zelo per la tua casa a mi divorerà. Il riferimento è al profeta Elia e al suo atteggiamento violento nei confronti di 450 sacerdoti di una divinità pagana. dalla stessa parola  zelo deriva  il termine del movimento rivoluzionario, i terroristi dell’epoca, gli zeloti.

In verità tutta la scena è meglio interpretabile guardando lo sfondo: le due sezioni laterali sono ‘chiuse’ da due bassorilievi posti sulle pareti del tempio.  In corrispondenza dei mercanti  e cambiavalute, di coloro che cioè sono cacciati, è posta  un’altra cacciata, quella di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Allora tutta la sezione assume una valenza simbolica: sono coloro che all’avvento del Regno saranno allontanati.

Dall’altro lato, a chiudere la sezione con gli apostoli scorgiamo, invece, un bassorilieco raffigurante il sacrificio di Isacco.  Anche qui la sezione si ammanta di una valenza simbolica:  prefigura il sacrificio di Gesù Cristo come fonte di redenzione per l’umanità. C’è  un altro particolare da tener conto: tra i  tre apostoli, nella scena, si scorge una donna. E’ Maria, Madre di Gesù e Madre nostra. I quattro, insieme,   simboleggiano la Chiesa, posta accanto al suo Signore. E’ lui  il Tempio della Nuova Alleanza, dentro cui si trova la salvezza!

Infine un altro particolare: dietro gli apostoli, in secondo piano, si notano alcune persone vestite con  abiti ecclesiali contemporanei al pittore.  E’ il riferimento storico che l’artista fa alla sua chiesa e l’esortazione alla purificazione che le linee della controriforma invocavano.

La Trasfigurazione

La Gloria di Dio

Nella Trasfigurazione Gesù manifesta lo splendore della sua natura divina  pur mantenendo il suo aspetto. Nonostante la difficoltà di interpretazione per l’assoluta unicità dell’evento, è un episodio storico, realmente accaduto davanti a tre testimoni, Pietro, Giacomo e Giovanni che, successivamente, lo hanno riportato. I tre sinottici ‘collocano’ l’episodio nella stessa posizione, centrale, segnando così  la svolta tra la predicazione di Gesù in Galilea e l’andata a Gerusalemme.

Tra le opere d’arte che raccontano l’episodio, vi propongo di ammirare quella di Giovanni da Fiesole, monaco domenicano conosciuto come Beato Angelico. Il religioso, tra il 1438 ed il 1446/50 affrescò il monastero di san Marco a Firenze; posizionò le sue opere in modo che vi fosse, per i frati, un continuo richiamo al mistero di Cristo.  Nella cella numero 6 dipinse la Trasfigurazione.

 

La scena evangelica è chiusa da un grande arco che suggerisce l’articolazione tra due spazi: quello reale della cella e quello dell’evento glorioso dove si è invitati ad ‘inoltrarsi’ per meditare.

Premesso che l’arte dell’Angelico  è comprensibile solo attraverso la conoscenza della filosofia di Tommaso d’Aquino di l’artista fa una mirabile sintesi iconografica, è possibile fare di tale opera un’interpretazione ecclesiologica.

La figura statuaria di Gesù è appoggiata saldamente su un basso rialzo roccioso. Il viso del Nazareno è raffigurato come in un’antica icona: ieratico, ha lo sguardo dritto verso l’osservatore, i lineamenti sono stilizzati e il  capo nimbato da un’aureola cruciforme. Ma ciò che colpisce è la sua postura che delinea  una croce. Diventa in questo modo Egli stesso un crocifisso vivente intorno al quale si radunerà la sua Chiesa. Di quest’ultima sono raffigurate le fondamenta ovvero gli Apostoli.  L’artista è riuscito, attraverso un gioco di sfumature,  a rappresentarli in totale simbiosi con la roccia.  Ancora un altro appunto: così raffigurato  il Cristo riassume in sé  un duplice movimento:  di exitus  e reditus.  Le braccia tese sembrano voler accogliere il mondo e da quest’ultimo ritornare sotto forma di preghiera. In definitiva quest’ opera  diventa essa stessa una preghiera.

Infine la mandorla di luce abbagliante  che avvolge Gesù ma, non riesce a contenerlo pienamente: Cristo è il Signore, la sua Gloria sovrasta qualsiasi realtà emergendo dall’esplosione di energia divina che la figura ellissoide delinea. Quella Lux originaria diventa  lumen diffuso storicizzandosi ed incarnandosi nella luminosità astratta dell’oro diffondendosi sulla Chiesa e sul mondo intero.

 

 

La firma di Dio

L’inizio dei Tempi Nuovi

Il Vangelo di questa settimana è estremamente sintetico. Ci propone, in pochi versetti, due scene diverse: le tentazioni di Gesù nel deserto e l’inizio della sua vita pubblica.  La lotta contro il male e l’inizio dei Tempi Nuovi. Argomenti cristologici per nulla secondari, che hanno coinvolto mistici, teologi e molti altri ‘santi di Dio’  e su cui si sono scritti e si scriveranno fiumi di parole. Ma la nostra attenzione  va alla prima lettura: la pericope del libro della Genesi funge  da illuminazione interpretativa al brano evangelico. Infatti sia negli scritti neotestamentari che nella letteratura patristica la figura di Noè ha sempre avuto alti connotati tipologici: egli,  è colui cha ha trovato grazia presso il Signore e tramite la sua fede salva la stirpe degli uomini.  Noè il giusto, con cui YHWH ha stretto alleanza,  prefigura il Cristo venuto ad attuare la Nuova Alleanza.

Naturalmente l’iconografia rende ragione a tale interpretazione: Noè è uno dei soggetti più  antichi, raffigurato fin dal II secolo nella pittura catacombale, sui sarcofagi e sulle suppellettili sacre.

 

L’opera che vi propongo a riguardo, è un mosaico di ispirazione  bizantina del XII secolo che fa parte di un intero ciclo dedicato a Noè. E’ possibile ammirarlo nella Basilica di san Marco a Venezia. In particolare sembra proprio essere la riproduzione iconografica delle parole genesiache: il diluvio è terminato e Dio attua una nuova alleanza con l’uomo e con tutto il creato.

Dall’arca, di forma rettangolare stanno uscendo tutti gli ‘ospiti’. Fuori, in primo piano la famiglia di Noè e, prossimi a disperdersi di nuovo nel mondo, tutti gli animali. Il Co-protagonista di tutta la vicenda, insieme con Dio, Noè, è individuabile perché aiuta gli animali ad uscire fuori.

Sovrasta  tutta la scena  l’arcobaleno: la firma di Dio, posta a suggello della nuova  amicizia con gli uomini. Esso rimanda ad un altro arcobaleno, citato dal libro dell’Apocalisse: Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono.[4,3]. Nella visione giovannea l’arco indica l’arrivo ultimo di Dio.

L’arco, per gli antichi simbolo di guerra, in Dio si ricolma di luce e di colori, diventando simbolo di vita nuova. Una vita che è ricominciata in Cristo, nel Regno che lui ha inaugurato e che porterà cieli nuovi e terre nuove.

Se vuoi puoi guarirmi

Guardare l’inguardabile

Ai tempi di Gesù la lebbra era una vera e propria maledizione divina; definita da Giobbe la primogenita della morte (Gb 18,13), era vista come la conseguenza visibile del peccato. Soltanto Dio poteva guarire da essa!

Marco   ci racconta un incontro, fortemente voluto, tra un lebbroso e il Figlio di Dio. L’impuro; isolato da tutti, costretto a vivere, ai margini del villaggio, una vita di forzato e non voluto nascondimento,  ha saputo dell’arrivo del Nazareno e corre verso di Lui. Egli è sicuro che basterà la sua volontà per essere guarito. Affidandosi totalmente  alla benevolenza di Gesù si butta ai suoi piedi sussurrandogli: Se vuoi. 

Gesù non resta indifferente, si commuove. Il verbo utilizzato da Marco  esprime le sofferenze sino alle viscere, significa condivisione o “patire-con”. E’ questo coinvolgimento del Nazareno  che viene fissato da Jean-Marie Melchior Doze, un pittore francese vissuto a cavallo tra il 1800 e 1900.

L’opera, del 1864, raffigura l’incontro tra il lebbroso e Gesù fuori le alte mura della città: albeggia appena ma un gruppo di persone è già lì ad osservare quel gesto straordinario. Il loro sguardo è esterrefatto: possibile che il Nazareno possa guardare l’inguardabile?

Ed eccolo il lebbroso, in primo piano, vestito solo di stracci e bende che coprono l’insulsa malattia, è ai piedi nel Nazareno e lo implora.

Sopra di lui, Gesù. Alza una mano verso il cielo mentre con l’altra tocca il lebbroso.  La distensione della mano nell’Antico Testamento è un gesto caratteristico di Dio quando compie prodigi.  Io lo voglio, guarisci. Con queste parole Cristo mostra la sua potenza divina e  toccando contemporaneamente il malato, afferma il suo coinvolgimento, il suo amore per l’uomo: egli tocca chi è intoccabile.

E’ questo l’amore di Dio: arriva ovunque, anche nei meandri più nascosti dell’esistenza, più bui e rigettati da tutti e gli dona dignità. Perché Cristo  è l’Uomo Nuovo e solo in lui trova vera luce il mistero della nostra umanità.(Cfr GS 22).

La prese per mano

A casa di Pietro

La liturgia ci propone il continuo della giornata festiva di Gesù a Cafarnao. Uscito dalla sinagoga, si recò a casa di Pietro e Andrea insieme con altri due discepoli, Giacomo e Giovanni. E’ qui, nella casa che, per un certo periodo diventò la sua casa, che Marco ci presenta il primo miracolo di guarigione.

La suocera di Pietro era malata e  aveva la febbre alta. Nell’antichità la febbre, più che un sintomo, era considerata una vera e propria malattia. Gesù si avvicinò e la sollevò  prendendola per la mano: la febbre era scomparsa. Il centro del brano evangelico è proprio in quell’espressione «la sollevò», in greco è usato il verbo egeírō, lo stesso usato nel NT per la risurrezione di Gesù dai morti. E’ la stessa forza divina, che sul Golgota sconfiggerà la morte, che ora guarisce una persona. Il  gesto della mano di Gesù  è per questa donna la stessa mano di Dio che interviene nella sua vita per liberarla dal male e donarle nuova vita.

Harmenszoon van Rijn Rembrandt, in questa piccola opera fatta a inchiostro e oggi custodita al Fondation Custodia di Parigi, fissa l’attenzione proprio sul gesto fatto da Gesù.

L’artista olandese ‘pulisce’ la scena da tutti gli altri personaggi presenti; accenna solo l’idea di un giaciglio su cui la malata giaceva. Ciò che traspare, arrivando fino all’osservatore, è proprio il movimento: Gesù l’ha presa per mano e la sta sollevando.

Sembra di percepire le parole di Giobbe: Quando mi alzerò? La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. Ecco, è arrivata l’alba, il nuovo giorno: la vita nuova è entrata in quella stanza.

E’ lo stesso gesto, la stessa esperienza che ciascun credente fa: essere presi per mano da Gesù e sollevati, raddrizzati, indirizzati verso la felicità. Solo Lui può guarirci …a noi  la forza e il coraggio di chiederglielo!

Il santo di Dio

La finestra sull’Eterno

Cafarnao, al tempo di Gesù, era una delle città più grandi e conosciute della Galilea; posta  sulle sponde del mare di Galilea, lungo la strada che collegava  Beisan a Damasco.  Vi abitavano  Pietro, suo fratello Andrea, Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Probabilmente anche Gesù vi soggiornò per lungo tempo e, nella sinagoga della città, fece il suo esordio ufficiale come predicatore e taumaturgo.

Nell’Abbazia benedettina di Lambach, costruita nel 1032 da Sant’Adalberto e situata sulla riva sinistra del fiume Traun, è possibile ammirare un affresco dell’XI secolo che si riferisce all’episodio dell’indemoniato raccontato dall’evangelista Marco. La scena si svolge all’interno della sinagoga; un lungo cornicione ne delimita la linea perimetrale superiore mentre una serie di colonne di tipo corinzio, definiscono gli spazi interni. Fuori, ai due lati, si intravede la città. Sullo sfondo un  imponente cielo blu, vasto e profondo che sovrasta tutta la raffigurazione: è il Regno dei Cieli che, dal suo profondo Mistero ha inviato il suo messaggero.

Ed eccolo il Messia, al centro, fulcro di tutta la scena, Gesù: ha una posizione frontale e indossa un chitone bianco e l’Himation rosso, simbolo della sua divinità. E’ il Santo di Dio venuto a proclamare l’inizio del Regno. L’aureola crociata è il simbolo della sua dignità divina. La sua postura sicura, dritta, fa trasparire la sua autorevolezza: ciò che Marco vuol far intendere in questo episodio non è ciò che Gesù dice, ma il modo: Parlò con autorità. Il suo volto è maestoso, dagli occhi penetranti che fissano non l’indemoniato, non le altre persone, ma chiunque si pone davanti all’immagine! E’ la finestra dell’Eterno che guarda, che ci guarda e che si fa guardare.

 Ai piedi del Nazareno l’indemoniato! Con il suo sguardo malefico guarda Gesù. E’ il primo a riconoscerlo come il Santo di Dio. Una delle formule più antiche che la prima cristianità usava per affermare la divinità di Gesù. Alcuni biblisti definiscono gli spiriti immondi ‘i teologi di Marco’, essi infatti, con due soli appellativi sintetizzano l’intero mistero del Verbo Incarnato.

Sui due lati due gruppi di persone. A destra di Gesù i Dodici; sono riconoscibili Pietro, in prima fila, dietro di lui Giovanni. Dall’altro lato il gruppo delle autorità religiose e laiche che si stupiscono e si scandalizzano davanti a Gesù. Ma il Nazareno parla ed agisce nella piena e libera coscienza del suo ruolo: Egli è il Maestro che si rivolge all’uomo in piena autorità  perché ha con sé la compagnia del Padre e in sé la forza dello Spirito.

Il Regno di Dio è vicino

Il tempo è compiuto

Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo.

Così Marco dà inizio alla predicazione di Gesù.

Il tempo è compiuto. Ma quale tempo? Quello dell’attesa, della precarietà, della finitudine.  Si insinua in esso il germe della verità, della giustizia, della pace e dell’amore. La buona notizia di questa domenica è questa: il Regno è qui, alla nostra portata. Colui, che da Dio è stato consacrato per la realizzazione del Regno in questo nostro mondo, è in mezzo a noi. Il Cristo, l’nto del Signore, è arrivato! Ma sebbene un’epoca nuova è iniziata, tocca all’uomo, a ciascun uomo  scegliere se accogliere nella propria vita  tale innovazione o rinnegarla.

Il simbolo che l’arte ha usato per rappresentare questo evento unico, questa metamorfosi cosmica è la mandorla mistica o vesica piscis:  una figura ellissoide ottenuta da due cerchi dello stesso raggio, intersecantisi in modo tale che il centro di ogni cerchio si trova sulla circonferenza dell’altro. E’ un simbolo molto diffuso nell’arte cristiana, soprattutto nel medioevo europeo, in cui compare  associato al Cristo o alla Madonna. Rappresenta visivamente l’incontro e la compenetrazione di due mondi o dimensioni dell’essere; quello umano, storico, finito, e quello divino, metaforico, eterno.

Facciata Chiesa di San Frediano, XIII secolo, Lucca.

La facciata della Chiesa di san Frediano è uno dei tanti esempi raffiguranti la mandorla mistica. Cristo in trono racchiuso in una mandorla formata da due segmenti tenuti insieme da due angeli.  Il Pantocratore regge nella mano sinistra il Libro, la Buona Novella diretta a tutti gli uomini: il Regno di Dio è qui tra noi.

Venite e vedrete

Un nuovo tempo

Il vangelo di questa domenica, pur redatto da un altro autore,  è il logico continuum di quello della  scorsa settimana. Ancora una volta l’attenzione si pone sul passaggio dall’antica alla nuova Alleanza. Un tempo si è concluso con Giovanni, un nuovo tempo inizia con Gesù. Lo stesso evangelista richiama a tale differenza utilizzando due verbi diversi: Giovanni stava Gesù camminava. Nella stabilità del Battista possiamo leggerci la fine di un cammino, il raggiungimento di una meta; nella dinamicità del Nazareno invece  si può scorgere il passaggio ad un’altra dimensione ontologica. E’ l’inizio di un modo di vivere totalmente nuovo e inimmaginabile: il Trascendente è entrato nell’Immanente; l’Eterno si è infiltrato nel tempo e nella storia, il Regno di Dio è iniziato.

Questa duplice dimensione presente, come sottofondo, nell’episodio evangelico è possibile scorgerla in un affresco del Domenichino, custodito nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma.

Domenico Zampieri, Andrea e Giovanni, Chiesa sant’Andrea della Valle, 16 22 ca, Roma

 

Su un vasto paesaggio caratterizzato da un’ampia apertura spaziale si delinea tutta la scena.

Un albero rigoglioso, leggermente inclinato, funge da divisore architettonico che scandisce in due sezioni non solo gli spazi, ma anche i tempi.

Avanti c’è Giovanni Battista, fermo, vestito con pelli di animali; sul lato i suoi due interlocutori: Giovanni e Andrea. E’ il tempo ordinario, puntuale, finito, dentro il quale siamo immersi dalla nascita alla morte. In esso, per pensare all’Eternità, al Trascendente, abbiamo bisogno di simboli. Infatti la scena ne è piena.

Giovanni è coperto da un sontuoso mantello  rosso, un chiaro rimando alla sua testimonianza sino al martirio.

L’agnello ai suoi piedi è invece il simbolo dell’annuncio che ha fatto di lui l’ultimo profeta: Ecco l’agnello di Dio. 

Anche gli altri due hanno un mantello: Andrea, di colore giallo, simbolo della sua alta dignità, Giovanni  evangelista di colore azzurro, indica la sua eccezionalità e saggezza. C’è anche un altro particolare:  è raffigurato anziano e non giovane come doveva sicuramente essere. Il particolare che si vuole enfatizzare non riguarda la persona  ma il Vangelo.

Con il braccio destro il Battista indica Gesù in lontananza. Ci inoltriamo così in un’altra dimensione: è il Regno di Dio che sta iniziando tra gli uomini. Questa profonda trascendenza il pittore la rende con un piccolo angelo, messaggero di Dio che indica, con la mano, Colui che sta arrivando. Qui tutto è dinamico: c’è una strada lungo la quale il Messia cammina e  al termine un uomo adagiato per terra: è Adamo. Il pittore ha saputo con tale particolare introdurre la categoria tipologica tanto cara ai Padri Adamo-Nuovo Adamo.

Sebbene il Nazareno occupi, apparentemente, una posizione periferica nella rigorosa scansione degli spazi, in realtà è il fulcro di tutta la scena, il punto verso cui è attirata l’attenzione dell’osservatore. Come Giovanni e Andrea anche noi siamo invitati a seguire Gesù, ad inoltrarci per i suoi sentieri. Venite e Vedrete: solo così possiamo passare  da servi a Figli, dalla morte alla vita.

Battesimo di Gesù

La grande Teofania

Il Battesimo di Gesù è un evento fondamentale, cardine indiscutibile per l’Economia della Salvezza. Gesù venne da Nazaret di Galilea segnando così il termine della sua vita nascosta: da quel momento inaugurò la sua vita pubblica, iniziò a predicare la Buona Novella. La grande Teofania Trinitaria che in quel luogo e in quei momenti avvenne,  segnò  il passaggio, la svolta, tra l’Attesa e l’Inizio dei Nuovi Tempi.

E’ uno degli episodi più raffigurati dell’arte cristiana, sia orientale che occidentale e presenta, sebbene con una diversità di particolari, una costanza schematica che unisce in una sola scena i due eventi: la purificazione nell’acqua del fiume e la discesa dello Spirito Santo. Proprio in essi la Liturgia vi ha letto l’Istituzione del Battesimo Cristiano.

Tra le opere più belle c’è sicuramente la Pala d’Altare che Giovanni Bellini dipinse, tra il 1500 ed il 1502, su commissione del vicentino Battista Grazzadori, per  la Chiesa di santa Corona a Vicenza, dove è tutt’ora custodita.

Dai tratti estremamente dolci e tenui il dipinto rispetta la tradizionale struttura: Gesù al centro rivolto verso lo spettatore, mentre Giovanni Battista, a sinistra, lo battezza da una rupe e a destra tre figure angeliche; in alto troneggia l’imponente figura di Dio Padre, tra cherubini e serafini, che invia lo Spirito Santo sotto forma di colomba. Sullo sfondo un importante paesaggio.

Siamo davanti ad una intensa meditazione sul mistero cristologico.

Esaminiamone i particolari.

Anzitutto il paesaggio autunnale: una serie di monti formano quasi un anfiteatro naturale; i toni verdo-bruni sono resi delicati dal genio dell’artista; egli riesce a trasmettere una sensazione calda ed eterea  che enfatizza ancora di più ciò che sta accadendo in primo piano. Si passa da un paesaggio montagnoso ad uno di pianura proprio come detta il profeta Isaia : i monti e i colli si sono appianati e le valli colmate (Is 40, 3-5).  Tra i monti si intravede una capanna, da cui si incammina una persona; è il riferimento alle origini del nazareno, utilizzato anche da Marco per dare consistenza storica  a tutto l’avvenimento.

In primo piano il Cristo, dai dolci lineamenti, illuminato di luce propria che lo rende ieratico tanto che il suo perizoma riflette il rosso del mantello sorretto da uno dei tre angeli.

Sul lato Giovanni, giustamente in ombra, perchè da questo momento la sua missione di preparazione al Regno è terminata; reca in mano un cartiglio, simbolo dell’Antico Testamento, dell’Antica alleanza anch’essa conclusasi.

Sulla sinistra gli angeli, sono tre;  la loro presenza, non menzionata da nessun vangelo né dagli apocrifi, ha un rimando liturgico: durante i battesimi un diacono assisteva il vescovo, tenendo il crisma e rivestendo poi i catecumeni con la veste bianca. Il numero è da leggere in chiave trinitaria e in riferimento all’incontro di Abramo con i tre angeli alle querce di Mamre. Nel capolavoro del Bellini essi non reggono i vestiti del Cristo, come in altre opere parallele, ma due grandi mantelli blu e rosso. Ancora una volta un simbolo cristologico: si riferiscono alla duplice natura del figlio di Dio, umana e divina.

Un altra particolarità: Gesù non è immerso, come lo schema tradizionale dettava, nelle acque del Giordano; queste si sono ritirate al passaggio del Signore, così come si ritrassero nell’Antica Alleanza al passaggio del popolo eletto durante la fuga dalla schiavitù egiziana. Ancora un rimando sacramentale: il battesimo è un evento liberatorio; ci rende liberi dal peccato perchè ci innesta in Cristo come i tralci alla vite, iniettandoci linfa nuova.

Sulle rocce, al lato di Giovanni, è visibile un pappagallino, simbolo mariologico. Quest’altro particolare è importante perchè collega questo evento ad un altro: l’Annunciazione. In entrambi c’è un incontro tra il divino e l’umano, in entrambi agisce lo Spirito del Signore.

Ed infine l’ultimo particolare: la figura del Cristo delinea l’asse principale dell’opera lungo la quale è raffigurato Dio Padre che, squarciando i cieli, effonde lo Spirito. L’accostamento al profeta Isaia O se tu fendessi i cieli e scendessi! » (63, 19) è facile.  
 Il cielo, emblematico simbolo della dimora di Dio, squarciandosi, lascia apparire il mistero nascosto. Ma perché mai lo Spirito discende sotto forma di colomba? Molti sono gli accostamenti suggeriti dagli studiosi. Il più probabile è l’allusione al racconto della creazione dove si legge che Lo Spirito di Dio volava sulle acque. Ma questa manifestazione divina ha come referente  Gesù. È sopra Gesù che discende lo Spirito, è a Lui che si rivolge la voce del Padre. 
La discesa dello Spirito e la voce del Padre fanno della scena del Giordano,  una teofania della Trinità. L’Assoluto sussiste in tre Persone!

Una famiglia come tante

La Sacra Famiglia

La Festa della Sacra Famiglia è celebrata dal XVII secolo. Istituita perchè la famiglia di Nazareth sia da esempio ed impulso all’istituto della famiglia, cardine del vivere  cristiano e sociale.

Moltissime sono le raffigurazioni artistiche, in tutte le epoche e con tutte le varianti. Tre persone, tre ruoli, uniti da un unico inconfondibile legame: l’amore.

Bartolomé Esteban Pérez Murillo, uno degli artisti più famosi del barocco spagnolo, dipinse la Sacra Famiglia, oggi custodita al Museo Del Prado, nel 1650. Non a caso chiamato il ‘pittore della dolcezza’, fissò con il suo genio artistico una serena scena familiare intorno a Giuseppe, Maria e al Bambino. Una condizione quotidiana scelta da Dio  per mandare suo Figlio. Niente di più normale e al contempo di più sacro.

E’  come uno scatto fotografico in un momento di intimità quotidiana;  una casa semplice e povera, che funge anche da bottega di falegnameria. Maria, stranamente in secondo piano, sta avvolgendo in un gomitolo il filo che si srotola dall’arcolaio; ai suoi piedi la cesta di vimini con i panni da rammendare. Il centro della scena invece è occupato da un giovane Giuseppe, anche qui particolare quasi inedito, che si è allontanato momentaneamente dal banco di lavoro  che s’intravede alle sue spalle, per giocare un po’ con suo figlio, Gesù. Le gambe del giovane padre sono coperte da un mantello rosso. Colore simbolo della Umanità del Cristo ma anche della sua passione per gli uomini. Giuseppe in questa icona diventa quasi come la greppia che delicatamente e discretamente accoglie il Dio Bambino.

Il bambino, a sua volta gioca con un cagnolino e con un uccellino che tiene stretto nella mano. Ecco, proprio questi due ultimi particolari, quasi secondari, diventano il fulcro a partire dal quale si può leggere il messaggio Teologico che l’artista ci dona.

L’uccellino, un pettirosso, tanto utilizzato dai vangeli apocrifi,  rappresenta la Redenzione, il cagnolino la fedeltà e l’obbedienza a ciò che verrà. Il Cristo, il Messia, si è incarnato nella quotidianità nascosta e apparentemente banale, per offrire a tutti coloro che gli saranno fedeli, che crederanno in lui, la vita eterna.

Come questa famiglia, da quel momento tutte le famiglie cristiane diventano ‘luogo teologico’ perchè segno dell’amore universale di Dio.  San Giovanni Paolo II, in una Catechesi del Mercoledì, affermava che la famiglia è chiamata a riflettere, nel calore delle relazioni interpersonali dei suoi membri, un raggio della Gloria di Dio.

Buon Natale

La verità è sorta dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo (Sal 84, 12).

Il Cielo si congiunse definitivamente con la Terra

La giovane donna di Nazaret

L’Angelo del Signore fu mandato in Galilea… a Nazaret, piccolo ed insignificante villaggio oltre il mare di Galilea, da una giovane donna, quasi una fanciulla. Non Gerusalemme, non il Tempio, non un sacerdote! Lontano da ogni curiosità, nel nascondimento totale, illuminato solo dalla luce celeste, avvenne l’Inatteso:  il Cielo si congiunse definitivamente con la Terra.

Nell’ammirare l’affresco di Jacopo Carrucci detto il Pontormo, sembra poter vivere quell’istante, quell’atmosfera. E’ situato in Santa Felicita, una chiesina oggi poco famosa, oltrArno, quasi nascosta dalle preziose gemme architettoniche fiorentine. Era il 1525 e il pittore ricevette l’incarico da Federico Capponi di decorare l’edificio appena acquistato e che doveva servire come cappella funeraria familiare.

Sulla controfacciata della Chiesa, separati da una vetrata si scorgono i due protagonisti:  l’arcangelo Gabriele  a sinistra, la Vergine a destra. Il pittore fiorentino non rappresentò l’annuncio dell’Angelo, ma l’attimo immediatamente successivo al fiat di Maria. Infatti Gabriele non si rivolge più a lei ma, con una complessa torsione del collo ha il viso rivolto  alla luce divina che non è dipinta ma si irradia, in modo naturale, dalla finestra.

L’arcangelo, avvolto in un vaporoso mantello color arancio, gonfiato da un’impercettibile massa ariosa, sfiora la terra; la sua veste dal colore tenue è cangiante di luce.  E’ il Messaggero di Dio, è colui che è venuto ad annunciare l’Inizio dei nuovi tempi. Rallegrati, piena di grazia….Con queste parole Egli saluta, in nome di Dio, Maria, umile, semplice, fanciulla, sulla quale l’Altissimo si è degnato posare lo sguardo, trovandovi la sua compiacenza.

Ed eccola, dall’altro lato della vetrata, Maria. E’ anch’essa caratterizzata da giochi di  volumi, di colori, con altrettanti effetti di luce. Ma sono due i particolari che colpiscono di più; anzitutto l’estrema semplicità: non c’è ricercatezza di lineamenti o di espressione, che caratterizzano solitamente opere con tale soggetto. Maria è una ragazza come tante altre! E’ l’umano più comune, più ovvio e forse più banale che Dio ha scelto. Secondo particolare  è il forte legame che ha con la terra. Essa tiene il manto azzurro con un presa salda della mano e vigorosamente solleva la gamba per salire il gradino. La Terra e il Cielo si incontrano, si uniscono, l’Una diventa grembo accogliente per l’Altro. L’inverosimile sta accadendo proprio in questo momento.

Maria è l’ultimo testimone che la liturgia ci fa incontrare prima del santo Natale; lei è la più profonda e più radicale via dell’Avvento.Il candelabro che si intravede alle sue spalle è simbolo dell’Antico Patto ormai conclusosi. Maria,  custodendo nel suo grembo il Dio Bambino, la Parola vivente, è Arca della Nuova Alleanza che offre, ancora oggi, a tutti gli uomini di Buona Volontà.

 

Giovanni il Battista

Giovanni, colui che battezzava nel deserto

Questa settimana l’attenzione è rivolta a Giovanni, il Battista.  Coetaneo e parente di Gesù è considerato l’ultimo dei profeti e il primo dei martiri della fede cristiana. Giovanni fa da ponte tra le due età sub lege e sub gratia; sulla scia del 
Deuteroisaia, invita ad accogliere il Signore che viene, a liberarsi dal dominio della legge per accogliere la Grazia che salva.   Egli gridò queste cose, non si limitò a discuterne, le annunciò con impeto, con convinzione, perfino nel deserto.

L’opera del pittore calabrese Mattia Preti, fissa l’atteggiamento del Battista: posto al di sopra degli altri personaggi è talmente coinvolto e convinto di ciò che dice che il suo corpo è teso, vibrante, persino il mantello, rosso in riferimento al martirio che subirà il profeta, trasmette, con il suo celere movimento, l’energia con cui il Figlio di Elisabetta annunciava l’inizio del Regno. Il cartiglio, quasi prolungamento naturale della sua persona, riporta l’estrema sintesi del suo messaggio: Ecce Agnus Dei! Non c’è più tempo, non possiamo più perdere tempo: la Salvezza è qui, è prossima, più vicina di quanto immaginiamo.

Lungo le sponde del Giordano, presso Betania, egli invita le persone a convertirsi attraverso un gesto purificatorio nelle acque fluviali. Nel culto ebraico il lavacro 
di purificazione era molto conosciuto; nella vita civile e religiosa era un rito simbolico di 
passaggio dalla 
schiavitù alla libertà. Il battesimo di Giovanni è ancora fatto con acqua ma si distacca dai vecchi riti: non pretende di iniziare qualcosa di nuovo, ma esprime l’atteggiamento di 
adesione alla luce e alla vita che viene dal Messia.  Eppure tale invito non è rivolto solo ai contemporanei dell’ultimo profeta, ma a tutti gli uomini. Questo concetto il pittore lo ha espresso attraverso lo sguardo del battista, che non è rivolto verso il basso, verso gli altri personaggi, ma all’interlocutore della tela. E’ proprio quello sguardo il fulcro intorno al quale si sviluppa tutta l’opera.

Ma dove è il Messia? Nell’opera del Preti, Giovanni non indica l’agnello, simbolo cristologico famoso, ma il cielo,  posto sulla stessa diagonale ma dal versante opposto. Il Battista indica il raggio di luce che squarciando la nuvola illumina tutta la scena, la sua stessa persona, fino ad arrivare all’agnello. Questo perché Giovanni  non era la Luce, ma era venuto per dar testimonianza alla luce, all’Inatteso, al totalmente Altro, che seppure  inosservato è già in mezzo 
al popolo.

Il profeta della speranza

Isaia il poeta

Nelle domeniche che ci separano dal Natale la Liturgia della Parola propone tre personaggi biblici: Isaia, Giovanni Battista e Maria. Ciascuno, a suo modo, ha svolto un ruolo fondamentale nella Storia della Salvezza.

Il grande protagonista di questa settimana è Isaia con il suo Libro delle Consolazioni, citato anche dall’evangelista Marco. In realtà l’autore di questa sezione del  monumentale scritto profetico, è sconosciuto: del Secondo Isaia non si conosce nè il nome nè il luogo di origine. E’ l’anno 538, Ciro, re dei persiani, concede agli ebrei esiliati in Babilonia il permesso di ritornare nella loro terra. Ma come? Non è un’impresa facile attraversare il deserto che divide Babilonia da Gerusalemme; ma da qualche tempo ha cominciato ad imporsi, tra il ‘resto dell’antico popolo’  una voce che consola, che con gioiosa speranza annuncia l’inizio di un nuovo giorno; che convince ed aiuta ad inventarsi quell’arduo ed impensabile percorso, a rivivere un nuovo esodo, per ritornare nell’antica terra.

L’opera che vi propongo di ammirare è un particolare dell’affresco michelangiolesco nella Cappella Sistina.

 Tra i Veggenti affrescati sul soffitto della Cappella Sistina Michelangelo collocò anche il grande Isaia. E’ raffigurato in modo originale: posto seduto su grande ed ampio trono adornato da finti altorilievi raffiguranti due coppie di putti in varie posizioni. Ma un fanciullo riccioluto lo distrae dalla lettura in cui è assorto per indicargli qualcosa che sta accadendo o qualcuno che sta arrivando. Isaia è scosso e si volge di scatto.

Il dinamismo della scena è ben rappresentato dal mantello, azzurro con una fodera verde, gonfio per il movimento celere avvenuto. Ciò che stava leggendo deve essere importante: tutto il suo corpo esprime una tensione che pulsa dal di dentro: lo sguardo che ancora è preso dalla lettura, la fronte aggrottata, lo spasmo di tensione che arriva fino ai piedi incrociati. Isaia, pur distratto da quel richiamo, non chiude del tutto il grande libro, ne mantiene il segno con un dito…per ritornare in seguito alla lettura. Ma cosa c’è in qual grande codice? E’ la lieta notizia che lui è chiamato ad annunciare e che sta arrivando. E’ il tempo della consolazione quando Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.

 

 

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Marco

Giovanni chiamato Marco

Inizia, con la prima settimana di Avvento, un nuovo anno liturgico scandito da brani tratti dal Vangelo secondo Marco. Missionario e compagno degli apostoli Paolo e Pietro, viene presentato come interprete dell’ultimo: il Principe degli Apostoli scelse il giovane “Giovanni chiamato Marco”come suo scriba.

Il Vangelo di Marco è il più breve ed è ritenuto il più antico. Fu redatto attorno al 70 d.C. e usato come fonte da Matteo e Luca.

L’iconografia marciana è documentata fin dal IV secolo nell’arte plastica e monumentale. La raffigurazione più antica dei quattro evangelisti, anteriore al 340, è situata nella catacomba di Marco e Marcellino. Vi si scorge Cristo, assiso in trono con quattro personaggi. Non essendoci nessun riferimento esplicito ai santi agiografi, non possiamo identificarli con certezza.

Questa preziosissima miniatura appartenente al Codex Purpureus Rossanensis è  il ritratto più antico di Marco, nell’atto di scrivere il suo vangelo, presente in un codice antico e giunto fino a noi.

Possiamo ammirare una struttura architettonica complessa: sopra un piedistallo a tre gradini poggiano due colonne con i capitelli lavorati e aurei; al di sopra di esse è posizionato un architrave aureo a sua volta sovrastato da due piramidi e nel mezzo una grossa conca, anch’essa lavorata con delle scanalature di vario colore.  L’elegante edicola  ha un chiaro significato simbolico: le due colonne, l’architrave e la cupola sono i principali componenti del tempio. Per la tradizione scriptoria ebraico-cristiana, tale struttura assumeva due significati principali: di riverenza e venerazione verso il personaggio che inquadrava, di riferimento all’economia della Rivelazione di Dio.

Ma notiamo un particolare curioso: due finestre, poste in alto, da cui traspare il cielo.  Viene in mente  il versetto del profeta Isaia: I cieli saranno arrotolati come un libro. Un’ analogia cara anche a sant’Agostino che nelle sue opere afferma: si citano i cieli per intendere allegoricamente i libri [Enarrationes in Psalmos, 8.]. Partendo da questo parallelismo non sarà troppo azzardato considerare le due finestre riferimenti allegorici ai  due Testamenti: l’Antico e il Nuovo e la loro profonda armonia; infine le due tende aperte fanno intendere la loro rivelazione e attuazione completa.

All’interno della struttura, su una sontuosa sedia con spalliera alta, siede l’agiografo: indossa la tunica, l’himation, è nimbato e poggia i piedi su uno sgabello. Sulle ginocchia tiene un lungo rotolo sul quale, con uno stilo, sta scrivendo:

ΑΡΧΗ ΕΥΑΓΓΕΛΙΟΝ ΙΥ ΧΥ ΙΟΥΟ ΤΟΥ ΘΕΟΥ.

E’ l’evangelista Marco intento a scrivere l’inizio del suo vangelo. L’artista teologo é  riuscito a rendere evidente lo sforzo dell’evangelista che procede nel suo lavoro: è molto concentrato ed assorto.

In secondo piano c’`e l’occorrente per scrivere: il calamaio con il coperchio su un lato e tre stili intinti.

Di fronte appare una donna, avvolta in un mantello, gli sorride mentre con l’indice e il medio della mano destra indica la pergamena. E’  la Sapienza di Dio che, mediante il Cristo, illumina l’agiografo ‘dettandogli’ la Buona Novella. Intendendo, il verbo dictare secondo l’interpretazione patristica, come un dire intenso, autorevole, nitido e profondo.

Un particolare curioso, di difficile definizione, è raffigurato in corrispondenza della spalla destra dell’evangelista; in prima istanza si è portati a confonderlo con una macchia generata, nel corso degli anni, dall’umidità, ma osservando con attenzione si capisce che ha il contorno ben definito e ricalcato con una linea scura. E’ colorato con una tonalità di rosso, somigliante al colore purpureo dell’intera pagina, eppure è etereo e trasparente tanto da lasciare trasparire il corpo dell’evangelista. Infine si scorge all’estremità inferiore la forma di una mano che indica il rotolo su cui Marco sta scrivendo.

Siamo di fronte ad un antropomorfismo riferito a Dio. Infatti la scena, apparentemente semplice, è  invece articolata da una corrispondenza gestuale e compositiva: il particolare appena descritto si sviluppa specularmente al braccio della figura femminile formando un triangolo il cui vertice inferiore cade sul rotolo del Vangelo.

La figura, così formata, rimanda a quei testi biblici che citano, al plurale, le mani di Dio. Immagine utilizzata anche dai Padri  nella ricerca di “tracce”del mistero della Trinità nell’Antico Testamento.  Brachia Dei Patris Filius eius et Spiritus sanctus inlelliguntur [ Eucherio, Formularum spiritalis intelligentiae, I.].

 

Cristo Re dell’Universo

Il Pantocratore

L’anno liturgico si conclude con la festa Cristo Re dell’Universo.  Essa fu istituita dal papa Pio XI  con la promulgazione dell’enciclica Quas primae   l’11 dicembre 1925.

E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. (Pio XI, Quas Primae)

Da un punto di vista iconografico l’immagine che più di tutte le altre  raffigura  questa verità di fede è quella del Cristo Pantocratore. Tra le tantissime opere con tale soggetto vi propongo di ammirare il meraviglioso mosaico presente nel Duomo di Monreale.

«Il Παντοκράτωρ, é una raffigurazione di Gesù tipica dell’arte bizantina che, a partire dal VI secolo, é presente in tutti i settori dell’arte: avori, smalti, opere a sbalzo, miniature, cicli affrescati e mosaicali aurei. In verità con tale termine si indica, in modo generico, un’ampia varietà di rappresentazioni del Cristo, riscontrabili fin dagli ultimi anni del IV secolo. Sulla scia delle scene della corte imperiale Gesù viene ritratto in atteggiamento maestoso e severo, a volte seduto su un trono, nell’atto di benedire con le tre dita della mano destra, mentre spesso con la sinistra regge il libro delle Sacre Scritture .

Riguardo al termine non è facile determinarne il significato preciso. Probabilmente sconosciuto al mondo greco classico, è caratteristico invece in ambito religioso: lo ritroviamo in papiri magici e iscrizioni epigrafiche riferite al culto di divinità egizie.

Ma è in ambito giudeo-ellenistico che ha trovato le sue origini: ricorre circa 180 volte  nella versione greca veterotestamentaria dei LXX risalente quindi al III secolo a.C.

E’ spesso associato a titoli divini tra cui Κύριος, θεός ed inserito in contesti di preghiera o comunque teso a sottolineare l’intervento salvifico divino. Nel NT lo ritroviamo invece solo 10 volte e, tranne il riferimento nella lettera ai Corinzi, tutte in contesto apocalittico. In quasi tutti i casi è menzionato in un contesto di giudizio che sottolinea la vittoria di Dio contro i suoi nemici. Così come nell’Antico anche nel Nuovo Testamento il termine non è mai usato da solo.

Ecco perché più che un nome il termine è una interpretazione teologica di Dio, ha una sua Weltanschaulich e presuppone un concetto universalistico, cosmico della potenza divina.

Oltre alla letteratura biblica dei LXX, i Padri … furono influenzati dalla filosofia ionica e stoica che, riferendosi al significato di κρατεω, ne mise in risalto “la conservazione universale dell’essere”, attuata da Dio che abbraccia tutte le sue creature con la sua  δύναμις” ….Usando l’espressione sintetica di Massimo il Confessore é il centro universale, che contiene, accoglie e circoscrive tutte le cose…

Il termine non trovò lo stesso successo presso i padri latini; in effetti alla base c’era la difficoltà di trovare un termine corrispondente. Quello solitamente usato, omnipotens, in effetti è inadeguato come traduzione.

Nell’organizzazione iconica dello spazio liturgico, il Pantocratore fu posto al centro, nel posto più alto della chiesa, ovvero nella calotta della cupola centrale o, a volte, nei catini absidali….Luogo in cui divino e umano, due realtà irriducibili, si incontrano nel sacrificio dell’Eucarestia concretamente celebrata. In tale microcosmo simbolico il Pantocratore diventa segno di ricapitolazione cosmica che tutto contiene e tutto ricongiunge a sé come suo inizio e fine».

Da ANNA CAROTENUTO, Eἰκών: La parola Visiva. Spunti Per una teologia iconica a partire dal Codex Purpureus Rossanensis, Aracne, Roma 2012.

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QuanTo Amore

Amore e talenti

L’espressione simbolica più usata, Regno di Dio, corrisponde ad una realtà che travalica tutte le categorie umane. Esso sarà il tempo della totale e piena presenza dell’uomo e del suo universo al cospetto di Dio; quando a ciascuno verrà dato, definitivamente, quanTo amore   sarà riuscito a ‘contenere’ durante la vita terrena, così come i talenti dati ai servi della parabola matteana, ciascuno secondo la propria capacità.

E’ nell’oggi quindi, nella nostra libera quotidianità che siamo chiamati a costruire il nostro futuro ultimo.   A Dio toccherà ‘solo’ trasformare il nostro tempo in NON tempo, in eternità.

 Sarà giustizia pura. Sarà il Giudizio finale!

L’opera che vi propongo di ammirare  è ‘La pesatrice di perle’ di Jean Wermeer.

Ad un primo sguardo sembra un’opera che niente ha  a che vedere con la tematica escatologica. Invece essa  è prova del sottile espediente ideato dagli artisti protestanti che, non potendo raffigurare esplicitamente tematiche  religiose, le rendevano presenti attraverso una serie di particolari. In questo caso  sul fondo è raffigurato un elemento molto importante,  un quadro nel quadro: è un giudizio universale.  Fornisce la chiave di lettura della raffigurazione: l’evento ultimo.

Nella stanza, illuminata da una luce proveniente dall’esterno, c’è una donna, è incinta, ha una bilancia in mano e sembra prossima a pesare dei gioielli che fuoriescono da varie scatole.

 Nell’ammirare questa meravigliosa tela, sembra intravedere la donna citata nel poema acrostico del libro dei Proverbi e che oggi la liturgia ci propone. Il piccolo brano biblico non esalta la bellezza della donna ma ciò che fa. L’attenzione si concentra sulla sua instancabile attività.  Essa è paragonata a perle preziose che appaiono anche nel quadro.

In mano la donna ha una bilancia. Simbolo della giustizia, sembra  richiamare  la teoria della psicostasi, nata in epoca medievale ma comune a molte religioni, secondo cui  l’arcangelo Michele, incaricato direttamente da Dio, peserà le anime per separare quelle giuste da quelle peccatrici. Nel quadro  l’intervento divino è reso visibile dal raggio di luce che illumina l’oggetto.

Infine sul tavolo è adagiato un enorme telo blu. Il colore simbolo della trascendenza, del mistero divino. Quel piano di legno diventa allora il ‘luogo’ ove il Giudizio definitivo avverrà,  il ‘luogo’ in cui il tempo si trasformerà in metatempo, il seno di Abramo  dove la misericordia di Dio Padre  ci avvolgerà…per sempre.

Un corteo nunziale

Dieci

Questa domenica la Liturgia della Parola ci presenta una delle pagine neotestamentarie più famose: la Parabola delle dieci vergini. Ai tempi di Gesù  era consuetudine che lo Sposo raggiungesse la sua sposa nella casa paterna, accompagnato da un corteo di giovani fanciulle. Ma nel racconto,  per la conseguenza tragica di una scelta, il gruppo vergineo si frantuma in due: elementi eterogenei ed addirittura opposti definiscono l’epilogo diverso a cui approderanno.

Ammiriamo la parabola grazie ad una preziosa miniatura del   Codex Purpureus Rossanensis, un prezioso evangeliario risalente al V secolo e custodito a Rossano Calabro.

(questo post è un  estratto di: A. Carotenuto, Eikon: La parola Visiva. Spunti Per una teologia iconica a partire dal Codex Purpureus Rossanensis, Aracne, Roma 2012).

Al centro della Tavola è  raffigurato un magnifico portone a due battenti, che divide  tutta la scena in due parti. A sinistra ci sono cinque donne sontuosamente vestite con tuniche lunghe e mantelli di vario colore: ostentano ricchezza e potere; la prima bussa con la mano destra alla porta mentre con la sinistra regge una fiaccola che si intravede sopra la spalla sinistra: è ormai spenta. La seconda e la terza fanciulla hanno nella mano sinistra un’ampollina per l’olio vuota mentre nella mano destra la fiaccola quasi spenta; la quarta è  posta in secondo piano per cui non si scorgono le braccia, l’ultima ha un gesto di sconforto per la fiaccola ormai spenta che ha gettato per terra mentre regge ancora, con la mano sinistra, l’ampollina vuota.

A destra della porta c’è un uomo: è lo sposo. Ha il volto di Cristo; vestito  con una tunica blu e l’himation; ha la testa nimbata e la mano destra alzata come per sbarrare la strada.

Davanti a Cristo c’è un albero, dietro invece altre cinque donne, vestite tutte di bianco con strisce verticali colorate; hanno tutte nella mano destra la fiaccola ben accesa che illumina tutta la scena che avviene di notte; di tre è visibile la mano sinistra che regge l’ampollina con l’olio; si dirigono tutte verso destra. Dietro di esse, sullo sfondo c’è una foresta di alberi da cui spiccano frutti rossi, all’estremità destra invece, una roccia da cui sgorgano quattro sorgenti di acqua che si uniscono in un solo fiume.

Fin da una prima ed immediata visione della miniatura, risulta evidente che essa  non è solo la rappresentazione didascalica del brano scritturistico ma lo interpreta.  Il miniaturista ha arricchito l’illustrazione con una serie di particolari non solo presenti nel testo scritto ma ricavati anche da quell’insostituibile patrimonio spirituale che scaturisce dall’interpretazione mistagogica patristica. Un vero e proprio “lavoro” teologico.

La scena illustra con particolare incisività l’istante cruciale del racconto: è il momento in cui gli opposti vengono divisi dalla volontà divina. Il gesto ne richiama immediatamente un altro simile: quello genesiaco in cui il creato scaturì dalla distinzione degli opposti [Gen 1,1-ss]. Dall’immagine traspare la precisa volontà di dividere in due, in modo netto, l’unica scena; il fulcro attorno al quale ruota tutto è la magnifica porta presente al centro della Tavola: a partire da essa c’`e un “dentro” e un “fuori”, una “destra” e una “sinistra”, uno “stare con Cristo” o “senza di Cristo”. Una tesi avvincente sostiene che, tale icona, sia probabilmente il prototipo che verrà utilizzato per rappresentare il giudizio universale e la divisione netta dei dannati, a sinistra, dagli eletti, a destra.

Chi sono le vergini? 
Non ci è data l’individuazione delle singole persone: sia il vangelo che la miniatura si riferiscono in modo generico ad un gruppo,  originariamente ed apparentemente omogeneo. Secondo l’interpretazione più comune la parabola si riferisce ad una riflessione sulla vita cristiana in cui si esorta il fedele alla vigilanza per il definitivo incontro con Cristo.  Le vergini sarebbero la rappresentazione simbolica della comunità cristiana.  Lo studioso Joachim Gnilka Gesù l’avrebbe raccontata al suo uditorio  per sottolineare la gioia di stare con lo sposo.

La verginità simboleggia la condizione che qualifica il cristiano in quanto tale. Una verginità non solo o unicamente fisica, ma che riguarda la totalità della persona. La verginità evangelica va intesa come disposizione di totale fiducia e orientamento della persona a Dio. Quando il credente riesce ad impostare la sua vita su questo imperativo categorico, allora diventa saggio, se invece pone unicamente se stesso, il suo ego  a misura di tutte le cose, allora diventa stolto.

Il miniaturista è  stato capace di dare forma e colore a questi due atteggiamenti: il primo con vestiti ricchi e sontuosi, simbolo della spavalderia e della vanagloria di cui l’uomo è  capace persino facendo opere buone, il secondo con candidi e semplici vestiti deaurati simbolo non tanto della purezza quanto di una vita vissuta nel timor di Dio. Il colore evanescente diventa qui segno di una luce interiore sfolgorante, di un candore dell’anima proprio del credente che vive secondo i canoni evangelici. Tale interpretazione ricorda un brano di Clemente che, nel parlare dell’anima dice: Ecco una veste: prima era lana greggia; fu poi cardata e divenne filo per il tessuto ardita; fu poi tessuta, Cos`ı l’anima va preparata prima e variamente lavorata se deve essere condotta alla perfezione. (Stromata, VI,12, in PG 9, 312 C; SC 446, pp.244-245).

Ma l’attenzione deve essere fissata anche sulle lampade e sulle ampolle con l’olio: le prime non possono illuminare se non alimentate dalle seconde. L’allusione è alla vita cristiana che emana la luce della santità  ma non in modo autonomo, né grazie a  meriti personali, bensì in forza della Grazia comunicata da Cristo.

Cosa c’è  dietro la porta? Un giardino fiorito e rigoglioso, ricco di acqua e di alberi colmi di frutta: è l’Eden. Ma c’è anche lo sposo, quindi siamo nella casa nuziale. Ovvio allora l’imperativo di trasposizione: la casa dello Sposo è  il paradiso!

L’immagine neotestamentaria di Cristo Sposo si pone in continuità con la tradizione veterotestamentaria che ci mostra l’Alleanza di Dio con Israele descritta con categorie nuziali. Il diletto è  un concentrato di bellezza, bontà  e grazia.

Ma lo sposo compie un gesto particolare: blocca il passaggio alle vergini stolte. E’ Sposo ma anche Giudice perché formula la sentenza di rinnegamento sconfessando le ragazze stolte.

Subito dietro la porta e, accanto allo sposo-Gesu`, troviamo un albero. Senza problemi possiamo identificarvi l’albero della vita descritto dal secondo racconto della creazione (Gn 2,9). Altrove, nel Cantico dei Cantici, è lo sposo stesso ad essere paragonato ad un albero: Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani. Dalla sintesi di entrambi le tradizioni nasce l’amata tendenza patristica di associare l’albero genesiaco all’albero della croce.

In secondo piano la Tavola riporta  una serie di alberi carichi di frutti, anch’essi non esclusi da un’interpretazione simbolica generale. E’ opportuno infatti il rimando ad un passo dell’In Canticum origeniano dove l’alessandrino identifica gli alberi con tutti gli uomini, specificando che ci sono tre categorie di uomini: quelli che non producono frutto, quelli che rendono frutti cattivi e quelli che invece rendono frutti buoni.

Infine la roccia da cui sgorgano i 4 fiumi rimanda senz’altro al racconto generico: Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino poi di l`ı si divideva a formare quattro corsi. I padri amavano indicare, in questa immagine, i quattro evangelisti.