Io sono la vite e voi i tralci

La vite con i suoi tralci.

Un altro simbolo, dopo quello del buon Pastore, che Gesù accredita a se stesso  e a quanti credono nel Figlio di Dio è quello della vite con i suoi tralci.

Il giorno del nostro Battesimo siamo Innestati in LUI, come i tralci alla vite; così intimamente uniti da ricevere la stessa linfa vitale; un’intimità impensabile ma reale.

E’ a questa immagine teologica  che si ispirò Lorenzo Lotto quando, nel 1524, affrescò la Cappella Suardi, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo.

Su una delle pareti, al centro, emerge una monumentale figura di Cristo con le braccia distese. Ha la tunica rossa e un ampio mantello azzurro e delinea la figura di una croce. Ma ecco, dalle sue mani partono una serie di rami che, dirigendosi verso l’alto, occupano tutta la superficie, fino ad arrivare persino sul soffitto dove si intrecciano a mo’ di pergolato.

Ego sum vitis vos palmites.

Il versetto giovanneo, scritto su una tabella in alto, è la chiave di lettura dell’intera opera.

Cristo è la vera vite. Dalla Santa pianta germogliano e fruttificano una serie di volti, collocati in dieci clipei: sono santi, martiri e dottori della Chiesa. La Vergine Maria e Giovanni Battista poi, Pietro e Paolo, santa Caterina da Siena, Maria di Magdala, santa Barbara, sant’Orsola e santa Caterina d’Alessandria, santa Apollonia, santa Margherita e santa Lucia. San Lorenzo, Sant’Alessandro e san Sebastiano, sant’Agostino con san Domenico e san Francesco, san Girolamo e sant’Ambrogio. Nei due clipei estremi i Padri e Dottori della Chiesa, ovvero la Tradizione, respingono quanti cercano di saccheggiare la vigna: gli eretici.

Tutto lo sfondo è occupato dalle storie di santa Barbara, ispirate alla  Legenda Aurea  di Jacopo da Varagine.

Storicamente l’opera è una chiara risposta alla protesta Luterana che, negli stessi anni stava lacerando la Chiesa. Ma potremmo immaginare su quello sfondo la nostra storia, i nostri Santi, i nostri eretici. La Chiesa sarà sempre viva e rigogliosa se i suoi tralci si manterranno saldi nell’unico albero che dà la vera Linfa: Cristo.

Il Buon Pastore

Un amore totale

Gesù si autoproclama Buon Pastore!

La matrice radicante su cui Egli innesta tale simbolismo è la vita pastorale e nomadica dell’antico Israele. I contemporanei di Gesù conoscevano bene la vita dei loro padri: pastori che guidavano, allevavano il gregge anche in situazioni impervie, curando ciascun animale e assicurando loro un ovile sicuro. In tale contesto Dio stesso viene definito pastore: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla…(Salmo 23; anche Ez 34).

L’evangelista Giovanni delinea  una  particolare fisionomia del buon pastore, anzi del bel  pastore.  Tre sono le caratteristiche principali: la generosità coraggiosa, la conoscenza profonda, la cura per l’unità.

Il buon pastore è generoso a tal punto da dare la vita per per le sue pecore.

Il buon pastore conosce ad una ad una  sue pecore.  Le conosce perché le ama.

Infine il buon pastore è attento  che il suo gregge sia unito, che sia un solo gregge.

Oggi vi propongo di ammirare una scultura: la statuetta del Buon Pastore, ritrovata nelle Catacombe di san Callisto ed oggi custodita nei Musei Vaticani.

 Il Buon Pastore è l’immagine simbolica più antica con cui i cristiani hanno raffigurato il loro Signore. La ritroviamo diffusa in tutta l’arte paleocristiana, in affreschi, sculture, mosaici, e altro ancora.

Un Crioforo particolare

La radice evangelica di tale iconografia si innestò però su un ramo già vivo e fecondo: il crioforo. La figura maschile con un agnello o un ariete sulle spalle, era molto diffusa già nell’arte greco-romana, con una pluralità di significati. Gli artisti cristiani utilizzarono, in modo naturale e senza storture, la vecchia simbologia alla luce del messaggio evangelico.

La statua, in realtà un altorilievo, è il particolare di un opera più grande andata distrutta, (probabilmente un sarcofago); raffigura un giovane pastore, imberbe, con  lunghi e fluenti riccioli che  coprono le orecchie e toccano le spalle, la testa rivolta verso destra. Indossa una tunica senza maniche e con una sporta indossata a tracolla. Infine  porta un agnello sulle spalle. Sembrano ricolte  a lui le parole di  Origene: Per una sola piccola pecora che si era smarrita, egli è disceso sulla terra; l’ha trovata; l’ha presa sulle spalle e riportata in cielo” (Su Giosuè, 7, 16).

Quando Gesù si definisce Buon pastore rivendica la sua identità messianica e la sua figliolanza divina e si rivela guida del popolo della Nuova Alleanza.

Di questo voi siete testimoni

Il mistero dei misteri

È la sera di Pasqua.

Il Risorto è apparso a Maria Maddalena, ai due discepoli di Emmaus, ed ora eccolo lì, davanti agli Apostoli. Li saluta donando loro la Pace.

Gli apostoli quella sera avevano bisogno di Pace….erano  stati giorni incredibili: la cattura del Maestro, quel processo in fretta e furia,  poi quell’inspiegabile,  orrenda, crudele morte in croce. Avevano trascorso il giorno di festa  chiusi dentro, per paura dei giudei, con due grandi assenze: quella del loro Maestro e quella, non meno sconvolgente, del traditore, di colui  che aveva avuto il coraggio di vendere il Maestro per pochi soldi: Giuda. E poi, al mattino, la notizia delle donne: non c’era più il Corpo che loro stessi avevano deposto e custodito in quella nuova tomba….e i  due discepoli, ritornati in fretta e furia da Emmaus, che raccontavano l’Incredibile!

Sconvolti a tal punto da non credere che colui che sta lì, davanti a loro, è il Risorto…..non si può ritornare dalla Morte…è un fantasma…o forse solo immaginazione…fantasia.

E Lui, per rassicurarli, per eliminare tutte le paure e ogni dubbio, pronuncia verbi  semplici, familiari: guardate, toc­cate, mangiamo! E proprio così, davanti al bisogno più naturale, al gesto più semplice, gli apostoli fanno cadere l’ultimo dubbio e comprendono il Mistero dei Misteri: è Lui, è risorto!

È questo momento che viene fissato da Duccio di Boninsegna in una formella della sua maestosa pala d’altare, commissionata nel 1308 e portata solennemente in Duomo nel 1311.

Per un pittore medievale  “in maestà” era una figura rappresentata frontalmente, seduta su un trono, nel pieno della propria potenza. Dedicata anzitutto a Cristo Re, nel corso del Duecento, essa fu adottata per la figura della Madonna, raffigurata con i Figlio in grembo, e divenne la “Maestà” per antonomasia.

La Pala senese, dipinta sia sulla fronte che sul retro, è da sempre considerata il capolavoro dell’artista. È un’opera colossale e complessa: su circa 4 metri lignei sono raffigurati, sul recto, la Madonna in maestà con una serie di episodi, sul verso, visibile solo a coloro che stavano sull’altare, le storie di Gesù.

Il particolare che oggi vi propongo di ammirare è  posizionato nel coronamento della Pala,  l’Apparizione di Cristo alla cena degli Apostoli. La scena si svolge in un interno; è il luogo dove gli apostoli si sono rifugiati. Cristo glorioso è sul lato destro , tende le mani, con i segni dei chiodi, verso gli apostoli.

Di fronte a Lui gli undici, seduti,  guardano  tutti il volto di Gesù. E poi  la mensa, la vera protagonista di tutta la scena. Una tovaglia bianca frangiata, sopra due pesci, cinque pani. Il pittore, in sintonia con l’evangelista, ha volutamente richiamato il miracolo dei pani e dei pesci di Lc 9,10-17, profezia simbolica del sacramento eucaristico, richiamato iconograficamente anche dai due bicchieri ricolmi di vino.

Gesù sta spiegando le scritture ed essi  finalmente comprendono: la resurrezione non è ritornare indietro, è andare avanti. E’ l’inizio dei nuovo tempo, del tempo della Chiesa, che si sta formando proprio lì, attorno a quella mensa, che vive e si nutre di Gesù Eucarestia.

E di tutto ciò loro sono i testimoni!

Da domani andranno per il mondo, ad annunciare la Grande Notizia: Cristo è risorto!

La Misericordia di Dio

La carezza di Dio

E’ la Festa della Misericordia di Dio!

Il 30 aprile del 2000, il papa Giovanni Paolo II,  in occasione della Canonizzazione di Suor Maria Faustina Kowalska, consacrò l’ottava di Pasqua, ovvero la domenica in Albis, alla Divina Misericordia. La Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti emanò il Decreto di istituzione il 5 Maggio 2000. In esso si chiarisce che non è una nuova Festa ma una ‘denominazione’ di quella Domenica.

L’immagine legata a tale festa è particolare. Non una vera e propria opera d’arte, bensì un’icona nata all’interno della spiritualità mistica: Suor faustina, che ne dettò direttamente le caratteristiche a Eugeniusz Kazimirowski, scrive nel suo Diario che fu lo stesso Gesù a suggerirle l’iconografia.

L’immagine dipinta in presenza di Santa Faustina

Cristo, vestito di una candida veste,  ha la mano destra alzata e benedicente mentre la sinistra tocca il petto.  Sollevando il lembo della tunica,  permette a due raggi luminosi, uno bianco e uno rosso, di espandersi all’esterno per arrivare all’osservatore. Il riferimento è al cuore di Gesù, quando, appena morto, fu squarciato dalla lancia del soldato romano: Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. [Gv 19,33].

E’ proprio lì la sorgente della misericordia divina, la croce di Cristo, scrive san Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in Misericordia,  sulla quale il Figlio consostanziale al Padre rende piena giustizia a Dio, è anche una rivelazione radicale della misericordia, ossia dell’amore che va contro a ciò che costituisce la radice stessa del male nella storia dell’uomo: contro al peccato e alla morte. La croce è il più profondo chinarsi della Divinità sull’uomo e su ciò che l’uomo – specialmente nei momenti difficili e dolorosi – chiama il suo infelice destino. [ DM 8].

Con la conclusione della II Guerra Mondiale (1939-1945), l’icona si trovò sul territorio dell’U.R.S.S.,  fu  nascosta per non essere distrutta.  Intanto una nuova opera fu creata, nel 1943 dal pittore Adolf Hyla ed esposta in Polonia. La tela originale, dopo una serie di vicissitudini,  dal 2001 è ritornata a Vilnius e custodita dalle  Suore di Gesù Misericordioso.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno della misericordia del Padre. La nostra epoca, squarciata da violenze sempre più cruente, ha bisogno di essere sanata. La misericordia divina, dice papa Francesco, è una grande luce di amore e di tenerezza, è la carezza di Dio sulle ferite dei nostri peccati.