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Lo scrittore della Misericordia

Inizia un nuovo anno liturgico durante il quale mediteremo la Parola del Signore all’ombra del vangelo di Luca (anno C).

Chi era Luca?

Un’ antica tradizione, più leggenda che realtà, lo vuole pittore: avrebbe raffigurato la Veronica ovvero la vera icona della Madre di Gesù. Ecco perché gli  sono state attribuite  alcune  “Madonne nere” custodite e venerate in famosi santuari mariani. Qualcosa più che leggenda lo possiamo rintracciare in una nota della Lettera di Paolo ai Colossesi: Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema (4,14). Luca, dunque, prima di diventare annunciatore della Buona Novella, prima di essere evangelista, era medico! Di sicuro era una persona molto colta: lo provano lo stile ricercato e raffinato del suo vangelo e l’attenta analisi storica e teologica dell’altro suo libro, gli Atti.

Molto vasta è la produzione iconografica di Luca, sia da solo che insieme agli altri tre evangelisti. Qui ammiriamo una tela di Alessandro Bonvicino, conosciuto come il Moretto, pittore rinascimentale bresciano.

La scena è ambientata in uno studiolo. Su un marmoreo e raffinato pavimento bicolore, si erge la mastodontica figura dell’evangelista. E’ anziano, senza capelli e con una folta barba. Vestito da un ampia tunica rossa dà l’idea di una persona colta ed erudita che suscita rispetto. Ha tra le mani un libro appena finito di scrivere (sul lato, ancora tra le dita si intravede un pennino che fuoriesce): è la Buona Novella. Alle spalle si scorge una  pregiata  icona di Maria, di cui, per tradizione, è l’autore. Su una trave del soffitto c’è una clessidra. Un particolare, quest’ultimo, che dà voce ad una caratteristica del terzo vangelo: Luca pone una grande attenzione al tempo, a come lo vivono gli uomini, ma soprattutto a come Dio lo vive. Egli annuncia che il Tempo è ormai compiuto, la salvezza è qui con noi, la liberazione è vicina!

 

Ultimo particolare è il giovane animale su cui l’evangelista pone il suo piede. E’ l’interpretazione del vitello alato descritto dall’Apocalisse (4,7) e che la tradizione ha attribuito simbolicamente al terzo evangelista. Ma il vitello si erge anche a simbolo della mansuetudine, della docilità e Luca è, tra gli evangelisti, colui che ha meglio narrato la tenerezza di Dio. Dante infatti, nella sua opera latina Monarchia definì  Luca come  scriba mansuetudinis Christi, «scrittore della mansuetudine, della misericordia, dell’amore di Cristo».

 

Il Signore regna

Il Re dell’universo

Nell’ultima Domenica dell’anno liturgico la Chiesa celebra la Festa di Cristo Re dell’Universo. Questa solennità fu introdotta da Papa Pio XI, con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925, a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell’anno.

Molti sono i capolavori artistici raffigurano il Cristo Re del Creato che nei tempi escatologici verrà per giudicare il mondo. Tra essi il Trittico del pittore tedesco Hans Memling del 1433, custodito oggi nel Koninklijk Museum voor Schine Kunsten Antewerpen in Belgio.

Hans Memling, Cristo tra angeli cantori, 1433, Museum vor Shine Kunsten Antewerpen.

Il Cristo Glorioso è accompagnato da due schiere di Angeli cantori, affiancati, nei pannelli laterali, da Angeli musicanti.

Pannello destro
Pannello sinistro

L’evento parusiaco, del ritorno del Figlio di Dio, è dato dall’artista con un espediente pittorico: appare da uno squarcio di nuvole, simbolo della sede divina, su uno sfondo aureo.

Ecco il Figlio ritorna, Egli è il Re dell’universo!

La sua divinità è sottolineata dalla scritta che si legge sull’orlo del suo prezioso vestito: Agyos Atheos,  o Santo Dio. Le tre gemme preziose che fissano il mantello si riferiscono alla SS.Trinità

La sua regalità è resa invece da altri  particolari. Anzitutto il mantello purpureo, simbolo tradizionale della potestà regale.

Ha il capo coperto da una preziosa corona, anch’essa utilizzata dalle tradizioni più antiche per indicare l’Altezza, la superiorità anzitutto di Dio e poi del suo rappresentante, il Re, il Profeta, il Giudice.

Infine il Globo crucifero tra le mani. Esso rappresenta il dominio di Cristo sulla Terra e sull’universo stesso. Ma la croce ci indica anche il tipo di regalità del Messia. Egli regna dal legno, così proclamavano i Padri della chiesa. È a partire dalla Croce, dal sacrificio fatto per amore degli uomini, che possiamo comprendere chi è il Re dell’universo. Ce lo ricorda la pericope evangelica che proclamiamo: non una teofania trionfante ma il Cristo sofferente a cui Pilato chiede Dunque tu sei re? Gesù è re nella verità, perché ha servito la verità in tutta la sua vita! Egli è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra!

Egli è l’alfa e l’omega!

Con grande potenza e gloria

La Parusìa

Ci stiamo avviando alla fine dell’anno liturgico e le letture di questa domenica ci propongono una riflessione sui tempi escatologici. Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. All’unisono tutti i vangeli sinottici annunciano la Parusia attraverso le parole stesse del Figlio di Dio: Gesù si fa profeta di se stesso annunciando ai discepoli la conclusione della sua missione, il completamento della sua opera redentiva.

Il termine Parusia, dal greco pareimi, nell’AT è usato in ambito profano, infatti indica la presenza o l’arrivo del re o del condottiero nell’accampamento. Nel NT assume una valenza cristologica ed è usato come annuncio della venuta in Gloria di Cristo, al quale evento è sempre collegato il giudizio finale e la conclusione di questa storia.

In cosa consiste la fine del mondo?

Le parole profetiche di Gesù si  comprendono correttamente, senza cadere in ‘terroristiche’ e cruente visioni, solo alla luce di tale premessa. Quando l’evangelista scrive il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo, sta utilizzando il vocabolario genesiaco della creazione (sole, luna e stelle che regolano il giorno e la notte) per annunciare che con la Parusia questo mondo uscirà fuori dal tempo…..sfocerà nell’e(x)ternus…in una dimensione diversa dalla terna passato-presente-futuro. La storia  cederà il posto alla meta-storia. Così, in Cristo, si attuerà la nuova creazione, i cieli nuovi e le terre nuove che vedranno il Glorioso Signore indiscusso che su tutto, persino sul male, definitivamente schiacciato e sconfitto.

Possiamo contemplare questa verità di fede in moltissime opere d’arte, veri e propri capolavori. Noi lo facciamo attraverso un capolavoro  del Beato Angelico, custodito nella Galleria Corsini a Roma.

Particolare del Trittico Ligneo Giudizio universale, Ascensione e Pentecoste del Beato Angelico.

Un trittico ligneo  che raffigura tre scene:  Ascensione e Pentecoste ai lati, al centro il Giudizio Universale. Focalizziamo l’attenzione sul Cristo Glorioso posto al centro della tavola in una mandorla aurea. La forma e il colore simboleggiano la natura divina. E’ il Figlio di Dio, morto in croce ( i segni dei chiodi sulle mani lo provano) e poi Risorto. Il suo trono è formato da nuvole perché Egli è già nell’altro dei cieli, è  Colui che è assiso alla destra del Padre condividendone la gloria e la potenza. Le sue vesti sono fatte di luce che si espande su tutta la scena. Ha un braccio benedicente e un altro che regge il Libro delle scritture aperto: Egli è la Rivelazione del Padre è l’alfa e l’omega. E, con questo gesto, sta concludendo il Mistero di Salvezza, sta riportando a sé tutte le cose per consegnarle definitivamente al Padre.

La vedova e le sue monetine

Gli ultimi spiccioli

La vedovanza è sempre stata un’esperienza molto dura, uno stato di grande dolore, di lacerazione interiore, di frantumazione di affetti: si perde parte di sé, della propria identità. Quando ciò capitava ad una donna, fino a tempi relativamente recenti, era una vera e propria tragedia: sola e nella miseria più avvilente, la vedova diventava l’ultima della società.

Gesù prende come esempio proprio una vedova per spiegare, ai suoi interlocutori, una cosa molto importante. Per lo sguardo attento del Nazareno, il gesto che ella compie, gettando nel tesoro del Tempio gli ultimi spiccioli, è emblematico segno della generosità di chi dà senza riserve il poco che possiede.

Riflettiamo sul vangelo di questa domenica ammirando un particolare del Dittico delle Cinque parti, un prezioso manufatto in avorio, risalente al V secolo.

 

Dittico eburneo delle Cinque parti, V secolo, Milano Tesoro del Duomo.

La scena si svolge nel Tempio di Gerusalemme, luogo solenne e sacro. Al centro c’è la custodia del tesoro del Tempio, dove si ponevano le offerte; da un lato la povera donna, dall’altro Gesù che la indica ai due spettatori, posti in secondo piano.

Il particolare che rende l’icona rara nel suo genere è la particolare seduta del Cristo: un globo stellato. Tale originalità si ispira al celebre versetto del profeta Isaia il cielo è il mio trono e la terra lo sgabello dei miei piedi. [Is 66,1]. Il globo celeste conferisce una sfumatura escatologica alla rappresentazione. Il Figlio di Dio è il Pantocratore che, nella sua gloria, giudicherà e porterà a sé tutte le cose.

La cornice di foglie di acanto, enfatizza ancora di più la dimensione metastorica in cui ci proietta l’episodio. Era questa l’interpretazione preferita di Ambrogio, vescovo di Milano che, in una sua omelia affermava: Ecco colei che è preferibile ai ricchi, ecco colei che non temerà il giudizio divino. [De viduis 5,31].

La vedova raffigura simbolicamente il cristiano, che deve donare tutto sé stesso all’unico vero Dio; ma raffigura anche la Chiesa che è nata e, continua ogni giorno la sua missione, grazie all’autodonazione del Figlio di Dio,  che si è offerto una sola volta per togliere il peccato di molti. 

Una preghiera

Alla nostra Chiesa, in questo periodo così particolare, mi piace ricordare un pensiero di san Paolo VI: E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo. [Pensiero alla morte]

Shema‘Jisra’el 

Ascolta Israele

Quale è il primo dei comandamenti? E’ la domanda che pone lo scriba a Gesù, dopo aver ascoltato le sue parole. Il Nazareno risponde citando l’inizio dello Shema‘Jisra’el : Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è uno. Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” (Dt 6,4-5). La grande professione di fede della tradizione rabbinica inizia con un’accorata invocazione. Non un obbligo, non un precetto, ma un desiderio…di Dio!

Dio desidera il nostro amore….ci esorta ad amare l’Amore!

Forse è un po’ forzato…ma l’opera d’arte che mi viene di proporvi è una delle raffigurazioni di Haring Keith,  il geniale writer  con i suoi omini danzanti e aggrovigliati.

Keinth Haring, Untitled, 1985.

Il dipinto raffigura due grandi mani che scendono dall’alto sorreggendo il protagonista, un grande cuore rosso, che ha nel centro il mondo.  E’ l’amore universale, spesso raffigurato dall’artista, ma che qui assume un carattere trascendentale, scende dall’alto. Mi piace leggerlo come l’amore di Dio e, quel mondo,  come l’oggetto verso cui tale amore misericordioso è diretto.

Alla base i caratteristici omini danzanti. Amare è avere un fuoco nel cuore che pulsa, che desidera aprirsi agli altri per amare ogni briciola di cosa bella che  scopre. Amare è danzare alla vita!

 

Un incontro che cambia la vita

 Lungo il cammino che lo sta portando a Gerusalemme, Gesù arriva a Gerico. Ridente e verdeggiante cittadina, ricca di acqua, posta nel territorio desertico del Mar Morto; è tappa obbligata per chi è diretto alla Città Santa. È appena fuori la città che avviene l’incontro narrato dall’evangelista  Marco.

Duccio di Boninsegna, nella sua Maestà, creata per il Duomo di Siena.

Duccio di Boninsegna, Maestà, Particolare, 1308-11, Siena.

La formella che raffigura il miracolo era posta lungo una predella  purtroppo andata smembrata;  oggi si trova al National Gallery londinese.

Bartimeo, così si chiamava il cieco, sedeva fuori le mura della città per elemosinare, come era sua abitudine. Tutti lo conoscevano ormai, era il Figlio di Timeo. Il pittore senese, da vero e geniale artista raffigura, con minuziosa abilità, alle spalle dei personaggi, la città di Gerico, proprio come le quinte scenografate di un palcoscenico. L’immagine è suggestiva, diventa simbolicamente il ‘luogo’ di quanti vivono ai margini della società per una variegata moltitudine di disagi. Ma diventa anche simbolo di quando noi stessi ci poniamo ai margini della nostra esistenza, quando non riusciamo ad essere protagonisti della nostra quotidianità.

Il cieco fa scandalo, grida! Tutti si sentono in dovere di placare quelle grida, di zittire quella voce. Tutti tranne Cristo!

Al Nazareno importa di quell’uomo!

Ci troviamo ancora una volta di fronte a una guarigione densa di rimandi simbolici.  Marco ci dice che il cieco chiama Gesù  Rabbunì, titolo solenne che l’ebreo dava a Dio stesso, e getta via il mantello. Quest’ultimo è simbolo della vita della persona che lo indossa. Viene qui descritta una conversione: quell’uomo, gettando via il mantello, gettando via cioè la sua vita, la sua mentalità, dimostra di accogliere pienamente la novità della Parola e della proposta di Gesù. Il pittore sintetizza tutto questo con un espediente pittorico: duplica la raffigurazione del cieco. Quasi  un’immagine speculare, ciò che cambia è la direzione dello sguardo. Prima è posto di spalle a Gesù, solo, con lo sguardo perso senza alcuna direzione e grida la sua angoscia. La seconda volta è rivolto a Gesù, al suo cospetto e finalmente lo guarda, faccia a faccia…e subito vide di nuovo!

Servo di Tutti

Una proposta radicale e rivoluzionaria

Il Vangelo di questa domenica ci consegna, ancora una volta, una proposta radicale e rivoluzionaria: chi vuol essere primo si faccia servo di tutti!

Una nuova economia sociale che rigetta il potere a favore del servizio; che sostituisce i capi con i servi, la legge con l’amore. Ma la cosa stupefacente è che, il modello di tale impostazione è Dio stesso. Il nostro dio, il Padre creatore, l’Onnipotente, non domina, dall’altro della sua trascendenza il mondo, ma, in Cristo, è divenuto servo della sua stessa creatura.

Un’opera d’arte che ben esprime questo concetto è L’ultima cena di padre Sieger Koder, artista contemporaneo che già altre volte abbiamo incontrato.

S.Koder. Lavanda dei piedi.

Gesù, la sera della sua passione, si alzò da tavola e, cintosi i fianchi, lavò i piedi ai suoi discepoli. L’artista fissa l’attenzione solo su due persone: Gesù e Pietro. Sono chinati uno sull’altro, come un grande abbraccio, quasi a formare una cosa sola.

Gesù è inginocchiato davanti al suo amico; oltre la schiena possiamo scorgere un unico particolare, i piedi:  sono sproporzionatamente grandi e sporchi, segno del cammino instancabile che ha fatto per annunciare per servire l’uomo. Eppure egli è Dio! A segno della sua trascendenza il pittore lo ha vestito con  una tunica candidissima, unica fonte di luce di tutto il quadro. E’ la luce della salvezza che illumina il mistero che si sta celebrando. Essa si irradia anche sulla tovaglia del tavolo posto in secondo piano dove è  presente l’Eucarestia.

L’altro protagonista è Pietro, che sembra appoggiarsi di peso sulla spalla di Gesù e con una mano cerca di allontanarlo quasi scandalizzato del gesto del suo Maestro.

Ma il fulcro di tutta la scena è posto tra i due: è il catino colmo d’acqua. E’ appoggiato su un tappeto azzurro, colore della divinità. Il cielo è ora sulla terra! Dentro vi si scorge il volto riflesso del Cristo e, immerso in tale immagine, i piedi del discepolo. Quel catino diventa allora la  fonte battesimale, il luogo a partire dal quale si diventa veri discepoli. E’ la radice della Chiesa che da Cristo ha inizio e che assume, così come suggerisce lo sguardo del discepolo, la stessa regola del Maestro: farsi servo di tutti.

Ecco che cosa è essere Chiesa!

Ecco che cosa è essere cristiani!

Il giovane ricco

Il Vangelo di questa domenica  ci racconta di un incontro.

Lungo una strada, metafora della vita umana, un uomo, uno come tanti, incontra il Figlio di Dio.

È un uomo ricco. Sembra avere tutto…..eppure non è felice….gli manca qualcosa! Tutta la sua vita, opulenta, piena di agi e di soddisfazioni, rispettosa delle legge, si esaurisce in una dinamica piattamente orizzontale ed immanente. Al giovane uomo manca qualcosa, manca quello sguardo che avvolge l’anima, che riscalda il cuore; manca l’amore.

Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò!

Heinrich Hofmann, pittore  tedesco, in una sua opera del 1889, ha dato forma e colore a quello sguardo.

Heinrich Hofmann, Gesù e il giovane ricco (1889); New York (USA), Riverside Church

La ricchezza di quell’uomo viene raffigurata attraverso i suoi sontuosi vestiti: una tunica vellutata, un mantello di pregiata fattura, un cappello adornato di preziose sete e gioielli. Eppure il suo sguardo, perso nel vuoto, indica una mancanza. Accanto a lui il suo interlocutore, il Buon Maestro da cui è corso, pronto a ricevere non indicazioni ma elogi…perchè lui è bravo…rispetta la Legge, è ricco (per il mondo giudaico era segno di benedizione divina).

E Gesù lo guarda! Il suo sguardo non critica, non impone, non comanda…ama!

Il pittore è riuscito a trasmettere nel volto del Nazareno la dolcezza che solo chi ama comunica. È il vero sguardo. Siamo al culmine del racconto e al giovane uomo che cerca la felicità, Gesù gli sta guardando il cuore.

Ma nell’opera c’è un terzo protagonista, il referente su cui Gesù invita a posare lo sguardo: i poveri.

La proposta di Gesù è rivoluzionaria: solo donando il giovane potrà sentirsi veramente ricco. Solo distogliendo l’attenzione da sè a favore del prossimo potrà scoprire veramente chi è. Solo rispondendo con amore a quello sguardo di amore potrà respirare l’eternità.

Riverbero dell’amore di Dio

Nell’unione tra un uomo e una donna, ratificata davanti a Dio, risplendono l’immagine e la somiglianza poste dal Creatore  nelle sue due creature. L’evangelista Marco ricorre al famoso brano della Genesi per spiegare questa profonda verità antropologica. 

Un’unica carne

Due liberta’ che, nell’amore, riescono a confrontarsi creando un ‘noi’, pur restando identità differenti. L’affermazione veterotestamentaria, una sola carne, si riferisce proprio alla  profonda  connaturalità che definisce il rapporto coniugale;  una comunione che riguarda la totalità delle persone coinvolte e che arriva alla costituzione di una nuova ‘individualità’,  di un nuovo modo di essere,  un nuovo luogo intimo in cui il  noi diventa casa. Essa  è tutta da costruire, chiama in causa la decisione di mettersi in gioco nella relazione con l’altro, richiede di scoprirsi, di fidarsi dell’altro affidandogli gli aspetti più intimi della propria interiorità. Ecco perché la relazione di coppia, quando è autentica diventa anche riverbero dell’amore che Dio vive in se stesso nella comunione di mutua appartenenza fra Padre, Figlio e Spirito.

Una tela dell’artista bielorusso, Marc Chagal, Passeggiata, da forma e colore al vangelo di questa domenica.

M. Chagall, La passeggiata, 1918, Museo di Sanpietroburgo.

Al centro del dipinto ci sono i due protagonisti: il pittore che tiene per mano la moglie Bella. Sono molto felici e sorridenti tanto che la donna si libra nell’aria e trascina su anche il marito. Per Chagal l’amore è capace di far volare oltre i limiti che la natura impone, verso orizzonti inimmaginabili, trascendenti.

Sul prato la tovaglia da picnic con la bottiglia di vino e dei fiori. Rappresentano la convivialita’ e la quotidianità coniugale, fonte di felicità per i due sposi.

Alle loro spalle una città, è Vitebsk, dove i due sono nati e dove vivevano all’epoca (siamo nel 1917). Tra le case però si distingue un edificio, è la sagoma della sinagoga. Ha  una tonalità rosata, molto più delicata rispetto al verde delle case. La sua struttura evanescente indica la funzione, diversa, spirituale. Se ci è permessa una lettura neotestamentaria del quadro, ci piace pensare che Chagal indicava il profondo legame tra l’amore coniugale di un uomo e di una donna e l’amore di Cristo con la sua Chiesa.

I piccoli di Dio

Insolite parole

Continua il discorso di Gesù a Cafarnao, a casa di Pietro. Le sue parole, però, diventano insolitamente dure, minacciose.  Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono , è meglio per lui che gli si metta una macina d’asino al collo e veng gettato in mare.  

L’opera di Carl Heinrich Bloch, fissa proprio questo momento, quando Gesù prende tra le braccia un bambino e lo pone come termine di paragone per il suo discorso.

Carl Heinrich Bloch, Gesù con i bambini, 1800, Det Nationalhistoriske Museum på Frederiksborg.

La scena raffigura Gesu’ nel cortile della casa; è seduto e ha preso teneramente su una gamba uno dei fanciulli presenti. C’è un particolare importante: il Nazareno stringe tra le mani quelle dei due piccoli  prossimi a lui. E’ quella stretta di mani l’icona del messaggio di questa domenica.

Nelle mani di Dio

I bambini a cui Lui si riferisce non sono i bambini in eta’ ( il testo avrebbe usato il termine greco  (paidía), bensì  i piccoli” (mikroí),  nella fede. Infatti aggiunge che credono in me. Avere fede significa affidare totalmente la propria persona nella mani di Dio. D’altra parte in quelle strette di mani possiamo anche decifrare la scelta di Dio per l’infinitamente piccolo, per  chi non è preso in considerazione, per chi   non ha importanza …Incarnandosi in Gesù Dio vuole che nulla vada perduto, neppure la più piccola briciola di umanità.

Coloro che creano scandalo, letteralmente che fanno inciampare questi piccoli, dovranno risponderne direttamente a lui.  Per far comprendere la gravità di una simile azione Gesù utilizza parole forti ricorrendo al simbolo del katapontismós: la pena capitale per annegamento eseguita legando al collo del condannato la pesante pietra che serviva per macinare il grano.  Un’immagine terribile per far comprendere la gravità di tali azioni. Chi scandalizza, chi crea disagio e dolore si ritroverà in una sofferenza esistenziale paragonabile alla condizione di un condannato a morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ultimo di tutti

Girare per la Galilea con il Nazareno deve essere stata, per gli Apostoli, un’esperienza unica: le parole e i gesti di quell’uomo attiravano sempre più persone. Tutto ciò li esaltava, li inorgogliva: Gesù aveva scelto solo dodici persone tra tante, quindi dovevano essere i migliori! Più bravi e capaci rispetto al resto del popolo! Ma il loro rabbì fa subito crollare i loro castelli di gloria: chi vuole seguirlo si faccia l’ultimo di tutti!

Se  è vero( come ci suggeriva il vangelo della scorsa settimana) che l’appuntamento con il Figlio di Dio avviene all’ombra della croce, il primo frutto di tale incontro è l’umiltà. La vita che fiorisce dalla croce  è una vita donata nel servizio. Questo è il nucleo pulsore  della vita cristiana. La logica  delle precedenze e dei primati viene completamente rovesciata : il primo deve farsi ultimo.

Questa settimana vi propongo di ammirare un’opera del Beato Angelico, la Madonna dell’umiltà, conservata a Washington.

Beato Angelico, Madonna dell’umilta’, 1430, National Gallery off Art, Washington

 

Il quadro fa parte di un filone iconografico mariano in uso dall’inizio del XIV secolo. La vergine non è seduta su un trono ma per terra, simbolo dell’umiltá a cui è chiamata l’intera Chiesa.  Nell’opera dell’ Angelico, Maria ha sulle ginocchia il Figlio di Dio; indossa un vestito rosso vivo, segno della sua umanità e della sua passione verso Dio, e un vaporoso mantello  azzurro con rivestimento interno aureo, segno della sua  alta dignità. E’ seduta su un sontuoso tappeto che quasi si oppone al suo sguardo umile, basso, nemmeno sfiorato da alcun alone di superbia.

Sentirsi Chiesa significa proprio questo: essere consci dell’alta dignità divina  ricevuta e contemporaneamente porre tutto a servizio degli ultimi.

 

Tu sei il Cristo

Ma voi….chi dite che io sia?

Tu sei il Cristo!

E’ la risposta che Pietro per primo ha dato e, da più di duemila anni, ciascun fedele replica! Unica professione di fede valida che conduce il cristiano a non confondere l’esperienza religiosa con un complesso filosofico, ma anche ad andare ben oltre l’assunzione di una rigida dottrina, oltre un complesso etico.

Riconoscere in quell’uomo il Cristo, è il punto di svolta che permette di toccare, di respirare, di vedere il Trascendente. Cristo è la cifra di Dio in mezzo a noi. Ma l’Unto di Dio ha scelto un luogo ben preciso dove dare appuntamento agli uomini: sulla croce. L’essenza della vita, la vera felicità, quella eterna, a cui tutti possiamo arrivare, parte da lì, da quell’albero sacrificale. Su di esso si concentrano tutti i drammi dell’umano; in quell’uomo/Dio che vi è crocifisso sono iscritti  gli interrogativi e le domande di tutta la storia umana.

E’ questo il concetto che ispirò Georges Rouault per le sue meravigliose incisioni del Miserere, realizzato tra il 1917 e il 1927-28. Le 58 incisioni sono un grido di protesta contro la violenza, l’ingiustizia. Noi ammiriamo quella dal titolo Jesus sera en agonie jusqu’à la fin du monde. C’è Cristo, dipinto con grossi tratti, appeso ad una croce posizionata fuori campo: non si vede ma l’osservatore ne intuisce, senza ombra di dubbio la presenza.

Georges Rouault, Jesus sera en agonie…, Museum of Contemporary Religious Art Saint Louis University

 

 Il corpo devastato del Figlio di Dio, uomo del dolori, si fa simbolo del dramma dell’uomo, di ciascun uomo. Sulla croce, l’uomo e Dio diventano un solo sguardo  che però custodisce una speranza, quella della resurrezione.  In questo senso, la kénosi del Servo sfigurato non può essere separata dal fulgore del Re-Messia, da colui che è il più bello tra i figli dell’uomo. E’ da qui che si comprende l’invito a prendere la propria croce. Perché solo attraverso di essa, perdendo la propria  vita, si acquista l’eternità.

Dite agli smarriti di cuore: coraggio!

Il sacrario dell’uomo

Dite agli smarriti di cuore: coraggio! Anche questa settimana ritorna alla nostra attenzione e riflessione la stessa parola: cuore!

Il cuore, il centro della persona, il ‘luogo’ più intimo, inviolabile; il sacrario dove egli (l’uomo)è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità(GS 16).

Ma cosa accade quando smarriamo il nostro cuore?

Diventiamo poco più che fantocci, dei ‘senza volto’, incapaci di riconoscere la nostra vera identità. Proprio come i manichini dell’ammirevole opera di un artista contemporaneo, Ottorino Stefanini. E’ un acrilico dal titolo Kyoto Protocol che l’artista ha prodotto in più versioni. Qui ammiriamo quella del 2009.

Ottorino Stefanini, Kyoto Protocol 1, 2009. Acrilico su cartoncino, Collezione privata.

Su una spiaggia quasi incolore, piatta ed anonima, si scorgono dei manichini, dal solo busto, il gioco di ombre fa intendere che ce ne sono molti di più, anche fuori campo. Vestono delle canotte bianche, sgualcite e strappate, una lo è proprio in corrispondenza del cuore. I volti sono ‘non volti’: anonimi, uguali, con gli occhi coperti da un ripetitivo cappello bianco.

Chi smarrisce il proprio cuore perde la propria libertà, si fa ‘portare’ come un pupazzo dalle mode, dalle convenienze, dalle circostanze. Chi smarrisce il proprio cuore si fa accecare  dal dolore che, vincitore, gli annienta  qualsiasi speranza  verso ulteriori mete. Infine chi smarrisce il proprio cuore nega a se stesso la possibilità di sognare, di colorare la propria vita con le infinite possibilità di scelta e di realizzazione della propria persona.

Ma a tutti questi il Signore dice Coraggio! Perché chi confida in Dio vedrà  lo zoppo non solo camminare ma perfino saltare come un cervo; vedrà il muto gridare di gioia; vedrà scorrere acqua nel deserto e  torrenti nella steppa.

Il cuore dell’uomo

C’è una discussione tra Gesù e i farisei; oggetto del dibattito, a prima vista, sembra essere la religione pura. Il Nazareno critica i suoi ipocriti interlocutori che praticano un rituale rigido ed esterno: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.

In verità, leggendo con attenzione, si nota che per ben sei volte ricorre la parola uomo ed è proprio quest’ultimo l’effettivo ‘oggetto’ su cui Gesù invita a riflettere.

Due antropologie a confronto

Due antropologie a confronto: quella dei farisei, dell’apparenza, del dover essere, delle leggi e quella di Gesù che punta direttamente e unicamente al ‘luogo’ più intimo, al sacrario della creatura umana: al cuore. È lì che si genera la vera fede, il sì all’Eterno Padre; è unicamente guardando nel cuore che si scopre la vera identità e la propria vocazione, specchiandosi nel cuore umano del Figlio di Dio. Il Nazareno infatti oltre che Rivelare il Mistero di Diorivela l’uomo all’uomo(GS 22); lo rende veramente libero, capace di librarsi verso mete irrangiungibili.

L’opera d’arte, attraverso cui si può Guardare la Parola di Dio di questa settimana, è l’Icaro di Matisse, opera tanto intensa quanto essenziale nelle sue forme. L’immagine fa parte di un libretto intitolato Jazz del 1947, in cui l’artista raccoglie una serie di collage – le papier découpé – accompagnate da suoi pensieri.

In un profondo quanto intenso cielo blu, illuminato da stelle esplosive, scorgiamo una figura umana, simile ad un disegno di bambino. È nera, goffa, unico punto di colore, rosso vivo, è posto proprio nella posizione del cuore. È questa una delle opere più descrittive del cuore dell’uomo. L’uomo è solo un essere opaco, pura materia destinata a finire; un Icaro goffo, che si illude di poter volare alto. Solo quando, finalmente, scopre, dentro di sé, quella fiamma, unica, fatta di Veritá, che lo irrora di vita, desiderio irriducibile dell’amore di Dio, sarà felicità, quella vera. Perché, come dice sant’Agostino:  Ci hai fatto per te Signore, e il nostro cuore è inquieto se non riposa in te.

Sottomessi gli uni agli altri

Cosa possono avere in comune Gustav Klimt e san Paolo? Sicuramente ben poco! Nella produzione artistica del pittore austriaco, rappresentante dell’ art noveaux, di  religioso non c’è molto! Gli sfondi aurei e i personaggi biblici erano spunti  per raffigurare la passione umana. Eppure, senza scandalizzare nessuno,  vi propongo di ammirare il Bacio, opera del 1907, per Guardare la Parola di Dio di questa domenica.

La Liturgia della Parola proclama il celebre passo della Lettera agli Efesini che si rivolge alle mogli e ai mariti esortandoli ad una particolare condotta matrimoniale. L’espressione, tanto famosa quanto discussa, è: Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore;  il marito infatti è capo della moglie… Essa è spesso assunta ad emblema di quella sottile ma sempre presente vena maschilista che pervade la nostra cultura.

Si é giustamente sottolineato che la frase è da collocare nella sua epoca dove la donna era merce di acquisto, considerata una proprietà senza identità né giuridica né sociale. Paolo era maschilista? Certamente no! L’ Apostolo utilizza questa prassi sociale, ben nota a tutti, rivoluzionandola e portandola così ad esempio per esprimere l’amore unico e reciproco tra Cristo e la sua Chiesa.

Farsi carico dell’umanità dell’altro

In realtà nell’originale greco, il versetto manca di verbo: Αἱ γυναῖκες τοῖς ἰδίοις ἀνδράσιν-Le mogli ai propri mariti. Il verbo principale è al versetto precedente:  ὑποτασσόμενοι,  Stando sottomessi. La corretta traduzione di tutta l’espressione è quindi: Stando sottomessi gli uni gli altri nel timore di cristo,  le mogli ai propri mariti[…]”. Il verbo ὑποτάσσω nasce in ambito militare e indica sistemare (le truppe) sotto il comando di un comandante. In ambito quotidiano indica l’ atteggiamento volontario di cooperare, prendere responsabilità, e portare un carico. Sottomettersi, all’interno della dinamica coniugale, non significa  quindi annullare la libertà, ma vivere la libertà personale con quella dell’altro per un’opera comune; significa farsi carico dell’umanità dell’altro, con le sue gioie e con i suoi dolori, nella certezza del supporto  reciproco che annienta qualsiasi solitudine. Significa infine vivere una complementarietà responsabile, testimoniandola in un’epoca così complessa.

E’ proprio questa idea che si libera dal capolavoro di Klimt. L’artista  è  riuscito nel difficile, se non impossibile tentativo, di fissare l’attimo di unione pura dell’amore.  La donna, in ginocchio è  sotto-messa, ovvero avvolta dall’abbraccio protettivo del suo compagno che la sta baciando. Il volto estatico della donna ci rimanda  in una dimensione a-temporale ed a-spaziale verso cui i due innamorati sono proiettati. Vivere una storia d’amore significa librarsi verso mete che tra-scendono le nostre stesse  attese.

La scena si svolge su un prato ricco di fiori, è il richiamo all’hortus conclusus; per l’iconografia tradizionale esso indica l’interiorità personale. Ma c’è un’altra interpretazione,  nata in ambito patristico: il giardino rigoglioso è simbolo della Chiesa.

Un solo corpo

Ma ritorniamo all’epistola paolina, alla seconda parte del versetto: il marito infatti è capo della moglie.  L’intenzione dell’autore non è quella di proclamare la superiorità maschile  come traduzioni e, soprattutto intenzioni errate, hanno fatto.  Paolo non usa la parola padrone, che era comune presso gli ebrei. Usa la parola capo volendo evidenziare il suo legame con il resto del corpo. Marito e moglie sono un tutt’uno, un corpo solo, così come Cristo, annuncia Paolo, si è fatto corpo con la sua Chiesa.

Anche questo particolare è possibile leggere nel quadro viennese. Rapiti in estasi estatica, gli amanti spiccano al centro uniti in modo da confondere i propri corpi. Delle due teste, si vede la nuca dell’uomo e il volto della donna che, quasi in un gioco di complementarietà, trasmettono un’intensa  pienezza interiore. Un unico corpo ma senza annullare la propria identità e diversità: il pittore le evidenzia nelle diverse forme geometriche che spiccano sui sontuosi vestiti degli amanti: quadrati e spigolosi per l’uomo, circolari e spiraliformi per la donna.

Infine l’aura che circonda  le due  figure, per il pittore è il richiamo al trascendente superamento di qualsiasi conflitto nella ricerca della unione ideale; noi vogliamo leggervi il rimando all’unione di Cristo con la sua Chiesa.

Gustate e vedete come è buono il Signore (2)

Solo dopo aver gustato si può veramente vedere

Continuiamo, questa domenica la riflessione sul versetto del Salmo 33: Gustate e vedete come è buono il Signore. Dopo esserci soffermati sul primo verbo,  gustate, poniamo l’attenzione sul secondo: vedete. 

Solo dopo aver gustato si può veramente vedere!

Conoscere Dio, secondo la mentalità biblica, significa anzitutto gustarlo, come si gusta un cibo  prelibato. Tutto ciò che di Lui si può conoscere nasce dal «gustarlo»;, senza tale esperienza, qualsiasi riflessione, non sarà una Teo-logia ma solo un esercizio razionale.

Una triade inscindibile

San Tommaso, nel commentare il salmo [In Psalmos 33], individuava, nel versetto salmico una triade inscindibile;  c’è il gustare, è l’esperienza interiore, l’experientia consorti divini; da essa subito nasce una prima conseguenza: vedete. E’ il giudizio, la certitudo intellectus.

Nell’opera d’arte del Caravaggio è ben chiara la stretta concatenazione tra l’esperienza del gustare e il giudizio conseguente. I due discepoli, commensali di Cristo, quasi schizzano dalla sedia quando a loro è offerto il Pane di vita. Quello sulla destra allarga le braccia stupefatto per ciò che ora sta ‘vedendo’; con la mano sembra bucare la superficie del quadro permettendo così all’osservatore di entrare nella scienza e con-dividere.

L’altro discepolo, posto di  spalle sembra scostare di scatto la sedia per lo spavento. Si alza davanti al suo Signore che credeva perso per sempre.

Ma per enfatizzare ancora di più lo stretto rapporto tra  ‘gustare’ e ‘vedere’ Dio, occorre andare al terzo personaggio: all’oste. Ha servito il cibo ma non ne ha mangiato. Non riesce a vedere l’identità di chi gli sta seduto davanti. Lo sguardo distaccato non guarda il Cristo ma si perde nel vuoto: non prova alcuna emozione, non è stupito; totalmente assorbito  dalla sua quotidianità non si accorge del Mistero che pur sta visitando la sua casa.

Ma, ritornando a san Tommaso,  ancora non ci siamo soffermati sul terzo elemento della triade: come è buono il Signore! E’ la seconda conseguenza del gustare, la securitas affectus, l’atto d’amore ineffabile.  Solo gustando Dio possiamo cogliere il sapore dell’eternità: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui… ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

 

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Gustate e vedete come è buono il Signore (1)

Il vero pane vivente

Continua, questa domenica e la prossima, la lettura del sesto capitolo del vangelo di Giovanni. Attraverso una struttura elicoidale, l’evangelista ritorna in modo ripetitivo, quasi asfissiante, sul discorso del pane, è Gesù il vero pane vivente disceso dal cielo, dono del Padre agli uomini.

Il fulcro di tutta la storia umana è questo: Dio è ‘disceso’ in mezzo agli uomini per diventare tutt’uno con essi. Si è fatto cibo per essi perchè possano assimilarne la divinità, possano indiarsi,diceva Dante. Solo cibandoci di Dio l’uomo può percepire in sé Vita eterna. E’ quanto proclama il salmo 33 che la liturgia ci propone in entrambe le domeniche: Gustate e vedete quanto è buono il Signore.

Gustare Dio

Proviamo a riflettere sui due verbi suggeriti dal salmo, questa settimana sul verbo gustare, la prossima sul verbo vedere.  Lo facciamo attraverso la meravigliosa tela di Caravaggio La cena di Emmaus, dipinta nel 1601 ed ora custodita al National Gallery di Londra. Seppur riferentesi ad un altro episodio evangelico, descritto dall’evangelista Luca, essa ben si adatta alla nostra riflessione.

Gesù Cristo è giovane e imberbe, come il Buon Pastore dell’arte paleocristiana. Ai suoi lati i due discepoli, Cleofa a sinistra e l’altro a destra. Siedono tutti e tre intorno ad una tavola imbandita serviti da un oste. I personaggi, su cui ci soffermeremo in seguito, hanno una tale dinamicità che l’osservatore si sente coinvolto nella scena, proiettato all’interno di quella bettola dove avvenne l’incontro.

Ma intanto poniamo la nostra attenzione  sul primo verbo proposto dal salmo e sulla tavola del capolavoro caravaggesco.

 Per la cultura biblica gustare comporta la conoscenza, non solo intellettiva ma sapienziale, che coinvolge tutta la persona. Anche il latino assume tale significato:

 “Il latino testimonia un’intuizione che sembra assente in molte lingue moderne: le parole che indicano ‘sapere’ e ‘gustare’ hanno la medesima radice: sapere… Conoscere qualche cosa è gustarne il sapore, sentirne l’effetto sul corpo. Le cose non sono nulla in se stesse… La realtà non è il crudo, ‘la cosa in sé’…. è il risultato di una trasformazione mediante l’alchimia del fuoco, è il cibo che il mio corpo assume. La realtà è l’incontro tra la bocca e il cibo, tra il desiderio e il suo oggetto. Come suggerisce Martin Buber, non è qui e nemmeno là: è nella ‘relazione tra’”[R. A. Alvès, Parole da mangiare, Qiqajon, 1998, 118-119].

Simboli Cristologici

La tavola di Caravaggio è imbandita con una serie di oggetti con un denso riferimento cristologico.

C’è anzitutto il pane: tre pezzi di pane, chiaro riferimento eucaristico, che rimandano al racconto della cena dove Gesù risorto si rivelò.

Ci sono le brocche con l’acqua e il vino, anch’esse possono essere lette con riferimento sacramentale ma, si può aggiungere una lettura patristica: il vino rimanda al sangue di Cristo, l’acqua trasparente alla sua anima immacolata.

Ci sono poi i frutti del canestro, anch’essi con una duplice interpretazione. Come detta la tradizione iconologica classica, indicano gli insegnamenti dell’Antico e Nuovo testamento.  Molto forte è anche la valenza cristologica. Sembra che il pittore si sia preoccupato di enfatizzare quest’ultima trasformando le ombre dei frutti nel profilo posteriore di un pesce, simbolo cristiano per eccellenza.

Infine il pollo, un errore cronologico, uno sberleffo da parte del pittore? No. Un’adattamento cronologico. Sebbene non presente alla mensa di quei discepoli, mentre molto comune all’epoca del pittore, il pollo, probabilmente arrosto, indica la violenza a cui Gesù, vittima sacrificale, fu sottoposto.

Su quella tavola c’è, a disposizione dei discepoli, tutto il mistero della Rivelazione.

Prende così  pienezza di significato l’invito del salmista a  gustare il Signore. Come dice la Sapienza: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Prov. 9, 3). Gustare il Signore significa proprio questo: fare come nostra risorsa di sopravvivenza tutto il mistero della Rivelazione che ha il suo culmine nel sacrificio di Gesù, il Figlio di Dio, il Pane che dà vita.

Il pane di vita

Io sono il pane di vita

Il pane, l’alimento quotidiano indispensabile, ancora una volta  a fulcro del vangelo domenicale

Gesù è a Cafarnao, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci; qui viene raggiunto dalla folla che gli domanda: Quale segno fai tu perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? Ancora chiede! Ancora non ha compreso!

Ed allora Gesù si rivela:  Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Il Mistero di Dio si racchiude nel più semplice alimento umano

Un’ affermazione non semplice da comprendere, come tutto il vangelo di Giovanni, esige tempo per essere meditata, sedimentata, compresa….ed ogni volta si scopre qualcosa di più. E’ il mistero di Dio che si racchiude nel più semplice e vitale alimento dell’uomo; che si fa nutrimento per l’uomo, ogni giorno, proprio come il pane, e all’uomo è dato ‘gustarne’ il sapore ogni volta di più.

Salvator Dalì riuscì a cogliere questo particolare dinamismo del mistero di fede in un  piccolo capolavoro ad olio del 1945: Il cesto di pane.

 

Il pane è stato spesso raffigurato dal pittore surrealista: rappresentava il simbolo della vita terrena e di quella divina. Aveva già dipinto lo stesso soggetto venti anni prima a simbolo dell’umanità, ora, dopo la sua conversione al cattolicesimo, quell’opera aveva un’alta pregnanza divina. Dalì stesso commenta il quadro con queste parole:

“Dipinsi questo quadro per due mesi consecutivi, quattro ore al giorno. In questo periodo sono accaduti i più sorprendenti e sensazionali episodi della storia contemporanea. Quest’opera fu completata un giorno prima della fine della guerra. Il pane è stato sempre uno dei soggetti feticisti ed ossessivi più antichi delle mie opere, quello a cui sono rimasto più fedele. Diciannove anni fa dipinsi lo stesso soggetto. Se mettiamo a confronto attentamente le due opere, è possibile studiare tutta la storia della pittura, dal fascino lineare del primitivismo fino all’ iperestetismo stereoscopico. Quest’opera tipicamente realista è quella che ha soddisfatto di più la mia immaginazione. Eccovi un dipinto sul quale non si può dire nulla: l’enigma assoluto!”

Solo un pane

Su un tavolo spoglio, un altare, è posto un cesto di vimini, gli intrecci delle esili verghe sono così reali che sembra poterlo prendere tra le mani. Non sappiamo se era intenzione del pittore porsi nella linea della tradizione patristica e individuare nella cesta il simbolo della Chiesa che offre il suo Pane quotidiano ma ci piace

Dentro, un pane dorato, dalle minuziose protuberanze della crosta  ben evidenti. Ma, oltre la minuziosa precisione che dà all’oggetto un tono realistico, ciò che rende particolare e unico il quadro è la luce che si irradia dal pane. Sembra che di là da quel pane, al di là di quella luce…non ci sia nulla! Più si guarda questo pezzo di pane più appare vero ed i realistici dettagli sembrano uscire dalla tela: un vero capolavoro.

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L’Ultimo mosè

 Moltiplicazione dei pani e dei pesci

Le raffigurazioni miniate, custodite negli antichi codici, sono vere e proprie opere d’arte che affascinano per la precisione dei particolari. È il caso della straordinaria raccolta medioevale Les Très Riches Heures del Duca di Berry che nel foglio 168 Illustra la pagina di vangelo della prossima domenica dedicato al miracolo della  moltiplicazione  dei pani e dei pesci. Il Codice è un capolavoro della miniatura fiamminga,  realizzato agli inizi del Quattrocento dai tre maggiori miniatori del tempo, i fratelli Limbourg.

Al centro della raffigurazione si erge Gesù, più alto rispetto a tutti gli altri personaggi; è nimbato e ha un ampio mantello azzurro, la mano alzata e benedicente rivolta sui 5 pani e i tre pesci. Intorno i discepoli e il ragazzino, padrone dell’esigua vettovaglia. Infine la grande folla, seduta, in attesa e stupita, fa da corona a quanto sta accadendo.

Il miniaturista ha tradotto iconograficamente i tanti riferimenti messianici presenti nel testo evangelico.

Anzitutto l’ampio prato verde, c’era molta erba in quel luogo, precisa l’evangelista. Egli vuole richiamare il salmo il Salmo 72, che prevede l’arrivo del Messia in campi ondeggianti di erba e di frumento. 

Un altro particolare riguarda la folla, su invito di Gesù è sdraiata: è la particolare posizione che assumevano gli ebrei quando celebravano il pranzo sacro: la Pasqua. Il segno che Gesù sta celebrando vuole riferirsi  alla sua Pasqua e al dono eucaristico che di lì a poco si presterà a fare.

Infine il gesto di Gesù: benedice i pani . E’ lo stesso gesto che gli altri evangelisti raccontano nell’Ultima Cena.

 Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo! Colui che stanno vedendo è il Nuovo profeta, l’Ultimo Mosè!

Il Nuovo Regno

Ma Gesù è molto di più, Egli non è venuto a restaurare il vecchio Regno di Israele, ma ad impiantarne uno totalmente nuovo: il suo Regno non è degli uomini, è il Regno di Dio! Il miniaturista è molto bravo  ad indicare l’origine divina di ciò che sta accadendo. Sia l’aureola che il mantello azzurro sono rimandi alla sua natura divina. Inoltre, sulla stessa verticale del nazareno, è raffigurato  Dio Padre e lo Spirito: è la Trinità che sta agendo, è il Padre, attraverso il Figlio e grazie allo Spirito che in quel momento stanno agendo.

Infine un ultimo particolare, specificamente cristologico, quasi una  firma identificativa per  quel gesto che vuole raccontare non un miracolo, ma IL miracolo che si perpetua tutti i giorni: la Sacra Eucarestia, Cristo che si fa dono per noi attraverso la sua morte e resurrezione.  Sul margine della pagina il miniaturista ha raffigurato delle  chiocciole, ebbene esse sono il  simbolo della Risurrezione.

Il Signore è il mio Pastore

Venite, riposatevi un po’!

C’è un mosaico, a Ravenna, nel Mausoleo fatto costruire dall’imperatrice Galla Placidia, che ben rappresenta, iconograficamente, la Liturgia della Parola della sedicesima domenica del tempo ordinario.

L’opera, risalente al V seolo, è posizionata in una lunetta che sovrasta l’ingresso dell’edificio.

In una atmosfera bucolica è raffigurato un pastore circondato dal suo gregge. Un luogo di riposo, di tranquillità, che  si presta molto bene all’invito rivolto da Gesù agli Apostoli: Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’.

 Ma chi è quel giovane?

Siede su una roccia fatta a gradoni, è la Migdal-Eder, la torre del gregge, citata dalla profezia messianica di Michea. Indossa vestiti di taglio imperiale e di colore aureo indicanti la sua origine regale e divina. Infine è nimbato. Non ci sono dubbi, quel pastorello è il germoglio giusto promesso da Isaia, è il Messia, il Figlio di Dio.

Il Cristo, Pastore e re, regge con la mano sinistra un’alta e affusolata croce, perfetta sintesi del bastone e del vincastro celebrati nel salmo responsoriale. Siede al centro di tutta la scena, in una postura particolare e dinamica che, grazie alla torsione del busto e della testa rispetto ai piedi, unisce i due estremi laterali perchéEgli è  colui che di due ha fatto una cosa sola.

Infine  le pecore, tre a destra e tre  a sinistra sono poste secondo una struttura a chiasmo, tipica dell’arte bizantina; anche quest’ultimo particolare serve a porre in relazione le due sezioni e Cristo diventa la porta, la via, unica, verso la Verità, per conoscere veramente chi siamo e ciò che siamo.

Li mandò a due a due

Testimoni scelti

Gesù chiama a sé i Dodici e li costituisce come Apostoli cioè inviati.  Li mandò a  due a due. Essi saranno i testimoni scelti della sua risurrezione e le fondamenta della sua Chiesa.

Le caratteristiche dell’apostolicità, minuziosamente descritte nel vangelo di Marco, sono ben raffigurate in questa miniatura del Codex Vindobonensis 2554, un codice miniato del XIII secolo appartenente al ciclo delle Bibbie Moralizzate (Particolari testi in cui i passi sacri erano accompagnati da un commento morale, allegorico o anagogico, e da una  illustrazione miniata che ne illustrava il contenuto).

Nella miniatura è raffigurato Gesù che si rivolge a due discepoli,  prese a mandarli a due a due, scrive Marco. Essi   non sono leader, non parlano per sé, sono  testimoni di una comunità che vive il messaggio di cui sono portatori.

Molto importante è il gioco di sguardi: mentre Gesù guarda i due missionari, questi hanno lo sguardo rivolto altrove, verso la casa disegnata ai margini del medaglione. Essa raffigura la meta verso cui sono diretti, dovunque entriate in una casa, è la casa di ogni uomo la meta finale da raggiungere, perché il Figlio di Dio, il Salvatore è morto e Risorto per tutti.

Diventare la mano di Dio

Dava loro potere sugli spiriti impuri. In ambito biblico  spirito significa energia, forza; quando questa forza non proviene da Dio è impura, è menzognera; quando invece  ha la sua sorgente in Dio è Santa.

Questo concetto è stato enfatizzato dall’artista miniatore.  Nella raffigurazione ciò che colpisce, che è messo in evidenza, sono le mani, quelle di Gesù e quelle dei due apostoli. La mano di Dio è un’  affermazione simbolica con cui la Sacra Scrittura indica l’azione dello Spirito Santo. Ebbene la nostra miniatura  riporta  la mano di Cristo e quella degli apostoli  uguali, della stessa grandezza sproporzionata, con la stessa gestualità proprio ad indicare che la Forza divina che dal Padre è comunicata al Figlio, da questi  è ora elargita agli apostoli e da questi sarà donata a tutti gli uomini. (cfr. Catechismo Chiesa Cattolica, 699-700. Simbolo molto usato anche dai Padri, sia latini che greci.) Quelle mani sono  la raffigurazione iconografica del  sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso…caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione.

La prima eresia

Il cardine della salvezza

Nazaret. Il villaggio di Gesù. Piccolo centro con poche centinaia di abitanti…tutti si conoscono…tutti sono parenti. Eppure lì, nel ‘fiore della Galilea’, si realizza la prima  eresia cristologica: il rinnegamento del Figlio di Dio! 

Non è costui il falegname, il figlio di Maria …?   Gli amici e parenti di Gesù non respingono la divinità di Cristo, ma la sua umanità. Eppure  è  l’In-carnazione, la carne di Cristo, nella sua debolezza e stoltezza crocifissa il cardine di salvezza per la risurrezione di tutti!

Ammiriamo  l’episodio in un’opera di James Tissot, un pittore francese del 1800. E’  appartenente al  ciclo La vita di nostra Signore Gesù Cristo: 350 tavole acquerellate, fatte dall’artista durante la sua lunga permanenza in Terra Santa.

Di quest’opera colpisce il realismo dato dalla minuziosa attenzione ai particolari; una cura che dona all’osservatore  la sensazione di essere presente, in prima persona, all’avvenimento.

La scena si svolge nella sinagoga: Gesù è al centro della scena, davanti il rotolo sacro. Alle spalle del Figlio di Dio c’è una struttura rialzata: è il luogo dove veniva posizionato l’armadio santo (aron ha-qodesh). Infine i concittadini di Gesù,  seduti su scanni lignei. Molto eloquente è la loro espressione di chiusura e diniego nei confronti di ciò che stanno vedendo e udendo; nei confronti dell’uomo Gesù, uno di loro! Eppure è proprio lì la grandezza e l’unicità dei quel momento:  Dio, il Totalmente Altro, Colui che è,   sta  lì,  davanti ai loro occhi è diventato uno di loro!

Il Figlio di Dio, l’Unigenito, non ha considerato una prerogativa esclusiva la sua divinità, ma è diventato uomo, è diventato uno di noi!

Talità kum

Gesù passa ( di nuovo) dall’altra sponda del lago dove si trova a vivere un dramma familiare: una fanciulla sta morendo!  Suo padre, preso dalla disperazione e dalla necessità di allacciarsi anche alla più esile delle speranze, è corso alla ricerca del Nazareno. Non sa chi sia quell’uomo di cui tutti parlano: un mago, un impostore, un santo …non importa, corre ai suoi piedi supplicando di fare qualcosa per la sua bambina. Quell’uomo era Giairo, il capo della sinagoga! Gesù va da lei, entra in quella casa dove ormai la morte è familiare e la disperazione pulsa dalle pareti, e con autorità divina le dice Talità  Kum.

Un’iconografìa molto nota

L’arte ha spesso raffigurato questo miracolo di Gesù; un’iconografia che si estende In tutte le epoche, da quella paleocristiana a quella contemporanea. Noi ci avviciniamo ad una tela  del pittore tedesco Albert von keller, custodita nella Neue Pinakothek di Monaco.

Il personaggio che subito attira l’attenzione è Gesù: il rosso della sua tunica si oppone ai restanti colori della tavolozza usata dall’artista; è vestito con il  colore dell’amore, della passione!  Egli prende dolcemente per mano la ragazzina che è ancora adagiata su un supporto ligneo: il suo corpo era già stato composto per la sepoltura. La solleva dolcemente mentre lei ha uno sguardo assonnato, si sta ridestando da un sonno.

Von Keller pone in evidenzia  l’eccezionalità dell’evento amplificando le reazioni e i gesti dei testimoni. Giairo e la moglie, in disparte, quasi in secondo piano, si abbracciano impietriti. Gli altri personaggi, con  gli occhi spalancati dallo stupore,  si rivolgono verso la giovane e Gesù. Una donna si mette le mani nei capelli, un’altra ha   il capo appoggiato ai piedi del letto, infine una terza alza il braccio verso la miracolata.

Ai piedi del letto di morte sono poste delle corone di alloro,  Sebbene questa pianta è più familiare al mondo greco-romano, indicando  l’immortalità, il  proto-cristianesimo lo ereditò adattandone il significato alla Buona Novella del Cristo. Assunse così il significato di vita eterna che sconfigge la morte.

Ma le corone sono tre, numero  che rimanda inequivocabilmente alla SS Trinità. Su quel sepolcro, ormai sconfitto, si sta celebrando la vita, quella Eterna. E quest’ultima, come dice Cirillo di Gerusalemme, « nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che, attraverso il Figlio nello Spirito Santo, riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la sua bontà promette veramente anche a noi uomini i beni divini della vita eterna» .

La follia di Dio

 La Croce è il luogo dove esplode l’amore di Dio

Ancora una parabola che ha per oggetto l’amore di Dio per la sua vigna. Gesù riprende l’immagine  presente nel poema del profeta Isaia e la rilegge alla luce della Storia della Salvezza sferzando un ultimo attacco ai suoi interlocutori: anziani e sacerdoti.  Essi non riconoscono gli inviati di Dio, ma anzi li osteggiano e, quando possono, li uccidono. Ma ecco il colpo di scena, la follia di  Dio che non ripaga con la stessa moneta, non stermina gli stolti ma invia il proprio figlio, l’Amato, che  non si sottrae alla stessa sorte degli altri servi.

Ed è proprio la croce il ‘luogo’ dove esplode la novità di Dio che supera ogni intelligenza. 

L’Agnello di Dio  inchiodato su quel legno infamante, steso, nudo, impotente, svela al mondo la vera e inaudita potenza della debolezza, la forza scomoda e disarmante dell’amore. La pietra scartata ai costruttori è diventata testata d’angolo. E’ da quel corpo tumefatto e violentato che scaturisce la vita nuova, l’origine del Nuovo Popolo di  cui tutti possono fare parte.

E’ proprio in riferimento alle parole del salmo 117, che vi propongo un capolavoro di Caravaggio: la Deposizione di Cristo.

L’opera fu commissionata da Girolamo Vittrice per la cappella di famiglia in S. Maria in Vallicella a Roma.

Caravaggio raffigura il Cristo nel momento in cui viene adagiato sulla lapis untionis, Pietra dell’Unzione, così come dettavano le usanze ebraiche.  Due uomini compiono la pietosa tradizione; l’artista segue il vangelo Giovanneo ( Gv 19,38-42) e pone in primo piano  Nicodemo  dalle braccia e gambe possenti in grado di sorreggere  tutto il peso del Disceso; ha il capo chino ma rivolto verso lo spettatore quasi ad evidenziare la sua testimonianza alla ‘reale’ morte del Figlio di Dio; il volto è corrugato e fa trasparire tutta la drammaticità del momento. Dietro c’è Giuseppe d’Arimatea, indossa vesti pregiate e sorregge il corpo di  Gesù sotto le braccia. Osservando questi due personaggi sembra leggervi la delicatezza con cui i due uomini compiono il gesto: stanno deponendo nel cuore della terra un ‘prezioso’ carico.

Alle spalle  tre donne: sono Maria di Cleofa, che alza, disperata, le braccia e gli occhi verso un cielo nero e indecifrabile. Maria di Magdala con il volto chinato, sta piangendo e asciuga le lacrime in un fazzoletto stretto nel pugno. Infine la Vergine Madre che, silenziosa e composta, guarda il figlio e con la mano destra , seppure da lontano, gli dà l’ultima carezza.

Gesù Cristo, ormai impossessato dalla morte, è bianco, senza vita. Eppure l’unica luce che inonda tutti i protagonisti  deriva proprio da quel corpo abbandonato. Il braccio scende di peso verso il basso e le dita sfiorano la pietra tombale.

 Eccola la vera, silenziosa protagonista del quadro. La lastra marmorea, per un gioco di prospettive sembra fuoriuscire dalla tela ed arrivare allo spettatore per farsi  toccare.  Oltre a designare l’inesorabile limite che il risorto scalfirà per sempre, la morte,  essa indica anche la kefa, la roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa. L’artista, con un’arte ineguagliabile, fissa l’istante in cui le dita del morto diventano fulcro per l’intera pietra, sembra di vedere il movimento: eccola la pietra scartata, è diventata testata d’angolo! Riferimento unico su cui tutta la realtà ecclesiale si fissa. Porta da cui accedere al Regno celeste.

E’ da quel lutto, anzi è grazie a quel lutto divino che la misericordia di Dio sgorga su tutti gli uomini. La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo.

 

 

 

 

Se mi amate

Nel brano giovanneo che la Liturgia ci propone questa domenica, Gesù chiede ai suoi di amarlo. Non un comando, non una costrizione, ma una richiesta gentile, delicata: se mi amate.

L’amore, quello vero, non può essere una costrizione, un dovere! Esso nasce spontaneamente in un terreno fertile di libertà e di fiducia. Così è la fede! La pratica di  esercizi cultuali, il  dovere, il rispetto delle regole……sono tutte attività importantissime ma il primato, l’esperienza fondante che ci rende credenti, è la scelta per Dio, è decidere di amarlo!

Quando amiamo Dio siamo collocati, automaticamente nella sua via trinitaria e amiamo come Egli ama. L’Amore che lega il Padre al Figlio e viceversa, diventerà anche nostro. Gesu’ lo spiega bene nel brano giovanneo dove ribadisce più volte il concetto usando un vocabolario che esprime unione, intimità, comunione.

Un’opera d’arte che esprime iconograficamente le parole di Gesù è la Trinità di Masaccio, custodita nella Chiesa di Santa Maria Novella a Firenze.

Masaccio, Trinità, 1425-27, Basilica di Santa Maria Novella, Firenze.
Masaccio, Trinità, 1425-27, Basilica di Santa Maria Novella, Firenze.

Chi entra in Santa Maria Novella dalla porta laterale, vede, davanti a sè, la parete opposta squarciarsi, grazie al meraviglioso gioco di prospettive creato dall’artista, per far spazio ‘nella storia’ ad una meravigliosa teofania.

L’affresco raffigura la SS. Trinità secondo il soggetto iconografico del ‘Trono di Grazia’ che si ispira a Eb 4,10. Dio Padre, a piedi nudi, si erge su una piattaforma. Ha le sembianze di uomo maturo e l’espressione ieratica. Le braccia distese reggono il legno della croce. Su quest’ultima è posto il Figlio Crocifisso. Padre e Figlio hanno la stessa statura e sono gli unici a non essere soggetti alle regole prospettiche. E’ il Divino, l’Eterno ad essere così rappresentato.

Il gesto del Padre indica la profonda intimità che lo lega al Figlio. Quel legame indissolubile rende il Padre sofferente con e quanto il Figlio! Tra i due è posta la Colomba simbolo dello Spirito Santo. Ha le ali alzate verso il Padre tanto da non essere subito evidente. E’ il momento in cui Gesu’ Chinato il capo restituì lo spirito (Gv 19,30). Sarà proprio questo Spirito che, su richiesta di Gesu’, verrà effuso sui discepoli. L’altro Consolatore di cui parla il brano giovanneo.

Al lato della croce scorgiamo Maria. Invita lo spettatore a contemplare l’evento e attraverso di esso comprendere cosa significa veramente essere cristiani. Bisogna contemplare la Croce, ‘luogo’ dove Dio Padre tocca la nostra storia; ‘luogo’ attraverso cui lo Spirito ci viene promesso e poi donato per rimanere sempre con noi rendendoci capaci  di amare  così come ama Dio.