Lo scrittore della Misericordia

Inizia un nuovo anno liturgico durante il quale mediteremo la Parola del Signore all’ombra del vangelo di Luca (anno C).

Chi era Luca?

Un’ antica tradizione, più leggenda che realtà, lo vuole pittore: avrebbe raffigurato la Veronica ovvero la vera icona della Madre di Gesù. Ecco perché gli  sono state attribuite  alcune  “Madonne nere” custodite e venerate in famosi santuari mariani. Qualcosa più che leggenda lo possiamo rintracciare in una nota della Lettera di Paolo ai Colossesi: Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema (4,14). Luca, dunque, prima di diventare annunciatore della Buona Novella, prima di essere evangelista, era medico! Di sicuro era una persona molto colta: lo provano lo stile ricercato e raffinato del suo vangelo e l’attenta analisi storica e teologica dell’altro suo libro, gli Atti.

Molto vasta è la produzione iconografica di Luca, sia da solo che insieme agli altri tre evangelisti. Qui ammiriamo una tela di Alessandro Bonvicino, conosciuto come il Moretto, pittore rinascimentale bresciano.

La scena è ambientata in uno studiolo. Su un marmoreo e raffinato pavimento bicolore, si erge la mastodontica figura dell’evangelista. E’ anziano, senza capelli e con una folta barba. Vestito da un ampia tunica rossa dà l’idea di una persona colta ed erudita che suscita rispetto. Ha tra le mani un libro appena finito di scrivere (sul lato, ancora tra le dita si intravede un pennino che fuoriesce): è la Buona Novella. Alle spalle si scorge una  pregiata  icona di Maria, di cui, per tradizione, è l’autore. Su una trave del soffitto c’è una clessidra. Un particolare, quest’ultimo, che dà voce ad una caratteristica del terzo vangelo: Luca pone una grande attenzione al tempo, a come lo vivono gli uomini, ma soprattutto a come Dio lo vive. Egli annuncia che il Tempo è ormai compiuto, la salvezza è qui con noi, la liberazione è vicina!

 

Ultimo particolare è il giovane animale su cui l’evangelista pone il suo piede. E’ l’interpretazione del vitello alato descritto dall’Apocalisse (4,7) e che la tradizione ha attribuito simbolicamente al terzo evangelista. Ma il vitello si erge anche a simbolo della mansuetudine, della docilità e Luca è, tra gli evangelisti, colui che ha meglio narrato la tenerezza di Dio. Dante infatti, nella sua opera latina Monarchia definì  Luca come  scriba mansuetudinis Christi, «scrittore della mansuetudine, della misericordia, dell’amore di Cristo».

 

Il Signore regna

Il Re dell’universo

Nell’ultima Domenica dell’anno liturgico la Chiesa celebra la Festa di Cristo Re dell’Universo. Questa solennità fu introdotta da Papa Pio XI, con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925, a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell’anno.

Molti sono i capolavori artistici raffigurano il Cristo Re del Creato che nei tempi escatologici verrà per giudicare il mondo. Tra essi il Trittico del pittore tedesco Hans Memling del 1433, custodito oggi nel Koninklijk Museum voor Schine Kunsten Antewerpen in Belgio.

Hans Memling, Cristo tra angeli cantori, 1433, Museum vor Shine Kunsten Antewerpen.

Il Cristo Glorioso è accompagnato da due schiere di Angeli cantori, affiancati, nei pannelli laterali, da Angeli musicanti.

Pannello destro
Pannello sinistro

L’evento parusiaco, del ritorno del Figlio di Dio, è dato dall’artista con un espediente pittorico: appare da uno squarcio di nuvole, simbolo della sede divina, su uno sfondo aureo.

Ecco il Figlio ritorna, Egli è il Re dell’universo!

La sua divinità è sottolineata dalla scritta che si legge sull’orlo del suo prezioso vestito: Agyos Atheos,  o Santo Dio. Le tre gemme preziose che fissano il mantello si riferiscono alla SS.Trinità

La sua regalità è resa invece da altri  particolari. Anzitutto il mantello purpureo, simbolo tradizionale della potestà regale.

Ha il capo coperto da una preziosa corona, anch’essa utilizzata dalle tradizioni più antiche per indicare l’Altezza, la superiorità anzitutto di Dio e poi del suo rappresentante, il Re, il Profeta, il Giudice.

Infine il Globo crucifero tra le mani. Esso rappresenta il dominio di Cristo sulla Terra e sull’universo stesso. Ma la croce ci indica anche il tipo di regalità del Messia. Egli regna dal legno, così proclamavano i Padri della chiesa. È a partire dalla Croce, dal sacrificio fatto per amore degli uomini, che possiamo comprendere chi è il Re dell’universo. Ce lo ricorda la pericope evangelica che proclamiamo: non una teofania trionfante ma il Cristo sofferente a cui Pilato chiede Dunque tu sei re? Gesù è re nella verità, perché ha servito la verità in tutta la sua vita! Egli è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra!

Egli è l’alfa e l’omega!

Con grande potenza e gloria

La Parusìa

Ci stiamo avviando alla fine dell’anno liturgico e le letture di questa domenica ci propongono una riflessione sui tempi escatologici. Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. All’unisono tutti i vangeli sinottici annunciano la Parusia attraverso le parole stesse del Figlio di Dio: Gesù si fa profeta di se stesso annunciando ai discepoli la conclusione della sua missione, il completamento della sua opera redentiva.

Il termine Parusia, dal greco pareimi, nell’AT è usato in ambito profano, infatti indica la presenza o l’arrivo del re o del condottiero nell’accampamento. Nel NT assume una valenza cristologica ed è usato come annuncio della venuta in Gloria di Cristo, al quale evento è sempre collegato il giudizio finale e la conclusione di questa storia.

In cosa consiste la fine del mondo?

Le parole profetiche di Gesù si  comprendono correttamente, senza cadere in ‘terroristiche’ e cruente visioni, solo alla luce di tale premessa. Quando l’evangelista scrive il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo, sta utilizzando il vocabolario genesiaco della creazione (sole, luna e stelle che regolano il giorno e la notte) per annunciare che con la Parusia questo mondo uscirà fuori dal tempo…..sfocerà nell’e(x)ternus…in una dimensione diversa dalla terna passato-presente-futuro. La storia  cederà il posto alla meta-storia. Così, in Cristo, si attuerà la nuova creazione, i cieli nuovi e le terre nuove che vedranno il Glorioso Signore indiscusso che su tutto, persino sul male, definitivamente schiacciato e sconfitto.

Possiamo contemplare questa verità di fede in moltissime opere d’arte, veri e propri capolavori. Noi lo facciamo attraverso un capolavoro  del Beato Angelico, custodito nella Galleria Corsini a Roma.

Particolare del Trittico Ligneo Giudizio universale, Ascensione e Pentecoste del Beato Angelico.

Un trittico ligneo  che raffigura tre scene:  Ascensione e Pentecoste ai lati, al centro il Giudizio Universale. Focalizziamo l’attenzione sul Cristo Glorioso posto al centro della tavola in una mandorla aurea. La forma e il colore simboleggiano la natura divina. E’ il Figlio di Dio, morto in croce ( i segni dei chiodi sulle mani lo provano) e poi Risorto. Il suo trono è formato da nuvole perché Egli è già nell’altro dei cieli, è  Colui che è assiso alla destra del Padre condividendone la gloria e la potenza. Le sue vesti sono fatte di luce che si espande su tutta la scena. Ha un braccio benedicente e un altro che regge il Libro delle scritture aperto: Egli è la Rivelazione del Padre è l’alfa e l’omega. E, con questo gesto, sta concludendo il Mistero di Salvezza, sta riportando a sé tutte le cose per consegnarle definitivamente al Padre.

La vedova e le sue monetine

Gli ultimi spiccioli

La vedovanza è sempre stata un’esperienza molto dura, uno stato di grande dolore, di lacerazione interiore, di frantumazione di affetti: si perde parte di sé, della propria identità. Quando ciò capitava ad una donna, fino a tempi relativamente recenti, era una vera e propria tragedia: sola e nella miseria più avvilente, la vedova diventava l’ultima della società.

Gesù prende come esempio proprio una vedova per spiegare, ai suoi interlocutori, una cosa molto importante. Per lo sguardo attento del Nazareno, il gesto che ella compie, gettando nel tesoro del Tempio gli ultimi spiccioli, è emblematico segno della generosità di chi dà senza riserve il poco che possiede.

Riflettiamo sul vangelo di questa domenica ammirando un particolare del Dittico delle Cinque parti, un prezioso manufatto in avorio, risalente al V secolo.

 

Dittico eburneo delle Cinque parti, V secolo, Milano Tesoro del Duomo.

La scena si svolge nel Tempio di Gerusalemme, luogo solenne e sacro. Al centro c’è la custodia del tesoro del Tempio, dove si ponevano le offerte; da un lato la povera donna, dall’altro Gesù che la indica ai due spettatori, posti in secondo piano.

Il particolare che rende l’icona rara nel suo genere è la particolare seduta del Cristo: un globo stellato. Tale originalità si ispira al celebre versetto del profeta Isaia il cielo è il mio trono e la terra lo sgabello dei miei piedi. [Is 66,1]. Il globo celeste conferisce una sfumatura escatologica alla rappresentazione. Il Figlio di Dio è il Pantocratore che, nella sua gloria, giudicherà e porterà a sé tutte le cose.

La cornice di foglie di acanto, enfatizza ancora di più la dimensione metastorica in cui ci proietta l’episodio. Era questa l’interpretazione preferita di Ambrogio, vescovo di Milano che, in una sua omelia affermava: Ecco colei che è preferibile ai ricchi, ecco colei che non temerà il giudizio divino. [De viduis 5,31].

La vedova raffigura simbolicamente il cristiano, che deve donare tutto sé stesso all’unico vero Dio; ma raffigura anche la Chiesa che è nata e, continua ogni giorno la sua missione, grazie all’autodonazione del Figlio di Dio,  che si è offerto una sola volta per togliere il peccato di molti. 

Una preghiera

Alla nostra Chiesa, in questo periodo così particolare, mi piace ricordare un pensiero di san Paolo VI: E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo. [Pensiero alla morte]

Shema‘Jisra’el 

Ascolta Israele

Quale è il primo dei comandamenti? E’ la domanda che pone lo scriba a Gesù, dopo aver ascoltato le sue parole. Il Nazareno risponde citando l’inizio dello Shema‘Jisra’el : Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è uno. Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” (Dt 6,4-5). La grande professione di fede della tradizione rabbinica inizia con un’accorata invocazione. Non un obbligo, non un precetto, ma un desiderio…di Dio!

Dio desidera il nostro amore….ci esorta ad amare l’Amore!

Forse è un po’ forzato…ma l’opera d’arte che mi viene di proporvi è una delle raffigurazioni di Haring Keith,  il geniale writer  con i suoi omini danzanti e aggrovigliati.

Keinth Haring, Untitled, 1985.

Il dipinto raffigura due grandi mani che scendono dall’alto sorreggendo il protagonista, un grande cuore rosso, che ha nel centro il mondo.  E’ l’amore universale, spesso raffigurato dall’artista, ma che qui assume un carattere trascendentale, scende dall’alto. Mi piace leggerlo come l’amore di Dio e, quel mondo,  come l’oggetto verso cui tale amore misericordioso è diretto.

Alla base i caratteristici omini danzanti. Amare è avere un fuoco nel cuore che pulsa, che desidera aprirsi agli altri per amare ogni briciola di cosa bella che  scopre. Amare è danzare alla vita!