I piccoli di Dio

Insolite parole

Continua il discorso di Gesù a Cafarnao, a casa di Pietro. Le sue parole, però, diventano insolitamente dure, minacciose.  Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono , è meglio per lui che gli si metta una macina d’asino al collo e veng gettato in mare.  

L’opera di Carl Heinrich Bloch, fissa proprio questo momento, quando Gesù prende tra le braccia un bambino e lo pone come termine di paragone per il suo discorso.

Carl Heinrich Bloch, Gesù con i bambini, 1800, Det Nationalhistoriske Museum på Frederiksborg.

La scena raffigura Gesu’ nel cortile della casa; è seduto e ha preso teneramente su una gamba uno dei fanciulli presenti. C’è un particolare importante: il Nazareno stringe tra le mani quelle dei due piccoli  prossimi a lui. E’ quella stretta di mani l’icona del messaggio di questa domenica.

Nelle mani di Dio

I bambini a cui Lui si riferisce non sono i bambini in eta’ ( il testo avrebbe usato il termine greco  (paidía), bensì  i piccoli” (mikroí),  nella fede. Infatti aggiunge che credono in me. Avere fede significa affidare totalmente la propria persona nella mani di Dio. D’altra parte in quelle strette di mani possiamo anche decifrare la scelta di Dio per l’infinitamente piccolo, per  chi non è preso in considerazione, per chi   non ha importanza …Incarnandosi in Gesù Dio vuole che nulla vada perduto, neppure la più piccola briciola di umanità.

Coloro che creano scandalo, letteralmente che fanno inciampare questi piccoli, dovranno risponderne direttamente a lui.  Per far comprendere la gravità di una simile azione Gesù utilizza parole forti ricorrendo al simbolo del katapontismós: la pena capitale per annegamento eseguita legando al collo del condannato la pesante pietra che serviva per macinare il grano.  Un’immagine terribile per far comprendere la gravità di tali azioni. Chi scandalizza, chi crea disagio e dolore si ritroverà in una sofferenza esistenziale paragonabile alla condizione di un condannato a morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ultimo di tutti

Girare per la Galilea con il Nazareno deve essere stata, per gli Apostoli, un’esperienza unica: le parole e i gesti di quell’uomo attiravano sempre più persone. Tutto ciò li esaltava, li inorgogliva: Gesù aveva scelto solo dodici persone tra tante, quindi dovevano essere i migliori! Più bravi e capaci rispetto al resto del popolo! Ma il loro rabbì fa subito crollare i loro castelli di gloria: chi vuole seguirlo si faccia l’ultimo di tutti!

Se  è vero( come ci suggeriva il vangelo della scorsa settimana) che l’appuntamento con il Figlio di Dio avviene all’ombra della croce, il primo frutto di tale incontro è l’umiltà. La vita che fiorisce dalla croce  è una vita donata nel servizio. Questo è il nucleo pulsore  della vita cristiana. La logica  delle precedenze e dei primati viene completamente rovesciata : il primo deve farsi ultimo.

Questa settimana vi propongo di ammirare un’opera del Beato Angelico, la Madonna dell’umiltà, conservata a Washington.

Beato Angelico, Madonna dell’umilta’, 1430, National Gallery off Art, Washington

 

Il quadro fa parte di un filone iconografico mariano in uso dall’inizio del XIV secolo. La vergine non è seduta su un trono ma per terra, simbolo dell’umiltá a cui è chiamata l’intera Chiesa.  Nell’opera dell’ Angelico, Maria ha sulle ginocchia il Figlio di Dio; indossa un vestito rosso vivo, segno della sua umanità e della sua passione verso Dio, e un vaporoso mantello  azzurro con rivestimento interno aureo, segno della sua  alta dignità. E’ seduta su un sontuoso tappeto che quasi si oppone al suo sguardo umile, basso, nemmeno sfiorato da alcun alone di superbia.

Sentirsi Chiesa significa proprio questo: essere consci dell’alta dignità divina  ricevuta e contemporaneamente porre tutto a servizio degli ultimi.

 

Tu sei il Cristo

Ma voi….chi dite che io sia?

Tu sei il Cristo!

E’ la risposta che Pietro per primo ha dato e, da più di duemila anni, ciascun fedele replica! Unica professione di fede valida che conduce il cristiano a non confondere l’esperienza religiosa con un complesso filosofico, ma anche ad andare ben oltre l’assunzione di una rigida dottrina, oltre un complesso etico.

Riconoscere in quell’uomo il Cristo, è il punto di svolta che permette di toccare, di respirare, di vedere il Trascendente. Cristo è la cifra di Dio in mezzo a noi. Ma l’Unto di Dio ha scelto un luogo ben preciso dove dare appuntamento agli uomini: sulla croce. L’essenza della vita, la vera felicità, quella eterna, a cui tutti possiamo arrivare, parte da lì, da quell’albero sacrificale. Su di esso si concentrano tutti i drammi dell’umano; in quell’uomo/Dio che vi è crocifisso sono iscritti  gli interrogativi e le domande di tutta la storia umana.

E’ questo il concetto che ispirò Georges Rouault per le sue meravigliose incisioni del Miserere, realizzato tra il 1917 e il 1927-28. Le 58 incisioni sono un grido di protesta contro la violenza, l’ingiustizia. Noi ammiriamo quella dal titolo Jesus sera en agonie jusqu’à la fin du monde. C’è Cristo, dipinto con grossi tratti, appeso ad una croce posizionata fuori campo: non si vede ma l’osservatore ne intuisce, senza ombra di dubbio la presenza.

Georges Rouault, Jesus sera en agonie…, Museum of Contemporary Religious Art Saint Louis University

 

 Il corpo devastato del Figlio di Dio, uomo del dolori, si fa simbolo del dramma dell’uomo, di ciascun uomo. Sulla croce, l’uomo e Dio diventano un solo sguardo  che però custodisce una speranza, quella della resurrezione.  In questo senso, la kénosi del Servo sfigurato non può essere separata dal fulgore del Re-Messia, da colui che è il più bello tra i figli dell’uomo. E’ da qui che si comprende l’invito a prendere la propria croce. Perché solo attraverso di essa, perdendo la propria  vita, si acquista l’eternità.

Dite agli smarriti di cuore: coraggio!

Il sacrario dell’uomo

Dite agli smarriti di cuore: coraggio! Anche questa settimana ritorna alla nostra attenzione e riflessione la stessa parola: cuore!

Il cuore, il centro della persona, il ‘luogo’ più intimo, inviolabile; il sacrario dove egli (l’uomo)è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità(GS 16).

Ma cosa accade quando smarriamo il nostro cuore?

Diventiamo poco più che fantocci, dei ‘senza volto’, incapaci di riconoscere la nostra vera identità. Proprio come i manichini dell’ammirevole opera di un artista contemporaneo, Ottorino Stefanini. E’ un acrilico dal titolo Kyoto Protocol che l’artista ha prodotto in più versioni. Qui ammiriamo quella del 2009.

Ottorino Stefanini, Kyoto Protocol 1, 2009. Acrilico su cartoncino, Collezione privata.

Su una spiaggia quasi incolore, piatta ed anonima, si scorgono dei manichini, dal solo busto, il gioco di ombre fa intendere che ce ne sono molti di più, anche fuori campo. Vestono delle canotte bianche, sgualcite e strappate, una lo è proprio in corrispondenza del cuore. I volti sono ‘non volti’: anonimi, uguali, con gli occhi coperti da un ripetitivo cappello bianco.

Chi smarrisce il proprio cuore perde la propria libertà, si fa ‘portare’ come un pupazzo dalle mode, dalle convenienze, dalle circostanze. Chi smarrisce il proprio cuore si fa accecare  dal dolore che, vincitore, gli annienta  qualsiasi speranza  verso ulteriori mete. Infine chi smarrisce il proprio cuore nega a se stesso la possibilità di sognare, di colorare la propria vita con le infinite possibilità di scelta e di realizzazione della propria persona.

Ma a tutti questi il Signore dice Coraggio! Perché chi confida in Dio vedrà  lo zoppo non solo camminare ma perfino saltare come un cervo; vedrà il muto gridare di gioia; vedrà scorrere acqua nel deserto e  torrenti nella steppa.